E se, a distanza di un secolo pieno, ci trovassimo nuovamente alle prese con una riedizione, questa volta in versione 3.0, di quel proibizionismo che tra il 1920 e il 1933 negli Stati Uniti vide la messa al bando della fabbricazione, vendita, importazione e trasporto di alcool? Sia pur con un paio di sostanziali differenze, questo potrebbe essere uno dei possibili scenari che si prospettano all’orizzonte. Al posto dell’alcool, però, al centro di queste spinte proibizionistiche ci sono questa volta i bit, la rete e, soprattutto, i social.
Specie negli ultimi tempi, infatti, è stato tutto un susseguirsi di iniziative, a vari livelli, volte a individuare meccanismi ed accorgimenti per provare a disciplinare l’uso dei social in questa nostra nuova quotidianità nella quale è rapidamente e considerevolmente lievitata la “quota” digitale che oggi, sostanzialmente, interessa tutto, dal conto corrente agli acquisti, dalla scelta del medico di famiglia all’iscrizione dei figli a scuola, passando per l’informazione e i rapporti interpersonali.
Sul metaforico banco degli imputati (ma non tanto metaforico, basti guardare cosa è accaduto di recente in California a Meta e Google) siedono i giganti del web e le principali piattaforme accusate di tenere incollati agli schermi di smartphone e tablet per ore e ore (in media 3 o 4 al giorno con non rari picchi di sei o sette ore) soprattutto i più giovani: restringendo il discorso alla fascia di età 16-29 anni, in Europa la quota di fruitori abituali dei social è dell’89%!
È partendo da dati simili che ha iniziato a farsi strada questa nuova forma di proibizionismo. A fare da apripista è stata l’Australia che, già a partire dalla fine dello scorso anno, ha introdotto il divieto totale per i minori di 16 anni applicabile a Instagram, TikTok, Facebook, Snapchat, X, Reddit e YouTube. A ruota ci sono Paesi a ogni latitudine: dalla Malesia (che prospetta di introdurre un analogo divieto come quello australiano già nel corso di questo stesso anno) alla Francia che ha fissato per legge l’asticella per accedere ai social a 15 anni, dalla Norvegia alla Spagna, passando naturalmente per l’Italia dove è partito il dibattito per vietare l’accesso ai social ai minori di 15 anni (ma c’è sul tavolo anche una proposta che prevede il consenso dei genitori per i minori tra i 14 e i 16 anni e varie ipotesi per il blocco totale per i bambini fino a 5-6 anni).
In campo anche l’Europa che ha annunciato l’imminente rilascio di un’app che, in maniera anonima e senza alcun tracciamento, consentirà di “certificare” l’effettiva età: un po’ sul modello del green pass utilizzato durante la pandemia del 2020, il sistema risponderà solo con un sì o con un no (e dunque senza fornire l’esatta data di nascita e, men che meno, l’identità dell’utente) alla richiesta di accesso a una data piattaforma o sito fruibile da utenti che abbiano una predeterminata età.
Un sistema la bontà del quale – non manca, infatti, qualche perplessità – dovrà essere verificata strada facendo (anche se i test condotti in diversi Paesi, tra i quali l’Italia, andati avanti per un anno) e che comunque si pone sulla scia degli interventi tecnici.
Ma siamo sicuri che l’approccio tecnico sia quello più adeguato? Un interrogativo non di poco conto visto che, continuare a battere solo questa strada legata alla mera operatività finirebbe paradossalmente con l’alimentare ancor di più quel processo di impoverimento educativo digitale che spinge l’uomo in una posizione marginale rispetto a “macchine” estremamente performanti quali sono oggi molti dei device che utilizziamo. Ecco perché un cambio di paradigma nel provare a riscrivere le istruzioni per l’uso dei social, declinandole all’insegna di consapevolezza e responsabilità, appare oggi una scelta irrinunciabile: filtri e app, da soli, rischiano davvero di non bastare. Accanto ai necessari investimenti in tecnologia ne servono altri, altrettanto strategici, a cominciare da quelli che abbiano come destinatari le famiglie e le comunità educanti che non sempre sin qui hanno dato prova di sapersi muovere nel mondo digitale.
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Giornalista professionista, ha lavorato per oltre trent’anni alla Gazzetta del Sud dove è entrato da collaboratore della redazione di Siracusa nel 1987 finendo da caposervizio della redazione di Reggio Calabria.
Per oltre venti anni è stato anche corrispondente da Siracusa dell’Agenzia ANSA.
E’ autore – tra l’altro - di pubblicazioni dedicate al tema della disinformazione, alla gestione degli uffici stampa nell’era dei social e alle problematiche etiche e deontologiche legate al ruolo dell’intelligenza artificiale nei processi di produzione professionale dell’informazione.
Attualmente ricopre il ruolo di Presidente facente funzioni del Consiglio di Disciplina Territoriale dell’Ordine dei Giornalisti di Sicilia e, da settembre 2022, è anche Commissario del Corecom Sicilia, il Comitato Regionale per le Comunicazioni, organismo di consulenza dell’Assemblea Regionale Siciliana e della Giunta Regionale Siciliana. Per quest’ultimo organismo si occupa in maniera specifica di par condicio elettorale legata al sistema radiotelevisivo locale e di media education.