Le recenti discussioni pubbliche che hanno rimesso al centro l’ipotesi di percorsi scolastici separati per alunni e alunne con disabilità ci ricordano che l’inclusione non rappresenta una conquista irreversibile. Ogni volta che si torna a immaginare la differenza come qualcosa da collocare altrove, riaffiora una concezione della società fondata sulla separazione tra chi appartiene pienamente alla comunità e chi, invece, avrebbe bisogno di spazi “speciali”.
La storia dell’educazione ci insegna che le pratiche segreganti sono quasi sempre state giustificate come risposte più efficaci, più protettive o più adeguate ai bisogni delle persone. Solo successivamente è emerso con chiarezza che esse producevano effetti ben più profondi: limitavano le opportunità di partecipazione, alimentavano lo stigma, impoverivano le relazioni sociali e contribuivano a costruire una cultura della distanza anziché dell’incontro.
Non è un caso che i processi di esclusione abbiano spesso avuto origine proprio nei confronti delle persone con disabilità. Ma la storia dimostra anche che una volta legittimata la separazione di un gruppo, essa tende progressivamente ad estendersi ad altre forme di differenza: culturale, etnica, linguistica, sociale. L’inclusione, quindi, non riguarda soltanto la disabilità; riguarda il modello di società che scegliamo di costruire.
È in questo scenario che il contributo della Causal Agency Theory, sviluppata da Michael L. Wehmeyer e successivamente approfondita da Karrie A. Shogren, Sheida K. Raley e Mayumi Hagiwara, assume un valore che va ben oltre il dibattito pedagogico (Shogren & Raley, 2022; Moreira et al., 2025). Piuttosto che considerare l’autodeterminazione come una caratteristica individuale o come un insieme di abilità personali, questo approccio la interpreta come il risultato dell’interazione tra persone, relazioni, sostegni e contesti di vita. Una persona può esercitare la propria autodeterminazione quando la comunità rende realmente possibile la partecipazione, la scelta e il riconoscimento reciproco.
Questa prospettiva ci invita anche a riconsiderare il significato stesso dell’inclusione.
Troppo spesso ci si chiede se la presenza di alunni e alunne con disabilità nella scuola comune sia utile innanzitutto per loro. È una domanda comprensibile, ma parziale. L’inclusione non dovrebbe essere valutata esclusivamente in funzione dei benefici individuali. La presenza delle differenze nei contesti educativi, lavorativi e sociali rappresenta un bene per l’intera comunità.
Una scuola inclusiva non educa soltanto studenti e studentesse con disabilità. Educa tutte e tutti alla convivenza democratica, alla responsabilità reciproca e alla consapevolezza che la vulnerabilità non costituisce un’eccezione, ma una dimensione dell’esperienza umana. Allo stesso modo, i luoghi di lavoro, le associazioni, gli spazi culturali e i servizi diventano più ricchi quando imparano a confrontarsi con la pluralità delle condizioni di vita delle persone.
L’inclusione, dunque, non rappresenta un costo sostenuto dalla collettività per una minoranza, ma un investimento sociale e culturale che rafforza la qualità della democrazia.
In questa prospettiva assumono un ruolo decisivo i sostegni.
La ricerca internazionale evidenzia come l’autodeterminazione si sviluppi in contesti che promuovono partecipazione e appartenenza, piuttosto che in ambienti che limitano le opportunità di prendere parte alla vita comune (Shogren & Raley, 2022). I sostegni non sono semplicemente strumenti compensativi. Sono dispositivi di giustizia sociale che rendono possibile l’inclusione.
Essi sono indispensabili per le persone con disabilità, perché consentono di partecipare pienamente alla vita scolastica, lavorativa e sociale; sono fondamentali per le famiglie, che non vengono lasciate sole ad affrontare percorsi spesso complessi; sono una risorsa per insegnanti, educatrici ed educatori, operatori e operatrici, perché rendono possibile costruire contesti realmente inclusivi; sono, infine, un patrimonio per l’intera comunità, che cresce imparando a riconoscere il valore della diversità come elemento costitutivo della convivenza civile.
La segregazione produce effetti che vanno oltre l’organizzazione dei servizi. Produce rappresentazioni culturali. Quando il messaggio implicito diventa quello secondo cui alcune persone “stanno meglio” lontano dagli altri, il rischio è che si ricostruisca una cultura della vergogna e dell’invisibilità che molte famiglie hanno conosciuto nel passato. Per decenni numerosi genitori sono stati indotti a vivere la disabilità come una condizione da nascondere, da custodire nello spazio privato, quasi fosse motivo di imbarazzo sociale. Il movimento per l’inclusione ha contribuito a rompere questa cultura, restituendo alle persone con disabilità e alle loro famiglie il diritto di abitare pienamente gli stessi luoghi di tutti gli altri cittadini e di tutte le altre cittadine.
Anche le più recenti ricerche coordinate da Shogren e Hagiwara mostrano come il costrutto dell’autodeterminazione mantenga una struttura solida in contesti culturali differenti, confermando che non si tratta di un valore esclusivamente occidentale o individualistico. Al contrario, le possibilità di autodeterminazione dipendono dalle opportunità offerte dai contesti e dalla qualità dei sostegni disponibili (Moreira et al., 2025).
Difendere la scuola inclusiva, allora, non significa soltanto difendere un modello organizzativo. Significa scegliere quale idea di società vogliamo costruire.
Una comunità democratica non seleziona chi può partecipare e chi deve essere separato. Si trasforma affinché tutte le persone possano prendere parte alla vita comune.
È forse questa la lezione più attuale della Causal Agency Theory: l’autodeterminazione non è il privilegio di chi riesce da solo, ma il risultato di una responsabilità collettiva. È la capacità di una comunità di costruire relazioni, sostegni e contesti nei quali ogni persona possa essere riconosciuta come parte della stessa storia comune. Per questo motivo l’inclusione non rappresenta un beneficio destinato ad alcuni, ma un bene comune che rafforza la libertà, la dignità e la qualità democratica della società nel suo insieme.
Riferimenti
Moreira, C., Simões, C., Oliveira, A., Pereira, A., Rosário, P., Hagiwara, M., Shogren, K. A., & Santos, S. (2025). The factor structure of the Self-Determination Inventory Portuguese Translation for persons with and without intellectual and developmental disabilities: A confirmatory analysis. Journal of Intellectual Disability Research, 69(8), 675–681. https://doi.org/10.1111/jir.13249
Shogren, K. A., & Raley, S. K. (2022). Self-Determination and Causal Agency Theory: Integrating Research into Practice. Springer.
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Psicologa-psicoterapeuta perfezionata in Psicologia dell'orientamento alle scelte scolastico-professionali e ricercatrice presso il Dipartimento di Filosofia, Sociologia, Pedagogia e Psicologia Applicata dell'Università di Padova. Docente di "Psicologia dell'inclusione e della sostenibilità sociale" e di "Career Counselling e orientamento professionale in contesto multiculturale". Dal 2009 collabora con il Laboratorio La.R.I.O.S. all'organizzazione e all'attuazione di progetti di orientamento, e alla realizzazione di ricerche relative al tema delle vulnerabilità, dell'orientamento e dell'inclusione lavorativa. È membro del comitato direttivo del Laboratorio La.R.I.O.S., vicepresidente della Società Italiana di Orientamento (SIO) ed è membro dell'Advisory Board dell'International Journal for Educational and Vocational Guidance. Attualmente è coordinatrice del progetto europeo Equi-T (sistema europeo di sviluppo della qualità per l'educazione inclusiva e la formazione degli insegnanti).