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La Cura del Vero

Pensione, salute, futuro? Arrangiati! Anatomia sociologica della finanziarizzazione

La finanza è uno strumento. La finanziarizzazione è un processo che modifica imprese, welfare e comportamenti individuali. E se pensione, salute e sicurezza vengono affidate sempre più al mercato, più le disuguaglianze economiche rischiano di trasformarsi in vulnerabilità sociale. E anche l’educazione finanziaria può finire per insegnare all’individuo ad adattarsi a rischi che un tempo erano considerati collettivi. Nella terza lezione del corso su inclusione e giustizia sociale, organizzato da Unipd, Fisppa, Laboratorio Larios e La Cura del Vero, la sociologa del lavoro Maria Dodaro affronta il fenomeno attraverso la prospettiva della sociologia economica. La finanza esiste da secoli. Serve a raccogliere, distribuire e scambiare denaro e, nell’economia capitalistica, ha svolto storicamente una funzione di sostegno alla produzione e agli scambi. La finanziarizzazione si produce quando attività, rendimenti e logiche finanziarie acquistano un peso sempre maggiore non soltanto nell’economia, ma nella governance delle imprese, nelle politiche pubbliche e nella vita delle persone. Anche quando sembra che il denaro produca semplicemente altro denaro, ricorda Dodaro, dietro continuano a esserci attività produttive, redditi e lavoro. La rata del mutuo che rappresenta un’attività finanziaria per la banca viene pagata con il reddito di una persona. I dividendi destinati agli azionisti dipendono anche da ciò che l’impresa produce, vende e dal lavoro che utilizza. La ricerca del rendimento finanziario può quindi esercitare una pressione molto concreta sul costo del lavoro, sui ritmi produttivi e sulle strategie aziendali. Cosa accade quando il rendimento finanziario comincia a orientare sempre più profondamente il funzionamento della società?


Tre livelli per leggere lo stesso processo
Dodaro propone tre piani di osservazione, macro, meso e micro. A livello macro, l’attenzione si concentra sul capitalismo nel suo complesso: come si accumula capitale, da dove provengono i profitti, quale rapporto esiste tra espansione produttiva ed espansione finanziaria. A livello meso, lo sguardo si sposta sulle imprese: come cambiano le strategie aziendali quando cresce il peso degli azionisti e della redditività finanziaria. Il livello micro conduce alla vita quotidiana: mutui, debiti, pensioni, assicurazioni, salute, istruzione, risparmio e comportamenti delle famiglie. La sociologia economica mette in relazione questi tre piani. Ciò che accade nel capitalismo globale modifica le imprese. E ciò che cambia nelle imprese e nel welfare arriva infine alle persone.


Espansione e crisi
Per capire la dimensione macro, Dodaro richiama Giovanni Arrighi e Fernand Braudel. Il capitalismo non nasce con la rivoluzione industriale. Ha radici mercantili e finanziarie molto più antiche, che possono essere rintracciate già nelle grandi città commerciali del tardo Medioevo e della prima età moderna, a partire da Venezia e Genova. Arrighi sviluppa questa prospettiva individuando differenti cicli storici di accumulazione: genovese, olandese, britannico e infine statunitense. Il passaggio cruciale è che ogni grande ciclo, secondo Arrighi, tende a concludersi con una fase di espansione finanziaria. La finanza acquista cioè un peso crescente quando la precedente capacità di produrre espansione attraverso commercio e produzione comincia a indebolirsi. È quello che Arrighi definisce, in sostanza, l’“autunno” di un ciclo egemonico. La finanziarizzazione non sarebbe quindi semplicemente un segno di potenza. Può essere anche il sintomo di una trasformazione e di una crisi. E queste fasi, sottolinea Dodaro riprendendo Arrighi, si accompagnano storicamente a un rafforzamento dei gruppi che vivono di rendita e speculazione, al peggioramento delle condizioni di ampie fasce della popolazione e a una crescita delle disuguaglianze.


Dalla grande finanza all’impresa
Il livello meso mette il focus sulle aziende. La parola chiave è valore per l’azionista. L’impresa non viene più valutata soltanto per ciò che produce, per gli investimenti che realizza, per l’occupazione che crea o per il servizio che garantisce. Acquista un peso crescente la capacità di remunerare gli azionisti. La pressione può allora favorire strategie di breve periodo: ridurre gli investimenti, esternalizzare attività, contenere il costo del lavoro, riorganizzare la produzione. La finanziarizzazione entra così anche in aziende che formalmente non appartengono affatto al settore finanziario. Dodaro richiama gli studi condotti in Italia, per esempio, su realtà come Poste Italiane o Trenitalia. Un servizio ferroviario poco redditizio può ricevere meno attenzione o investimenti: lo sperimenta il cittadino che tenta di prendere un treno in un piccolo centro o in un territorio periferico. La pressione per massimizzare il valore finanziario si ripercuote sulla qualità dei servizi e sulla distribuzione territoriale delle opportunità.


La finanza entra nella vita
Il livello micro segna l’ingresso della finanziarizzazione nel quotidiano delle persone: mutui, credito al consumo, pensioni integrative, assicurazioni sanitarie, investimenti e debiti. Il punto, osserva Dodaro, è che la persona comune non entra nella finanza per speculare, bensì per soddisfare dei bisogni: l’acquisto della prima casa, una spesa imprevista, una malattia, gestire l’incertezza del futuro. Per questo serve riflettere prima di attestare la “democratizzazione della finanza”. Se oggi molta più gente ha accesso a prodotti e servizi finanziari, essere inclusi nel mercato non significa essere più protetti. Serve interrogarci su quali condizioni in cui avviene quell’inclusione, con quali risorse, quali tutele, quali rischi e soprattutto quali alternative.


Il welfare arretra
La finanziarizzazione della vita quotidiana, infatti, non avviene nel vuoto. Si intreccia con trasformazioni profonde del welfare: mercatizzazione, privatizzazioni, esternalizzazioni, responsabilizzazione individuale. Il mercato viene progressivamente assunto come principio regolatore anche di ambiti nei quali in precedenza era centrale la responsabilità pubblica. E se lo Stato comunque non scompare è pur vero che anche un ente pubblico può cominciare a ragionare con logiche tipicamente private: efficienza economica, prestazioni misurabili, contenimento dei costi. Di qui cambia anche il modo in cui vengono distribuite le responsabilità. Di fronte alla precarietà, all’invecchiamento, ai rischi sociali e alla riduzione delle protezioni collettive, viene chiesto sempre più spesso all’individuo di anticipare il rischio, pianificare, assicurarsi, investire e proteggersi. Se riesce, viene considerato previdente, se fallisce, rischia di apparire incapace o imprudente. Ed ecco me un problema sociale viene trasformato in un problema individuale.


La protezione per pochi
Partiamo dalla protezione, ovvero dalla previdenza complementare. Con le riforme del sistema pensionistico è cresciuto il ruolo dei fondi pensione e dei piani individuali. Spinti anche da norme di legge e dalla contrattazione collettiva. Nei fatti chi riesce ad accumulare una pensione integrativa? Lavoro stabile e impiego in grande imprese sono premesse “ottimali” e sono quasi sempre coniugate al maschile. Le donne sono penalizzate dalle stesse disuguaglianze che incontrano nel mercato del lavoro e i giovani che teoricamente avrebbero più bisogno di accumulare risparmio previdenziale per molti anni, sono frenati da precarietà e bassi salari. Inoltre a fare la differenza è anche il territorio: se abiti al Nord o al Sud per esempio dove sono pochi i complessi industriali e spesso in crisi. Allora risulta quanto mai evidente che la finanziarizzazione non cancella le disuguaglianze esistenti: le incorpora e le riproduce, magari mettendole a profitto.


La salute diventa un mercato
Passiamo alla sanità. Il Servizio sanitario nazionale nasceva nel 1976, grazie a Tina Anselmi – la prima donna ministra nella storia repubblicana italiana – con una logica universalistica: la salute come diritto della persona e interesse della collettività. Niente di più lontano dall’impostazione dei fondi sanitari integrativi e delle assicurazioni. Con il paradosso, osserva Dodaro, che questi strumenti privati non coprono prestazioni realmente aggiuntive, ma servizi che teoricamente sarebbero già compresi nella copertura pubblica. Ergo paghi per un diritto che hai o che dovresti avere. Risultato? Il cittadino finisce per pagare una seconda volta per ottenere in tempi accettabili qualcosa cui avrebbe già diritto. E come per la pensione complementare anche qui l’accesso risulta fortemente diseguale. I fondi sono più diffusi tra lavoratori dipendenti stabili, categorie con maggiore forza contrattuale, fasce di reddito elevate e residenti nelle regioni settentrionali. Il rischio finale è quello di un sistema a più velocità: un welfare pubblico sempre più residuale per chi non può permettersi alternative e una strada privata per chi dispone delle risorse necessarie. La mutazione genetica è talmente radicale che cambia anche vocabolario: parole come diritto, solidarietà e interesse collettivo appartengono sempre meno al linguaggio finanziario.


Disuguaglianza e vulnerabilità
La finanziarizzazione produce disuguaglianze e Dodaro ne elenca due. La prima è quella tra inclusi ed esclusi. Se pensione, salute, casa e protezione dai rischi dipendono sempre più dalla possibilità di accedere al mercato finanziario, chi non dispone delle risorse necessarie diventa inevitabilmente più vulnerabile. Mentre gli inclusi non sono tutti uguali: non tutti entrano nei mercati finanziari alle stesse condizioni. Chi è più povero può pagare interessi più alti proprio perché è considerato più rischioso. Chi ha un contratto stabile ottiene credito più facilmente. Anche il luogo in cui abiti incide. Dodaro porta il proprio esempio: acquistare un’automobile a rate risultava più semplice con una residenza in Veneto che con una residenza in Calabria. Esiste poi un’altra risorsa di rado considerata: il tempo. Per confrontare assicurazioni, leggere contratti, comprendere un fondo pensione, verificare costi e condizioni bisogna avere tempo. E anche il tempo è distribuito in maniera diseguale.


Se sei povero, il debito ti costa di più

Il debito privato rende questa asimmetria ancora più chiara. Per chi dispone di patrimonio e garanzie, il credito può servire ad accrescere ulteriormente la ricchezza: per esempio acquistando un immobile da mettere a reddito. Per chi ha un reddito insufficiente, invece, il credito può essere necessario semplicemente per arrivare alla fine del mese o sostenere un costo improvviso. Nel primo caso il debito può produrre patrimonio. Nel secondo compensa temporaneamente un reddito basso e sottrae una quota del reddito futuro attraverso interessi e rate. Può così iniziare una spirale: indebitamento, vulnerabilità, difficoltà di rimborso e infine nuova esclusione finanziaria. Anche strumenti pensati per includere, come il microcredito, possono avere questa ambivalenza: possono aiutare, ma restano debiti; se vengono a mancare le basi economiche per restituirli possono aggravare anziché risolvere la vulnerabilità.


L’educazione finanziaria è la risposta?
Di fronte a questi rischi la risposta proposta sempre più frequentemente è l’educazione finanziaria: conoscere inflazione e interessi, imparare a pianificare, valutare i debiti, risparmiare, prevedere i rischi. Competenze certo utili, ma Dodaro invita a interrogarsi sul modello culturale che può nascondersi dietro alcuni programmi, tra l’altri raccomandati anche a livello europeo. Entriamo nel campo della finanza comportamentale che, per esempio, tende a considerare alcune motivazioni non strettamente economiche come “errori” o bias da correggere per ricondurre l’individuo verso una scelta considerata razionale. Di fronte alle pratiche aggressive di un intermediario finanziario, la risposta corre il rischio di diventare: devi imparare tu a difenderti meglio. Responsabilità e colpe si spostano ancora sull’individuo. E il gioco è facile nel ricondurre la vulnerabilità economica a insufficienti conoscenze, scarsa capacità di pianificazione o comportamenti imprudenti, invece di interrogarsi anche sulle condizioni strutturali che producono quella vulnerabilità.


Il corso di “economia personale” del Comune di Milano
Dodaro al riguardo va nel concreto. Nella sua attività di ricerca ha osservato un servizio del Comune di Milano denominato “economia personale”, preferendo questa espressione a “educazione finanziaria” anche perché la parola finanza suscita spesso diffidenza. Dodaro ha partecipato agli incontri, seguito il corso online e intervistato responsabili ed educatori. L’obiettivo dichiarato è preventivo: aiutare le persone a pensare prima ai rischi futuri e imparare a organizzarsi autonomamente per affrontarli. Il futuro entra al centro della pianificazione: pensione, salute, casa, studi dei figli, longevità, perdita del lavoro. Il soggetto deve imparare a prevedere ciò che potrebbe accadergli e prepararsi economicamente. Uno degli educatori, racconta Dodaro, sintetizza il messaggio più o meno così: sapere significa poter scegliere; essere consapevoli permette di diventare padroni della propria vita. E se non si hanno i soldi? Bisogna anche imparare cosa ci si può ancora aspettare dallo Stato e dal datore di lavoro e cosa invece non ci si può più aspettare. Tutto quello che rimane fuori deve essere affrontato individualmente.


La piramide del futuro
Il corso propone una gerarchia: prima occorre conoscere con estrema precisione entrate e uscite, quasi amministrando la famiglia come una piccola impresa; poi bisogna “ottimizzare” l’indebitamento; successivamente proteggersi dagli imprevisti con assicurazione sulla casa, sanità integrativa, previdenza complementare. Solo alla fine si può pensare agli investimenti destinati agli obiettivi di vita. Dodaro evidenzia il paradosso nascosto. L’educazione finanziaria invita a immaginare il futuro, ma lo spazio dell’immaginazione è già organizzato, nessun spazio all’immaginazione, alle aspettative, alle aspirazioni. Prima devi mettere in sicurezza ciò che un tempo era, almeno in parte, garantito collettivamente, poi, se rimangono risorse, puoi pensare ai tuoi desideri. Dodaro si chiede e chiese: che senso ha sapere amministrare meglio il proprio denaro se alla fine devo coprire tanti rischi diventati improvvisamente responsabilità individuali?


Un approccio critico
Dodaro non propone quindi di rinunciare alle conoscenze finanziarie. Propone di andare oltre. Non ha risposte o soluzioni. Invita a ragionare. Un’educazione finanziaria critica dovrebbe insegnare a leggere un contratto ma anche chiedersi perché debba essere composto da tredici pagine incomprensibili. Dovrebbe spiegare una pensione integrativa ma anche interrogarsi sulle trasformazioni della previdenza pubblica. Dovrebbe insegnare a riconoscere pratiche predatorie, ma anche chiedere perché spetti solo al cittadino difendersi e quale ruolo possa invece avere la regolazione pubblica. E soprattutto dovrebbe riportare le decisioni finanziarie dentro il loro contesto economico, sociale e politico: l’economia non è un insieme neutrale di formule tecniche e molte delle cose che oggi ci vengono presentate come inevitabili sono il risultato di scelte che possono essere discusse e modificate. Un’educazione critica è possibile, è praticabile? «Questo corso rappresenta un buon tentativo».


Tornare alle cause
Non possiamo organizzare un mercato del lavoro che produce precarietà e salari bassi e poi chiedere alle politiche sociali di riparare indefinitamente i danni. Non possiamo ridurre le protezioni collettive e successivamente attribuire alle persone la responsabilità di non essere riuscite a costruirsi da sole pensione, sanità e sicurezza. Occorre tornare alle cause politico economiche: fisco, modelli industriali, lavoro, regolazione della finanza. E in particolar modo ricostruzione di un welfare pubblico che in questi anni ha perso sì risorse economiche, ma anche competenze, persone e capacità di intervento. Torniamo ai tre livelli iniziali elencati da Dodaro: macro, cambia il modo in cui il capitalismo accumula ricchezza; meso, cambiano le strategie delle imprese e dei servizi; micro, cambiano le vite delle persone e i rischi che ciascuno è chiamato a sopportare. Quest’ultimo livello impedisce di considerare la finanziarizzazione come un tema per economisti e specialisti. Quando pensione, salute, casa e sicurezza diventano progressivamente questioni da risolvere acquistando prodotti sul mercato, la disuguaglianza economica non riguarda più soltanto quanto possediamo: determina quanto siamo esposti al rischio, quanto possiamo proteggerci e quindi quanto siamo vulnerabili. La finanza può essere uno strumento. La finanziarizzazione comincia quando è la società a dover adattarsi alla sua logica. Quella del profitto su tutto.

  • Monica Andolfatto

    Componente della giunta esecutiva della Federazione Nazionale Stampa Italiana, dal 2017 è segretaria regionale del Sindacato giornalisti Veneto. Membro del comitato direttivo dei i due corsi di Alta Formazione ‘La passione per la verità e la costruzione di contesti inclusivi’ organizzati con l’Università di Padova e insieme a FNSI, Articolo 21, Sindacato Giornalisti del Veneto. Giornalista con la passione del linguaggio e del suo utilizzo nella pratica quotidiana di chi fa informazione. Impegnata nella difesa dei diritti dentro e fuori le redazioni. È fra le ideatrici e promotrici del Manifesto di Venezia, una delle “carte” di autoregolamentazione della categoria contro la discriminazione di genere e la violenza sulle donne attraverso parole e immagini. Cronista di nera del Gazzettino dal 2004 ha documentato, fra le altre, le inchieste dello scandalo Mose e dell’infiltrazione camorristica nel Veneto orientale. In precedenza libera professionista nei diversi ambiti della comunicazione.

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