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La Cura del Vero

Educazione affettiva/sessuale, anatomia di un’ipocrisia

In Italia il tema dell’educazione affettiva/sessuale è uno dei numerosi campi di battaglia simbolici (e ideologici) in cui si confrontano imprenditori politici e di morale, impegnati in battaglie retoriche che mobilitano concetti come “gender” e “valori”, ma che non tengono in alcun conto la realtà effettiva della vita scolastica, fatta di insegnanti con competenze e culture personali e professionali molto diverse, curricoli in cui concretamente si intrecciano i temi di interesse, studenti reali che non sono una tabula rasa, ma attori attivi del processo scolastico e già portatori di culture del corpo socialmente e storicamente situate.

L’emergere ciclico di questo tema nel dibattito pubblico dipende innanzitutto dalle campagne mediatiche ed emergenzialiste connesse ai fenomeni di violenza di genere e ai casi più efferati di femminicidio.
L’ultimo ciclo è iniziato con la Direttiva ministeriale n. 83 “Educazione alle relazioni” (2023), varata dopo il femminicidio di Giulia Cecchettin: un documento pensato per reagire all’emergenza, ma costruito in opposizione all’idea stessa di “educazione sessuale” e infarcito di scelte lessicali tutt’altro che neutre: “relazioni” invece di “sessualità”, “consenso dei genitori” invece di “diritto all’educazione”. Il documento propone una formazione per gli insegnanti (in capo all’Indire) concepita secondo un modello top-down e riduzionista (in senso psicologistico).

La scelta di queste parole e il modello centralistico sono chiaramente un segnale politico.

Nel giro di poche settimane, la discussione nell’arena politico-mediatica si è trasformata in una pura guerra simbolica che oppone coppie concettuali quali famiglia contro gender, innocenza dell’infanzia contro presunta ideologia gender, libertà educativa contro propaganda.
In questo gioco di specchi, la scuola reale – fatta di classi, docenti e adolescenti concreti – scompare.

Questo fenomeno è il sintomo di una tendenza più profonda che possiamo definire come una sorta di “governance simbolica” della scuola, in cui le politiche educative diventano strumenti di posizionamento morale, piegate a dichiarare appartenenze piuttosto che a risolvere problemi.

Nel 2025 la maggioranza di governo (Fratelli d’Italia e Lega) ha introdotto nel dibattito il tema del “consenso informato preventivo” per ogni progetto di educazione affettiva, come richiesto da alcune associazioni cattoliche. Dietro questa formula tecnica si nasconde una logica di controllo e di sfiducia verso la scuola, chiamata a “proteggere i minori” da influenze ideologiche, nella speranza di riconsegnare una centralità alla socializzazione familiare. Queste pretese sono però velleitarie, e il “consenso informato” non è che un trucco per rendere difficile la vita agli insegnanti.

Le opposizioni  “progressiste” e una parte del mondo educativo hanno reagito parlando di censura e arretramento culturale. Ma anche da quella parte si resta spesso sul mero piano simbolico, della denuncia etica, senza entrare nella costruzione pragmatica di percorsi educativi e senza mettere realmente in discussione i principi di una morale scolastica che da sempre finge che la scuola non sia abitata da corpi desideranti. La cultura progressista esprime (o è espressione) di una forma estrema di intellettualizzazione dell’infanzia, della sessualità in generale, e di disincantamento della dimensione erotica della relazioni umane.

Questa ipocrisia riguarda un’intera società politica e giornalistica cresciuta in un universo sociale e mediatico ipersessualizzato ed erotizzato, costruito intorno a un immaginario fallico che flirta con la pornografia e la mercantilizzazione dei corpi e della sessualità. Questo mondo adulto – che esperisce il consumismo e l’edonismo più spinto – coltiva (paradossalmente) una idea duplice e contradditoria dell’infanzia e della prima adolescenza: come spazio-tempo da proteggere dalle contaminazioni di una società corrotta o violenta e come un mondo da reprimere e rieducare perché potenzialmente pericoloso e fuori controllo, in quanto già corrotto da tecnologie, consumismo e pornografia. Al di là delle rappresentazioni caricaturali dominanti, si agisce, da una parte e dall’altra, come se la scuola potesse risolvere le contraddizioni di una società iper-individualistica e anomica, e come se ciò fosse possibile grazie a pillole di super-io inculcate attraverso attività scolastiche.

Sia pseudo-conservatori che pseudo-progressisti combattono intorno a un’idea salvifica di scuola, rappresentata da entrambi come il luogo dove “proteggere” un’infanzia che andrebbe preservata dai rischi della tarda modernità, i cui vizi, da adulti, coltivano con assoluta nonchalance.
Entrambi considerano la scuola come un sanatorio sociale e un luogo di redenzione della società, senza interrogarsi su come concretamente qualsiasi progetto possa essere realizzato dentro realtà scolastiche multiformi e diseguali.

Il discorso andrebbe innanzitutto de-ideologizzato, facendo riferimento alla letteratura scientifica che, in modo univoco (OMS, UNESCO e numerose metanalisi internazionali), mostra che i programmi di Comprehensive Sexuality Education (CSE) riducono i comportamenti a rischio, rafforzano la capacità di comunicare e ottenere consenso, prevengono abusi e gravidanze precoci, migliorano l’autostima e la parità di genere.
Nel discorso politico italiano, queste evidenze non esistono e si parla per stereotipi, si citano studi parziali, si alimentano paure.
In sostanza, nella sfera pubblica il discorso morale prevale su un approccio scientifico, mentre nella scuola la sessualità viene rimossa proprio grazie al linguaggio scientifico. Per esempio, nei libri di testo della scuola primaria compaiono poche pagine sul corpo umano e sul sistema riproduttivo. Qui, si trovano disegni stilizzati e termini “tecnici” come uterovaginauretrapene. Queste pagine, a volte, possono essere usate come base per fare educazione sessuale, ma ci si dovrebbe interrogare su cosa accada davvero in classe quando si leggono. Il pudore nascosto dietro il linguaggio falsamente neutro della scienza rischia, infatti, di rendere stonato, falso e ipocrita anche il discorso scientifico. Ma è mai possibile che questi adulti non siano mai stati bambini, ragazzini e studenti?

Per quanto riguarda l’affettività, le iniziative dei docenti sono quasi sempre individuali e prendono spunto, generalmente, dalle vicende della vita scolastica. Difficilmente, però, fanno parte di una progettualità basata su competenze sociologiche, psicologiche e pedagogiche effettive; si fondano, nel migliore dei casi, sulla buona volontà e sul buon senso di singoli insegnanti.
Questi però rischiano di sentirsi minacciati dalla pressione esterna e dall’isteria di una certa politica che, sul campo della scuola, proietta conflitti morali fittizi nella speranza di un tornaconto elettorale. 

Una politica ipocrita che finge di “difendere i bambini”, pur sapendo che gli adolescenti imparano altrove (innanzitutto dai pari, poi nei social, nella pornografia online, nei video di influencer e youtuber). Questi sono gli ambiti della socializzazione dei ragazzi, dove si formano gli immaginari, si costruiscono le immagini del corpo, del desiderio, della maschilità e della femminilità.
Nel nome della “protezione”, si lascia che la socializzazione alla sessualità avvenga altrove, senza adulti, senza filtro critico, senza autoriflessività e consapevolezza.

Per uscire da questa trappola servirebbe una politica dell’educazione, non della comunicazione.
Una politica che restituisca alle scuole e agli insegnanti strumenti, libertà e sostegno morale e politico, perché possano svolgere con responsabilità e competenza la loro funzione educativa.
Soprattutto, una politica che accetti l’autonomia della scuola e degli insegnanti come garanzia di democrazia e pluralismo. Paradossalmente, la proposta di Valditara sul controllo dei genitori sui contenuti va in direzione contraria e opposta rispetto a quella centralità e autorità del docente che il Ministro aveva promesso di ripristinare nelle linee guida del 2025. In questo modo, al contrario, la scuola e gli insegnanti vengono ulteriormente screditati dalla politica e messi sotto lo scacco di quei genitori – trasformati in guardiani della morale – che il ministro affermava di voler tenere fuori dalla scuola.

Dunque, occorre rimettere la discussione coi piedi per terra.
La vera sfida è disinnescare la guerra morale e simbolica, restituendo alla scuola il diritto di essere pragmatica, non ideologica, plurale e di agire coniugando expertise scientifica e pratica scolastica. 

Per fare questo occorre, dunque, formazione, aggiornamento, ricerca e sperimentazione (dunque un modello partecipativo e orizzontale). Occorrono capacità di analisi della realtà e capacità di azione. Servono anche saggezza, tolleranza e intelligenza. Educare all’affettività o alla sessualità non è, infatti, militanza, ma cura del sociale. Le famiglie devono essere coinvolte nel progetto educativo della scuola, questo è chiaro, ma non sotto la forma del controllo, piuttosto coinvolti in forme di collaborazione dialogica. Tutto questo però si può realizzare con una rivoluzione educativa che rimetta al centro un progetto di autonomia scolastica effettiva, come bene comune, di una scuola dei professori, dei genitori, degli studenti e delle comunità. 

Una scuola dove gli insegnanti sono in condizioni di lavorare e il Ministro tace.

  • Marco Pitzalis

    Professore ordinario di sociologia presso il Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’Università di Cagliari, di cui è Direttore, è membro del Centre Européen De Sociologie et de Science Politique – EHESS de Paris. Ha diretto dal 2009 al 2022 il Centro Interuniversitario per la Ricerca Didattica e fondato e diretto nel 2023/2024 il Dottorato in Ricerca e Innovazione Sociale (UniCA). È membro del board della Rivista «Scuola Democratica» e di «Rassegna Italiana di Sociologia». Le sue ricerche si estendono dal campo delle politiche educative e dell’innovazione pedagogica e tecnologica nella scuola allo studio delle scelte scolastiche e dei dispostivi di orientamento, con particolare attenzione alle diseguaglianze sociali nella scuola.

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