Nel 1989 uscì un curioso film horror, divenuto poi un vero e proprio cult: “Society”, opera prima di Brian Yuzna. La locandina originale recava scritto, subito sotto il titolo: “It is a matter of good breeding. Really“. La storia narrata nel film è quella di Billy, un giovane rampollo di buonissima famiglia, la cui villa è a Berverly Hills, che conduce la vita tipica della gioventù privilegiata californiana, divisa tra studio e sport. Un giorno, però, scopre di non essere effettivamente membro del ceto a cui credeva di appartenere.
Dopo un processo doloroso di disvelamento costellato da sospetti e paure, nel bel mezzo di una grande festa Billy viene a sapere che i suoi genitori lo hanno adottato e che la sua privilegiatissima famiglia fa parte di una élite esclusiva che occupa i più alti ranghi della società. Si tratta di una vera e propria sottospecie umana, dedita a riti di cannibalismo e di fusione rituale dei corpi.
Il giovane, preso al laccio come un cane rabbioso e bloccato a terra in casa sua, scopre di essere stato allevato per tutta la vita come una preda, una vittima sacrificale atta a nutrire – letteralmente, nel film – gli appetiti dell’élite che è ora pronta a divorarlo. Glielo spiega con chiarezza uno degli ospiti del ricevimento: “Tu sei di una razza diversa dalla nostra, Bill. Una specie diversa, una classe diversa. Non sei uno di noi. Per far parte della società devi esserci nato: it’s a matter of good breeding, really”. Buona educazione e buona alimentazione: l’ambiguità è spietatamente efficace.
Questa tutt’altro che amena storiella ha quasi quarant’anni, ma sembra oggi una premonizione e può essere molto utile.
Il “caso Epstein” occupa da tempo le cronache di tutto il pianeta, o quasi. Certamente ne sono piene quelle dell’ “emisfero occidentale”, che sembra essersi risvegliato improvvisamente dopo una nottata di baldoria, alcool e metamfetamine, con molto più di un semplice mal di testa e troppi ricordi confusi dei quali ha la sensazione (se non la certezza) di doversi vergognare.
Élite, potere, supremazia
Il livello sociale, i patrimoni, la notorietà, il ruolo pubblico dell’enorme numero di persone coinvolte: tutto ciò – mentre vengono desecretati e resi parzialmente pubblici i documenti dell’indagine – sta trasformando l’intera vicenda in un monumentale specchio. È lì che occorre fissare lo sguardo per provare a capire chi siamo, come singoli individui e come società.
Mostri?
Proviamo a partire dal fondo: misuriamo l’indignazione che sta circondando tutta la storia di Jeffrey Epstein, ora che sono finiti nello stesso secchio, dopo i princìpi, anche i prìncipi. Il ricco finanziere ebreo, newyorkese e belloccio – morto suicida in carcere nel 2019 dopo una condanna per traffico di minorenni – era davvero un mostro, cioè, citando la Treccani: un “essere eccezionale, con caratteristiche estranee al consueto ordine naturale”? Proprio per niente.
Epstein era un campione del nostro modello culturale: ragazzo quasi prodigio con un grande talento musicale, si era fatto le ossa coltivando amicizie a Wall Street, aiutando i ricconi a eludere il fisco e guadagnandosi pane e companatico con il recupero crediti su vasta scala, tra incredibili “schemi Ponzi” e raggiri di più ordinaria portata.
Nel corso degli anni aveva costruito intorno a sé un ramificatissimo sistema di relazioni personali. Tutto il “bel mondo”, il jet-set, la crème de la société aveva il suo numero di telefono: presidenti, produttori, attrici, registi, ministri, artisti, politici, aristocratici e teste coronate, attori, deputati, finanzieri, tycoon, senatori… destra? Sinistra? Repubblicani? Democratici? Macché!
Epstein trattava due merci molto ricercate: i soldi (da celare al fisco) e il sesso (specie con minori), roba che piace e che si vende bene ovunque, a qualsiasi latitudine ideologica, specialmente se non si è vincolati da alcuna regola. A questa mercanzia Epstein aggiungeva, come si usa e conviene fare, il traffico di influenze, di informazioni riservate, di favori, prestiti, garanzie. E soprattutto ricatti: non a caso, le imprese erotiche dei suoi clienti erano molto spesso riprese di nascosto nelle numerose residenze di lusso che il furbo facilitatore metteva a disposizione dei suoi amici infoiati.
No, dunque: Epstein era forse un satiro, ma non era un mostro. I suoi clienti, i suoi amici, erano (e sono) quelli che comandano, in giacca e cravatta. A Wall Street come a Washington, a Riyad come a Parigi, a Londra, a Tel Aviv. I dettagli, la carne, la vita, il respiro delle vittime? Quello conta poco. E non è dirimente, a questo proposito, il giudizio morale che ciascuno di noi può esprimere. Quello che manca è un giudizio politico.
Eppure non dovrebbe essere difficile capire che il tanto ipocritamente esecrato circo internazionale di Epstein & Co., popolato da tanti maschi e femmine prepotenti e del tutto indifferenti alla dignità e al valore della vita altrui, coincide perfettamente con l’élite planetaria: quel famigerato 1% che s’ingrassa sul lavoro e la fatica del restante 99%. Serve dunque un salto di qualità, uno sforzo per superare la paralisi della fantasia.
Ecco infine perché torna utile, come si diceva più sopra, la sfrenata storia di Billy, il ragazzo di Berverly Hills che s’accorge della società di classe solo quando scopre di non essere abilitato ad esercitare il dominio, ma che a lui – bastardo – è riservato solo il ruolo della preda. Forse nelle alcove di Epstein, tra uno stupro e l’altro, ai tanti giovinetti asserviti al lubrico vizio dei potenti veniva detto proprio questo: it’s a matter of breeding, really.
[ “Society”, il film completo su YouTube: https://youtu.be/BFC7R059N2c ]
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Stefano Lamorgese (Roma, 1966) è un giornalista di formazione umanistica. Alla Rai dal 1990, ha lavorato per TG3, Rai International, Rai2 e Rainews24. Dal 2017 fa parte della redazione di Report/Rai3. Ha insegnato linguaggi multimediali e cultura digitale presso le università di Urbino, Ferrara e Perugia. È Vicepresidente dell'Associazione Amici di Roberto Morrione, che promuove dal 2011 il Premio giornalistico omonimo, dedicato agli Under30. Storico per passione, ha pubblicato con NewtonCompton "I signori di Roma" (2015).