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La Cura del Vero

La Borsa per tutti, il potere per pochi. Come l’informazione ha costruito il mito della finanza

C’è un momento, all’inizio degli anni Ottanta, in cui la Borsa esce dalle pagine specializzate dei giornali economici ed entra nelle case degli italiani. Non più soltanto listini, numeri e comunicazioni riservate agli addetti ai lavori. Diventa spettacolo, costume, e soprattutto promessa.
E questo grazie al ruolo svolto dall’informazione che ha reso la finanza non soltanto pervasiva nell’economia, ma familiare nell’immaginario collettivo.


Come siamo arrivati a considerare naturale un sistema che incide profondamente sulle nostre vite, pur essendo per la maggior parte delle persone difficile da comprendere e ancora più difficile da governare?
Una parte della risposta passa anche dai media. Lo sostiene Stefano Lamorgese nella seconda lezione del corso on line su “Inclusione e giustizia sociale: quali effetti della finanziarizzazione”, organizzato da Unipd, Fisppa, Laboratorio Lario, La Cura del Vero.
Perché la finanziarizzazione non si è imposta soltanto attraverso leggi, trasformazioni dei mercati e innovazioni tecnologiche. Ha avuto bisogno anche di parole, immagini, modelli culturali. Ha avuto bisogno di un racconto: e i media – in particolare tv e carta stampata – hanno contribuito a costruirlo.

Gli italiani entrano a “Piazza affari”
Le immagini degli archivi Rai riportano al 1981. Sandra Milo, nei panni inediti di intervistatrice, entra nel “recinto delle grida” della Borsa di Milano. Intorno a lei agenti di cambio, piccoli investitori, urla, telefoni, gesti convenzionali. Il messaggio che attraversa quelle immagini è quello di un mondo nuovo, dinamico, persino divertente. Sono gli anni in cui si afferma la cultura della “Milano da bere”, arrivano gli yuppies, il successo economico diventa stile di vita e la finanza acquista una sua rappresentazione popolare. Il piccolo risparmiatore non è più semplicemente colui che deposita i soldi in banca o acquista titoli di Stato: può diventare investitore, seguire le quotazioni, tentare l’affare.
In quella stessa trasmissione una frase oggi appare quasi paradossale. Alla domanda su chi compri le azioni, l’allora presidente della Borsa di Milano risponde che «i grandi capitalisti non hanno bisogno della Borsa», perché i loro affari li fanno altrove, attraverso finanziarie e banche. La Borsa, spiega, è soprattutto il mercato dei piccoli e medi risparmiatori.
Un paradosso quasi rassicurante allora, una paradosso devastante ora. Lamorgese è lapidario: la Borsa è il luogo nel quale i ricchi si fanno pagare i debiti dai poveri. Non una definizione tecnica, ma una lente politica attraverso cui guardare l’asimmetria fra chi governa i meccanismi finanziari e chi vi entra mettendo in gioco il proprio risparmio, e spesso la propria esistenza.
Altro che democratizzazione della finanza: il fatto che tutti possano accedere a un mercato non significa che tutti vi entrino con uguale potere, uguali conoscenze e uguali informazioni.
Insomma il gioco è lo stesso ma non tutti giocano con le stesse carte. Anzi. Quindi?
Lamorgese invita a ribaltare il punto di osservazione: non guardare soltanto a quanto rende un investimento, ma chiedersi chi dispone degli strumenti per governare il rischio e chi, invece, rischia di subirlo.

Il mercato diventa un personaggio
Dieci anni dopo il salto è già compiuto. Nel 1991 l’indimenticabile Everardo Dalla Noce racconta in diretta dal Tg2 le reazioni delle Borse alla tregua nella guerra del Golfo. Londra sale, Parigi sale, Francoforte scende, Milano registra un più 0,2 per cento. Lo fa con sicurezza, leggerezza, appunto familiarità. La finanza è ormai entrata nel linguaggio quotidiano dell’informazione generalista.
Ed è proprio il linguaggio uno dei punti centrali dell’analisi di Lamorgese. “Il mercato ha deciso”, “il mercato teme”, “il mercato premia”, “il mercato reagisce”: la personificazione trasforma un insieme complesso di soggetti, interessi e rapporti di forza in un’entità apparentemente autonoma. Quasi naturale. Quasi neutrale.
Il segno “più” acquista implicitamente un valore positivo, il “meno” diventa negativo. Ma positivo per chi? E negativo per chi? Provoca Lamorgese.
Una Borsa che sale può accompagnarsi a licenziamenti, riduzioni salariali, delocalizzazioni. Una ristrutturazione che produce soddisfazione nei mercati può scaricare costi enormi su una comunità. Eppure per molto tempo questa seconda parte della storia è rimasta ai margini della cronaca economica. È così che, secondo Lamorgese, si forma un immaginario staccato dai fatti.

Dalla cronaca alla mitologia dei grandi padroni
La stessa trasformazione riguarda i protagonisti. Gianni Agnelli, Silvio Berlusconi, i grandi capitani d’industria vengono progressivamente raccontati non soltanto per le decisioni economiche che assumono ma attraverso uno stile, una personalità, un’aura. L’elicottero, lo sci, il calcio, le battute, gli abiti, la ricchezza diventano parte del racconto. Il grande imprenditore acquista quasi le caratteristiche di un personaggio mitologico. Lamorgese parla addirittura di una sorta di “divinizzazione”. Il potere economico viene personalizzato e spettacolarizzato mentre le strutture che lo sostengono diventano meno visibili. È un meccanismo che sopravvive ancora oggi nelle cosiddette business news. Chi compra? Chi vende? Quanto vale l’operazione? Come ha reagito il titolo? Quale fondo ha finanziato l’acquisizione?
Domande necessarie. Ma non sufficienti. Restano spesso inevase quelle che riguardano la vita reale: l’impresa investirà ancora nella produzione? Il debito servirà all’innovazione o alla remunerazione degli azionisti? Cosa succederà all’occupazione? Ai salari? Alla ricerca? Ai fornitori? Al territorio? Alla qualità dei beni e dei servizi? Chi sopporterà davvero il rischio?
È qui che la finanziarizzazione smette di essere un concetto astratto. L’acquisizione di un’impresa non è mai soltanto una notizia societaria. Può decidere il futuro di centinaia o migliaia di famiglie, modificare gli investimenti in un territorio, incidere sul gettito fiscale, sui servizi, sulla qualità del lavoro. Anche nel racconto mediatico – osserva Lamorgese, si è prodotta una forte asimmetria: profitti, fusioni e acquisizioni vengono raccontati come fatti ordinari del mercato; i loro costi sociali conquistano le prime pagine soltanto quando diventano emergenza: quando ad esempio gli operai salgono sui tralicci e ci restano per settimane, quando gli operai piantano le tende davanti all’ingresso della fabbrica e lo presidiano per mesi.

Chi racconta l’economia
C’è poi una seconda domanda, inevitabile: chi racconta la finanza? Per comprenderlo, spiega Lamorgese, occorre guardare dentro la struttura proprietaria dei media italiani. Non perché la proprietà determini automaticamente ciò che scrive ogni giornalista, ma perché informazione, industria, finanza e talvolta politica convivono nello stesso ecosistema.
Fininvest resta un esempio evidente di integrazione tra settori differenti: la holding della famiglia Berlusconi possiede partecipazioni di controllo in MFE-MediaForEurope e Mondadori e mantiene una partecipazione importante in Banca Mediolanum. È dunque nello stesso tempo presente nella televisione, nella radio, nell’editoria libraria e periodica e nella finanza. RCS MediaGroup, editore tra gli altri del Corriere della Sera e della Gazzetta dello Sport, è controllato da Cairo Communication; i dati societari indicavano a gennaio 2026 Urbano Cairo al vertice della catena proprietaria con il 60,69 per cento del capitale ordinario. Nel marzo 2026 un altro passaggio importante ha ridisegnato la mappa editoriale italiana: Antenna Group ha annunciato l’acquisizione del 100% di Gedi da Exor, comprendendo la Repubblica, Radio Deejay, Radio Capital, m2o, Limes, HuffPost Italia e altre attività, mentre La Stampa (storica testata della famiglia Agnelli) è stata destinata al gruppo Sae. Il Sole 24 Ore è invece tornato sotto il controllo integrale del sistema Confindustria dopo l’operazione che nel 2025 ha portato al delisting ( la società aveva deciso di rimuovere volontariamente la propria quotazione per difficoltà finanziare). La struttura azionaria aggiornata al maggio 2026 attribuisce il 98,2 per cento a Confindustria e il restante 1,8 per cento a Confindustria Servizi. La Rai rappresenta il grande polo pubblico: il ministero dell’Economia e delle Finanze ne detiene il 99,56 per cento, mentre lo 0,44 per cento appartiene alla Siae, la società degli editori.
Una geografia che rende evidente quanto sia riduttivo considerare l’informazione come un settore separato dall’economia e che aiuta a comprendere quella che Lamorgese definisce una sorta di sudditanza psicologica dei media.

Dove sono finiti i soldi
Lamorgese mostra anche altri numeri che ci aiutano a capire un’altra trasformazione, forse quella più decisiva. Nel 2025 l’insieme dei mercati monitorati dall’Agcom – l’autorità che vigila su comunicazioni elettroniche, media, pubblicità online e servizi postali – valeva 58,84 miliardi di euro. Ma dentro quel totale le direzioni sono molto diverse. Tra il 2021 e il 2025 l’editoria quotidiana e periodica è scesa da 3,04 a 2,48 miliardi, perdendo il 18,2%. Nello stesso periodo la pubblicità online è passata da 5,54 a 8,42 miliardi di euro. Di questi, circa 7,37 miliardi riconducibili alle piattaforme. Il denaro, dunque, non è semplicemente scomparso dal sistema della comunicazione: si è spostato. Ed è uno spostamento che incide direttamente sull’indipendenza, sulla qualità e sulle condizioni materiali nelle quali l’informazione viene prodotta.

Dall’edicola alla piattaforma
C’è infine un ultimo passaggio. Negli anni Ottanta erano i giornali e i telegiornali a portare la Borsa nelle case degli italiani. Oggi, sempre più spesso, fra il giornalista e il cittadino c’è un intermediario.
Nel primo semestre 2025 Internet era la prima fonte di accesso all’informazione per il 55,8 per cento degli italiani, contro il 43,2 per cento della televisione. E quando ci si informa online, le due principali porte d’ingresso sono i social network, utilizzati dal 25,1 per cento, e i motori di ricerca, al 24,7 per cento. Circa il 30 per cento accede invece attraverso siti e applicazioni degli editori tradizionali.
Internet è ormai la principale porta di accesso all’informazione per una quota maggioritaria della popolazione italiana. All’interno della Rete, social network e motori di ricerca rappresentano due delle principali modalità attraverso cui le persone incontrano le notizie, mentre soltanto una parte degli utenti entra direttamente nei siti e nelle applicazioni degli editori.
È cambiato quindi anche il ruolo dell’intermediario. Prima era soprattutto il giornalista. Oggi tra giornalista e lettore c’è sempre più spesso un algoritmo. E questo algoritmo è di un privato, appartenente a giganteschi gruppi globali che controllano ricerca, socialità digitale, pubblicità e accesso alle informazioni: orientano le news e le possono persino manipolare. La distanza dal “recinto delle grida” degli anni Ottanta sembra ed è enorme. In realtà il filo è lo stesso: allora la finanza entrava nelle case grazie alla televisione. Oggi entra direttamente nello smartphone. Una “salto di qualità” quanto mai insidioso, reso ancor più insidioso dall’avvento dell’intelligenza artificiale. Quali possibili difese?

Chi protegge il piccolo risparmiatore?
Abbiamo compreso che la finanziarizzazione non riguarda soltanto la Borsa. Ha effetti su pensioni, mutui, prezzo delle abitazioni, costo degli alimenti, imprese, salari, sanità, istruzione, infrastrutture, debito pubblico, servizi alla collettività. La finanziarizzazione riguarda quindi soprattutto chi non si occupa di finanza.
Ed è proprio qui che l’informazione recupera o potrebbe recuperare una funzione sociale. Certo non quella di insegnare al cittadino quale titolo comprare. Bensì quella di permettergli di comprendere quali interessi si muovono dietro una decisione economica e quali conseguenze quella decisione potrà avere sulla sua vita. Dire che la Borsa sale non basta. Dire che i mercati apprezzano non basta. Raccontare il patrimonio di un miliardario senza spiegare da dove deriva non basta.
La domanda basilare rimane sempre: chi guadagna, chi rischia e chi paga il conto?
E se negli ultimi quarant’anni l’informazione ha contribuito a costruire il mito della finanza, accessibile, moderna, dinamica, inevitabile, nel 2026 il suo compito dovrebbe essere esattamente l’opposto. Togliere il mito. Rendere visibili i rapporti di forza. E restituire soprattutto a chi possiede meno strumenti critici la possibilità di comprende il mondo economico che ormai pare scegliere destini e futuri di ognuno di noi.

  • Monica Andolfatto

    Componente della giunta esecutiva della Federazione Nazionale Stampa Italiana, dal 2017 è segretaria regionale del Sindacato giornalisti Veneto. Membro del comitato direttivo dei i due corsi di Alta Formazione ‘La passione per la verità e la costruzione di contesti inclusivi’ organizzati con l’Università di Padova e insieme a FNSI, Articolo 21, Sindacato Giornalisti del Veneto. Giornalista con la passione del linguaggio e del suo utilizzo nella pratica quotidiana di chi fa informazione. Impegnata nella difesa dei diritti dentro e fuori le redazioni. È fra le ideatrici e promotrici del Manifesto di Venezia, una delle “carte” di autoregolamentazione della categoria contro la discriminazione di genere e la violenza sulle donne attraverso parole e immagini. Cronista di nera del Gazzettino dal 2004 ha documentato, fra le altre, le inchieste dello scandalo Mose e dell’infiltrazione camorristica nel Veneto orientale. In precedenza libera professionista nei diversi ambiti della comunicazione.

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