Un debito pubblico enorme che trova sempre meno compratori. Un dollaro che non può più essere prodotto senza limiti. Una Borsa gonfiata dai capitali raccolti dai grandi gestori del risparmio. E, sullo sfondo, pensioni e assicurazioni di milioni di persone sempre più dipendenti dai mercati finanziari. Alessandro Volpi, nella seconda lezione nel corso on line organizzato da Unipd, Fisppa, Laboratorio Larios e La Cura del vero, parte dalla crisi degli Stati Uniti per ricostruire il meccanismo della finanziarizzazione e spiegare perché ciò che accade a Washington e a Wall Street riguarda direttamente anche noi. Per capire la finanziarizzazione bisogna partire dagli Stati Uniti. Non dalla Borsa, non dai grandi fondi e neppure dall’intelligenza artificiale. Prima viene il debito Usa. Nella lettura proposta da Volpi, gli Stati Uniti stanno attraversando una crisi strutturale – mai vissuta prima, nemmeno nel 1929 o nel 2008 – che non riguarda soltanto l’economia americana. Investe l’architettura finanziaria sulla quale una parte consistente del mondo occidentale ha costruito negli ultimi decenni crescita, pensioni, assicurazioni e risparmio. Cosa succede se il Paese che per decenni ha fornito al mondo la moneta e il debito considerati più sicuri non riesce più a convincere il mondo della propria credibilità/affidabilità/solvenza?
Una montagna di debito
Volpi parte da un dato: il debito pubblico statunitense si sta avvicinando, secondo le cifre richiamate nella lezione, ai 40 mila miliardi di dollari ed è cresciuto con una rapidità impressionante. Ma il vero cambiamento è un altro: quel debito trova sempre più difficilmente compratori fuori dagli Stati Uniti. Per decenni i Treasury (titoli di stato) americani sono stati considerati il bene rifugio per eccellenza. Li compravano Cina, Giappone, monarchie petrolifere, investitori istituzionali e grandi banche. Ancora dopo la crisi finanziaria del 2008, ricorda Volpi, una quota molto elevata del debito americano era detenuta all’estero. Oggi quella disponibilità si è ridotta. La Cina rinnova meno titoli, altri Paesi diversificano le proprie riserve, cresce l’acquisto di oro arrivato a qualcosa come 5.000 dollari all’oncia. Il segnale, per Volpi, è soprattutto uno: sta diminuendo la fiducia. E quando un debitore trova meno persone disposte a prestargli denaro, deve offrire rendimenti maggiori. Così gli Stati Uniti pagano interessi molto più elevati sui Treasury. Su un debito di queste dimensioni significa una spesa annuale gigantesca, tale – sottolinea Volpi – da essere ormai paragonabile e persino superiore alla già enorme spesa militare americana: 1.200 miliardi di dollaro circa di spesa sugli interessi, contro 778mila miliardi di dollari di spesa in armamenti. Si crea così un circolo vizioso: più il debito costa, più cresce la spesa per interessi; più cresce la spesa, maggiore è il bisogno di nuovo debito.
L’America non produce più come prima
Un debito enorme sarebbe più facilmente sostenibile se dietro avesse una capacità produttiva altrettanto enorme. Ma anche qui, secondo Volpi, qualcosa si è spezzato. Gli Stati Uniti non sono più la fabbrica del mondo. Decenni di delocalizzazioni e globalizzazione hanno trasferito una parte consistente della produzione in Asia, innanzitutto in Cina che rappresenta il 35% della produzione mondiale contro neanche il 10% Usa. È quindi cambiato il rapporto tra potenza finanziaria e potenza produttiva. L’America continua a rappresentare il cuore del sistema finanziario occidentale, ma non dispone più della stessa base industriale che in passato sosteneva la sua forza economica. Nasce un problema di credibilità: un Paese fortemente indebitato può continuare a finanziarsi facilmente finché il resto del mondo ritiene che la sua economia, la sua moneta e il suo potere politico garantiscano quel debito. Quando questa convinzione comincia a incrinarsi, cambia tutto.
Stampare dollari: il privilegio esorbitante è finito
Per decenni gli Stati Uniti hanno avuto un enorme vantaggio. Volpi lo definisce con l’espressione classica del “privilegio esorbitante” del dollaro coniata da Giscard d’Estaing. Essendo la principale moneta degli scambi internazionali, gli Stati Uniti hanno potuto produrre enormi quantità di dollari senza subire immediatamente le conseguenze che avrebbe subito qualsiasi altro Paese. È quello che avvenne anche dopo la crisi finanziaria del 2008. Gli Stati Uniti crearono una gigantesca quantità di liquidità per salvare banche, mutui e sistema finanziario. Perché quella massa monetaria non provocò un’inflazione devastante? Volpi individua due grandi “ammortizzatori”. Da un lato la Cina, che continuava a inondare i mercati occidentali di prodotti a basso prezzo, contribuendo a comprimere l’inflazione. Dall’altro l’Europa, che dopo la crisi adottò severe politiche di austerità e di contenimento della domanda (ne sa qualcosa la Grecia). In sostanza, nella ricostruzione di Volpi, una parte importante del costo del salvataggio americano fu assorbita dal resto del mondo. Oggi quelle condizioni non esistono più. La Cina non ha più interesse a sostenere indefinitamente il mercato americano alle condizioni del passato. L’Europa non è nelle stesse condizioni politiche ed economiche del 2011. E soprattutto una produzione massiccia di nuovi dollari rischierebbe di provocarne la svalutazione e alimentare nuova inflazione. Gli Stati Uniti, insomma, secondo Volpi non possono più semplicemente stampare moneta per comprare il proprio debito. Ed è questo uno dei passaggi che rende la crisi attuale diversa da quelle precedenti. E non ha mai puntato a ridurre il debito aumentando il gettito fiscale, (guai a tassare i patrimoni dei ricchi) come ad esempio in Italia.
Trump: dazi, petrolio e forza militare
È dentro questo quadro che Volpi colloca Trump. Non come origine della crisi, ma come risposta politica a una crisi già esistente. La prima risposta sono i dazi. L’idea è semplice: se il resto del mondo vuole vendere negli Stati Uniti, dovrà pagare. I dazi dovrebbero produrre nuove entrate fiscali e spingere le imprese a riportare le produzioni sul territorio americano. In altre parole: recuperare soldi e industria. Ma le filiere produttive ormai attraversano decine di Paesi. Molti componenti importati sono utilizzati dalle stesse imprese americane e quindi una parte del costo dei dazi finisce per ricadere sull’economia statunitense. La seconda risposta è l’energia: “drill, baby, drill” (è uno slogan della campagna elettorale prosidenziale del 2008 usati dai repubblicani e ripreso da Trump che significa più o meno tribvella, ragazzo, trivella) più petrolio e più gas, nella convinzione che gli Stati Uniti possano ricostruire una posizione dominante attraverso ciò che ancora possiedono in abbondanza. Poi arriva il terzo livello. Se non basta più l’egemonia economica, resta il potere militare.Volpi usa una formula gramsciana molto efficace: passare dall’egemonia al dominio. Se non si riesce più a esercitare la leadership perché gli altri riconoscono la tua superiorità economica e finanziaria, la tentazione diventa far pesare direttamente la forza, soprattutto nelle aree strategiche per energia e materie prime. In sintesi brutale: guerra.
Le gigantesche capitalizzazioni
Ma il debito pubblico americano è soltanto una parte del problema. L’altra è Wall Street. Mentre l’economia reale degli Stati Uniti mostra tutte queste fragilità, le Borse hanno raggiunto capitalizzazioni gigantesche. Volpi prende come esempio Nvidia. Il suo valore di Borsa, così come quello di Microsoft, Apple, Meta, Alphabet e delle altre grandi società tecnologiche, è cresciuto a velocità molto superiore rispetto ai risultati dell’economia reale. Il settore tecnologico e dell’intelligenza artificiale rappresenta ormai una quota enorme della capitalizzazione dei mercati americani. È qui che Volpi parla apertamente di bolla finanziaria: il prezzo delle azioni si è allontanato in maniera crescente dai fatturati e dagli utili effettivamente prodotti dalle aziende. Ma perché quelle azioni continuano a salire?
I nostri risparmi
È qui che entrano BlackRock, Vanguard e State Street. I grandi gestori globali non investono soltanto patrimoni di miliardari: “I padroni del mondo” come nel libro di Volpi (Laterza 2024) Raccolgono soprattutto una quantità sterminata di risparmio gestito. Fondi pensione, casse previdenziali, assicurazioni, polizze sanitarie affidano loro miliardi. I gestori costruiscono ETF (acronimo di Exchange Traded Funds, fondi a basse commissioni di gestione negoziati in Borsa come le normali azioni) e altri prodotti finanziari che comprendono le azioni delle grandi società tecnologiche. Il meccanismo descritto da Volpi è circolare: il lavoratore versa denaro nel fondo pensione; il fondo acquista un prodotto di un grande gestore; quel prodotto contiene Nvidia, Microsoft, Alphabet e altri titoli; il gestore utilizza quindi il risparmio raccolto per comprare quelle azioni. Quindi? La domanda cresce e con essa sale il prezzo delle azioni. Così una società può aumentare enormemente la propria capitalizzazione non solo perché vende molto di più o produce utili in proprorzione maggiori, ma perché enormi flussi di risparmio continuano a convergere sui suoi titoli. È una delle chiavi di lettura su cui Volpi insiste di più. La finanziarizzazione contemporanea non vive soltanto della ricchezza dei ricchi. Vive anche dei soldi di milioni di persone comuni. E così va a finire che la bolla finanziaria siamo noi.
Lo stato sociale arretra
Ma perché il piccolo risparmiatore entra in questo sistema? È il passaggio per comprendere come la finanziarizzazione si insinui nella vita quotidiana. Una volta si poteva scegliere se investire in Borsa. Oggi sempre più spesso non è più una vera scelta. Se la pensione pubblica viene considerata insufficiente, bisogna costruire una previdenza complementare. Se il sistema sanitario pubblico si indebolisce, cresce il bisogno di una polizza privata. Se lo Stato sociale arretra, le persone devono affidare al mercato finanziario la propria sicurezza futura. Ed è così – spiega con chiarezza Volpi – che milioni di lavoratori diventano investitori senza aver mai deciso veramente di esserlo. Le radici fondamentali della finanziarizzazione affondano quindi nella progressiva sostituzione di funzioni pubbliche con strumenti finanziari privati. Il risparmio del lavoratore entra nei fondi, dai fondi passa ai grandi gestori e dai grandi gestori finisce nelle Borse mondiali. Il cerchio si è chiuso.
Mercati e sicurezza sociale
Il problema diventa sociale. Se perde denaro un miliardario che ha investito una piccola parte del proprio patrimonio in azioni, le conseguenze sono limitate. Se perde valore il fondo nel quale un lavoratore ha costruito per trent’anni la propria pensione, la questione cambia radicalmente. La finanziarizzazione trasferisce così il rischio dei mercati dentro la sicurezza sociale delle persone. Ed è questo che rende la bolla attuale diversa da una semplice febbre speculativa. Le persone che potrebbero pagarne il prezzo non sono soltanto trader e grandi investitori. Sono pensionati, lavoratori, famiglie.
Debito e Borsa: stessi soldi sul piatto
A questo punto Volpi unisce i due tronconi della lezione. Da una parte gli Stati Uniti hanno bisogno di centinaia e centinaia di miliardi per continuare a finanziare il proprio debito. Dall’altra Wall Street ha bisogno di enormi flussi di denaro per impedire che le quotazioni gonfiate delle grandi società tecnologiche precipitino. Ma, sostiene Volpi, la fonte da cui attingono è sempre più la stessa: il risparmio mondiale. I grandi fondi devono quindi, in ultima analisi, decidere dove indirizzarlo. Verso i Treasury americani? Oppure verso Nvidia, Microsoft, Meta e le altre grandi società quotate? Se il denaro va al debito, potrebbe venire meno il carburante che sostiene la Borsa. Se va alle azioni, diventa più difficile finanziare il debito americano. Ecco perché, nella lettura di Volpi, debito pubblico e bolla finanziaria non sono due emergenze separate: sono due gigantesche strutture che competono per la stessa liquidità.
L’Europa e la “soluzione Draghi”
Anche l’Europa, secondo Volpi, ha cominciato a rendersi conto del problema. Ed è qui che entra in campo Mario Draghi. La lettura che Volpi propone del rapporto Draghi è molto netta: se il centro finanziario americano non è più in grado di garantire da solo la stabilità del sistema, l’Europa tenta di creare un proprio spazio di valorizzazione finanziaria. Per questo serve individuare un settore capace di attirare grandi quantità di capitale e garantire rendimenti elevati. Quale? Quello delal difesa. Il riarmo europeo diventa così non soltanto una scelta geopolitica, ma anche un possibile grande mercato finanziario verso cui trasferire capitali. Gli investimenti pubblici alimentano le commesse. Le commesse aumentano le prospettive di profitto. I titoli delle aziende della difesa salgono. Gli ETF li inseriscono nei propri portafogli. I fondi pensione possono cominciare a comprarli. Volpi al riguardo cita i casi della tedesca Rheinmetall e, per l’Italia, di Leonardo. Al rischio di una bolla americana si risponde costruendo un nuovo spazio di finanziarizzazione europeo. Bolla scaccia bolla.
Educare al rischio?
Volpi è chiaro: la finanziarizzazione non riduce automaticamente le disuguaglianze, anzi puòaumentarle. Chi possiede grandi patrimoni ha maggiori possibilità di diversificare, aspettare, cambiare investimento e assorbire le perdite. Chi dispone soltanto del proprio stipendio e di una pensione complementare no. Più la sicurezza sociale dipende dalla finanza, più le fasce fragili vengono esposte a un rischio che non hanno scelto e che spesso non calcolano e non “vedono” in quanto non dispongono degli strumenti per comprendere la complessità del fenomeno. Per Volpi, dunque, non basta rispondere invocando genericamente l’“educazione finanziaria”. Ci sono diritti – pensione, salute, sicurezza economica – che non possono essere semplicemente trasformati in un problema di capacità individuale di scegliere l’ETF migliore. Devono esistere spazi sottratti al rischio finanziario e garantiti dalla dimensione pubblica.
Fino a quando?
Il quadro costruito da Alessandro Volpi è inquietante proprio perché non descrive una crisi isolata. Descrive un sistema nel quale debito pubblico, mercati azionari, grandi gestori, pensioni, assicurazioni e politica sono diventati reciprocamente dipendenti. Gli Stati Uniti hanno bisogno del risparmio mondiale per finanziare il debito. Le Borse hanno bisogno dello stesso risparmio per sostenere quotazioni enormemente cresciute. I grandi fondi raccolgono quel denaro attraverso pensioni e assicurazioni. E gli Stati, dopo avere arretrato dal welfare, hanno reso sempre più necessaria proprio quella previdenza finanziaria. È questo il paradosso della finanziarizzazione. Il sistema appare sempre più lontano dalla vita quotidiana proprio mentre la vita quotidiana ne diventa sempre più dipendente. E la domanda che Volpi lascia aperta è forse la più semplice e la più difficile: fino a quando può reggere un modello che ha bisogno di una quantità continuamente crescente di risparmio per mantenere in piedi allo stesso tempo il debito, le Borse e perfino una parte della nostra sicurezza sociale?
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Componente della giunta esecutiva della Federazione Nazionale Stampa Italiana, dal 2017 è segretaria regionale del Sindacato giornalisti Veneto. Membro del comitato direttivo dei i due corsi di Alta Formazione ‘La passione per la verità e la costruzione di contesti inclusivi’ organizzati con l’Università di Padova e insieme a FNSI, Articolo 21, Sindacato Giornalisti del Veneto. Giornalista con la passione del linguaggio e del suo utilizzo nella pratica quotidiana di chi fa informazione. Impegnata nella difesa dei diritti dentro e fuori le redazioni. È fra le ideatrici e promotrici del Manifesto di Venezia, una delle “carte” di autoregolamentazione della categoria contro la discriminazione di genere e la violenza sulle donne attraverso parole e immagini. Cronista di nera del Gazzettino dal 2004 ha documentato, fra le altre, le inchieste dello scandalo Mose e dell’infiltrazione camorristica nel Veneto orientale. In precedenza libera professionista nei diversi ambiti della comunicazione.