La crisi petrolifera innescata dalla guerra di Stati Uniti e Israele contro l’Iran sta affossando
l’economia europea. Anche in caso di un ipotetico accordo, ci vorrà molto tempo,
addirittura anni per ritornare al livello ante-guerra, dicono gli esperti. E mentre i prezzi dei
carburanti alla colonnina continuano a crescere, fa specie pensare che l’Europa avrebbe
dovuto diventare il primo continente affrancato dai combustibili fossili. Mai come in questo
momento è percepibile la sensazione che la libertà europea e per esteso anche la
salvaguardia della sua democrazia dipendano anche dalla liberazione energetica.
Rivoluzione mancata
Sulla carta era tutto pronto: il Green Deal, varato con entusiasmo nel 2019, avrebbe
guidato ogni tappa della «rivoluzione ecologica», fino alla completa decarbonizzazione del
continente, prevista per il 2050. Saremmo diventati un’avanguardia mondiale delle
tecnologie verdi e della transizione energetica, con vantaggi per l’ambiente, per l’economia
e per il mercato del lavoro. Sette anni dopo, ci troviamo con una rivoluzione energetica
impantanata, con la Cina che ha surclassato l’intero Occidente sulle energie e sulle
tecnologie verdi e con l’Unione Europea costretta a frenare la svolta green di fronte alla
crisi di settori strategici, che scaricano solo sul Green Deal le colpe dei loro fallimenti. Dal
canto suo l’opinione pubblica teme di dover pagare di tasca propria una transizione di cui
capisce poco i contorni e l’effettiva efficacia, mentre si aggrava la crisi climatica con il
corollario di eventi atmosferici sempre più catastrofici. In questo limbo a metà, peraltro
appesantito da un contesto globale sempre più instabile e conflittuale, l’attuale dipendenza
dai combustibili fossili non sembra più sostenibile.
Hormuz vista dalla svolta green: la ricerca del King’s College di Londra
E allora sorge una domanda: come sarebbe stata la crisi di Hormuz in un mondo
alternativo, ma molto vicino al possibile, che ha scelto di privilegiare le rinnovabili, il vento,
il sole e le batterie piuttosto che il petrolio e il gas? Ha provato a rispondere un gruppo di
tre ricercatori del King’s College di Londra, pubblicando le conclusioni della loro
“speculazione scientifica” sulla rivista The Conversation. Nell’articolo i ricercatori hanno
innanzitutto chiarito come funziona oggi l’economia globale, che ancora dipende per l’80
per cento dalle fonti fossili. Petrolio e gas sono prodotti da pochi Paesi, concentrati in
Medio Oriente e per arrivare a destinazione viaggiano attraverso poche rotte marittime.
Queste rotte per giunta attraversano strozzature, come lo stretto di Hormuz, quello di
Malacca e il Canale di Suez che assumono così un enorme peso strategico. Una crisi in
questi punti riverbera immediatamente sull’economia mondiale, innalzando in modo
incontrollato i prezzi e l’inflazione e innescando una crisi globale a tutti i livelli, dalle catene
di approvvigionamento alle singole famiglie. I prezzi aumentano ancor prima che la crisi
manifesti i suoi effetti, proprio perché si teme un blocco degli approvvigionamenti. Ed è
così che un conflitto regionale diventa un’emergenza globale in pochi giorni.
Secondo la ricostruzione dei ricercatori, nel mondo alternativo, ma possibile, che privilegia
le rinnovabili, una crisi sullo stretto di Hormuz ha ancora un peso, ma è molto più leggero.
Le fonti fossili sono ancora usate ma solo in alcuni settori, mentre l’energia che serve nel
quotidiano è prodotta localmente e non incide sulle bollette delle famiglie. L’energia
elettrica, infatti, continua ad essere prodotta nonostante la crisi di Hormuz. Il trasporto su
strada è prevalentemente elettrico. Il riscaldamento si poggia su fonti rinnovabili vicine e
disponibili come pompe di calore, biomasse, energia geotermica o idrogeno verde. «Tutte
soluzioni già testate», chiosano i ricercatori. Risultato? «La sicurezza energetica
dipenderebbe molto meno dal controllo di rotte lontane, poggiandosi piuttosto su un
sistema domestico elettrico più distribuito e resiliente, con maggiore capacità di stoccaggio
e maggior distribuzione nella catena di approvvigionamento delle risorse».
Ma non sono tutte rose e fiori. I ricercatori sottolineano che anche questo sistema ha
debolezze e ricadute geopolitiche. Le energie rinnovabili dipendono da minerali critici
come litio, cobalto e terre rare e da catene manifatturiere avanzate che costruiscono i
pannelli solari, le turbine eoliche, le batterie. I nuovi “stretti di Hormuz” potrebbero proprio
essere gli hub che processano i minerali o gli impianti di semiconduttori.
Eppure, continuano i ricercatori, anche con questi limiti l’impatto di una guerra in Iran
sarebbe molto meno devastante: «I minerali sono molto più diffusi del petrolio e del gas e
meno concentrati in pochi posti». Non potrebbe succedere, insomma, che un solo stato
tenga in scacco l’intero Pianeta.
Dipendenza cinese: che cosa c’è di vero?
La paura della dipendenza dalla Cina, però, continua ad essere uno degli argomenti più
usati per sottolineare la fragilità della rivoluzione verde. E questa volta è Nicola Armaroli,
chimico, dirigente di ricerca del CNR, esperto di rinnovabili e di sistemi energetici, a
smontare la tesi, in un’intervista al Messaggero di sant’Antonio: «La Cina ha virato verso il
green non a caso – spiega – : al pari dell’Europa ha poche fonti fossili e ha cercato di
rafforzare la sua indipendenza energetica il più possibile, puntando in modo risoluto sulle
tecnologie disponibili; noi invece continuiamo a dipendere dai Paesi produttori di petrolio,
cambiandoli come si cambiano gli spacciatori in caso di guai geopolitici, per cui una
dipendenza reale e non ipotetica di sicuro già ce l’abbiamo. Tuttavia quando compriamo
pannelli solari o batterie dalla Cina, acquistiamo anche i loro materiali, il litio, le terre rare
ecc, che rimangono nostri. La scelta necessaria sarebbe quella di implementare processi
di riciclo adeguati, per tenere qui quei materiali e riutilizzarli. Saranno milioni di tonnellate
nei prossimi 20 anni. Un processo di riconversione che è ascrivibile alla nostra lunga
tradizione manifatturiera ed è quindi nelle nostre corde. Certo ci vogliono investimenti e
visione, ma ci guadagneremmo anche in nuove imprese e posti di lavoro. Una
metamorfosi che con il petrolio non potremmo mai fare».
Tutti argomenti che dimostrano che la decarbonizzazione non è più solo una questione
climatica, ma come concludono i ricercatori del King’s College «è anche una questione di
ridistribuzione di potere geopolitico, in vista – ce lo auguriamo – di una più grande
stabilità».
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Laurea in lingue, specializzazione in giornalismo. Specializzazioni linguistiche a Londra, Bristol, Universidad Complutense de Madrid. Corso Alta Formazione Università di Padova Fnsi “Raccontare la verità. Come informare promuovendo una società inclusiva”.
Vicecaporedattrice al “Messaggero di sant’Antonio”, curatrice dossier attualità. Impegnata nello sviluppo e comunicazione dell’odierna Caritas sant’Antonio, Onlus di promozione allo sviluppo.
Da più di 20 anni impegnata nel Sindacato Giornalisti Veneto, membro della Cpo Fnsi, ha fatto parte del Consiglio generale dell’Inpgi (fino 2024) e della commissione “Contributi e vigilanza”. Membro Associazione Italiana Giornalismo Costruttivo.
Cofondatrice e codirettrice artistica del Festival del Viaggiatore, festival di storie, esperienze e condivisioni nei luoghi minori, ma di grande rilevanza artistica e culturale del Veneto.
È tra gli autori di Comunicare nella Chiesa. Linguaggi Maschili e femminili (Emp), Memorie di realtà intraviste (storie di preti operai, ed Ogm, Edn), Le donne che fecero l’impresa. Nessun pensiero è mai troppo grande (Ed del Loggione).