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La Cura del Vero

Erdoğan: “Arrestate Netanyahu!”

La notizia è di ieri, 21 agosto 2026: il presidente della repubblica turca, Recep Tayyip Erdoğan, ha richiesto all’Interpol di emettere una “red notice” – una richiesta alle forze dell’ordine di tutto il mondo di localizzare e arrestare provvisoriamente una persona – nei confronti del presidente israeliano Benjamin Netanyahu e del funzionario Afek Moskovitch. La richiesta, resa nota dal ministro della giustizia Akin Gurlek, va collocata nell’ambito del procedimento aperto in Turchia per l’intervento armato contro gli attivisti della Global Sumud Flotilla, missione umanitaria internazionale che tentava di portare aiuti a Gaza.

Per le due personalità e per altri trenta funzionari israeliani erano già stati emessi alcuni mandati d’arresto con l’accusa di genocidio, l’ultimo proprio nel luglio scorso. Tra loro, particolare degno di nota, anche il ministro della difesa di Tel Aviv Israel Katz e il ministro per la sicurezza nazionale, il granguignolesco estremista Ben Gvir, nonché il capo di stato maggiore delle forze armate Eyal Zamir.

L’agenzia Reuters riporta la reazione immediata del governo israeliano all’iniziativa turca. Interpellato in merito alla dichiarazione di Gurlek, l’ufficio di Netanyahu ha riproposto la solita pretesa: «Il patetico tentativo del presidente turco Tayyip Erdogan di intimidire i leader e i soldati di Israele, l’unica vera democrazia in Medio Oriente, non avrà successo».

Siamo alle solite: i rapporti tra Ankara e Tel Aviv sono significativamente peggiorati dopo il 7 ottobre 2023, data del sanguinoso attacco di Hamas nel Sud d’Israele. Da allora sono crollati sia i rapporti commerciali che le diverse collaborazioni, anche in campo militare, attive tra i due paesi.

Degenerazioni
Questi episodi – atti formali, certo, ma soprattutto simbolici – fanno emergere con chiarezza sempre maggiore i ruoli che Tel Aviv e Ankara aspirano a svolgere nel quadrante mediorientale. Gli sfidanti mostrano i muscoli in ogni occasione, anche lasciando che a parlare siano le bombe.

Infatti, come gli analisti più esperti hanno chiarito, il brutale scambio tra Erdoğan e Netanyahu può essere certamente interpretato come uno degli esiti dello scontro in atto per l’egemonia in Siria, il paese disastrato dalla guerra che – dopo l’uscita di scena di Assad – si trova ora schiacciato tra i due bellicosi vicini. Non è stato certo un caso isolato, infatti, il bombardamento dell’aviazione israeliana su una base siriana, il 18 agosto, definito da Ankara come un segnale di “pericolose avventure” intraprese da Tel Aviv.

Il quadro generale
L’ambizione di tentare una sintesi, con i crateri ancora fumanti e le carte bollate fresche di stampa, è fuori dalla nostra portata. Tuttavia – sollecitati dagli eventi più recenti – ci sembra opportuno provare almeno ad allargare l’obiettivo attraverso il quale inquadriamo l’area del Mediterraneo orientale e del Medio Oriente.

L’ingombrante eredità ottomana
Abitualmente pensiamo alla Turchia per quello che è oggi: un grande paese sospeso tra Oriente e Occidente che occupa l’intera penisola anatolica e che ospita quasi novanta milioni di abitanti. Sappiamo che è membro della NATO e che ha uno dei più muniti e numerosi eserciti del pianeta. E sappiamo anche che il presidente Erdoğan è un autarca d’ispirazione islamista che non vede di buon occhio i processi democratici e che tiene sotto il suo tallone di ferro oppositori e minoranze.

Ma dovremmo anche ricordare che la Turchia di oggi è (e si sente) anche l’erede del grande impero ottomano, che inglobava al suo interno pressoché tutti i territori oggi al centro del confronto internazionale mediorientale. Erano ottomani i Balcani e buona parte delle coste del Mar Nero. Ma anche la Siria, il Libano, la Palestina (con l’attuale Israele), buona parte dell’Iraq, della penisola arabica e la bassa valle del Nilo, l’Egitto. Così come – andando verso Ovest – erano parte dell’impero anche la Libia, la Tunisia e l’Algeria, seppur limitatamente alle zone più prossime alla costa.

Insomma: tutti gli attuali scontri e confronti in Medio Oriente – escludendo l’Iran – hanno luogo all’interno di quello che un tempo fu l’impero governato dal magnifico palazzo di Topkapı, a Istanbul. Per quanto anacronistico, non è tuttavia del tutto pretestuoso, da parte di Ankara, giudicare tutto l’insieme dei processi in atto nell’area quasi come una “faccenda domestica”.

A rinforzare quest’immagine ancorata al passato, recentemente la Turchia ha promosso, in chiave spiccatamente nazionalista, una curiosa e originale lettura dell’intero Mediterraneo orientale.

“Patria blu”
In turco: Mavi Vatan. È questo il nome di una dottrina politica che fu elaborata fin dal 2006 da alcuni alti ufficiali della marina turca, tra i quali figurano Cihat Yaycı, capo di Stato maggiore delle forze navali turche dal 2017 al 2020 e l’ammiraglio Cem Gürdeniz.

Secondo loro, lo spazio marittimo attualmente riconosciuto alla Repubblica turca è troppo esiguo e – soprattutto nei confronti della vicina Grecia – esageratamente squilibrato a favore di Atene. L’idea alla base della “Patria blu” è quella di rivendicare, rinegoziando ogni metro quadrato d’acqua salata, un’area molto più vasta. Tale da proiettare Ankara tra le “grandi potenze” marittime del Mediterraneo. Non a caso, nella definizione dei nuovi limiti territoriali auspicati, il mare turco si spingerebbe fino alle zone d’interesse economico esclusivo della Libia e di Cipro, creando così un ponte “neo-ottomano” tra mediterraneo centrale e orientale.

Non solo mare
Al di là dei sogni egemonici degli ammiragli turchi, a rinsaldare l’idea grandiosa di sé che la Turchia sta costruendo, si deve poi aggiungere anche il recentissimo accordo di mutua difesa e assistenza militare firmato lo scorso 7 agosto, a La Mecca, tra Arabia Saudita, Pakistan e Turchia. Un’alleanza – benedetta dagli USA impelagati nel Golfo Persico – che vorrebbe costituire uno degli asset strategici intorno ai quali far ruotare la politica estera occidentale nell’area. Ovviamente, forse non c’è nemmeno bisogno di specificarlo, in chiave anti-iraniana.

Sogni israeliani
A pensare in grande non c’è solo Ankara. Anche Tel Aviv – senza scomodare le fantasie sulla “Grande Israele”, che pure in molti considerano temibili – ha una sua lettura larghissima, estesa nel tempo e nello spazio.

L’esagono con la stella di Davide
Lo scorso 22 febbraio il premier Natanyahu, proprio quello che Erdoğan ha chiesto di arrestare, pronunciò un discorso di grande respiro. Quel giorno, di fronte ai suoi ministri, il capo del governo israeliano prefigurò, dandogli la forma di un esagono, le future alleanze strategiche del suo paese.

«Nella visione che ho davanti a me, creeremo un intero sistema, essenzialmente un “esagono” di alleanze intorno o all’interno del Medio Oriente. Questo include l’India, le nazioni arabe, le nazioni africane, le nazioni del Mediterraneo (Grecia e Cipro) e nazioni asiatiche che al momento non specificherò».

Poco prima aveva ricordato la storica alleanza con gli USA e la sua personale amicizia con Donald Trump. Poi aveva decantato gli specialissimi rapporti, anche questi personali, con il primo ministro indiamo Narendra Modi, le sue visite a Dehli e le magnifiche sorti e progressive del paese con la stella di Davide. Ma l’esagono, per quanto vago, fu un vero colpo di scena.

Come ha spiegato Kobi Michael sul N.5 di Limes del Giugno 2026: «L’Esagono di Netanyahu si presenta come un cambio di paradigma. Questo progetto infatti riconfigura l’ambiente operativo israeliano, evolvendo dagli accordi diplomatici e dalla deterrenza bilaterale verso un’architettura multidimensionale che integri sicurezza, connettività infrastrutturale e cooperazione geoeconomica. La vera sfida per Israele sarà colmare il divario tra l’astratta visione politica e la creazione di una solida architettura istituzionale e operativa».

Prosegue Michael: «Per iniziare a concretizzare la visione vi sono due presupposti fondamentali. Il primo è un successo nella guerra con l’Iran (…) un cambio di regime (…) Secondo Netanyahu, la débâcle persiana innescherebbe un “effetto domino” nei confronti di Ḥizbullāh e di Ḥamās, rendendo possibile il disarmo di entrambi e scoraggiando gli ḥūṯī a fare la loro parte nel conflitto. Di fatto porterebbe allo smantellamento del cosiddetto asse della resistenza e a un radicale cambiamento negli equilibri di potere, sicurezza e deterrenza in Medio Oriente.

«Il secondo è impedire che un nuovo asse sunnita radicale – guidato dalla Turchia – possa rafforzarsi nel vuoto di potere creatosi a seguito dell’indebolimento dell’Iran e dell’asse della resistenza. Lo Stato ebraico e i suoi partner hanno come obiettivo impedire il rafforzamento o la ricostituzione di questi due assi minacciosi, in modo da garantire sicurezza, stabilità e prosperità economica».

Conclusioni (per modo di dire)
Sembra di capire, dunque, che l’atto pubblico d’accusa mosso da Recep Tayyip Erdoğan con la richiesta inviata all’Interpol, che potrebbe apparire come poco più di un’aggressiva boutade diplomatica, vada inscritto invece nel quadro più ampio dei difficili e complessi rapporti tra tutti i protagonisti seduti intorno al tavolo.

E soprattutto che la rivalità israelo-turca, riaccesasi dopo il 7 ottobre, può anche essere letta come una gara a chi sa meglio ingraziarsi l’indispensabile alleato di Washington, il vero convitato di pietra (e fornitore di armi), che oggi è guidato dall’erratico e bellicista Trump ma domani… chissà?

  • Stefano Lamorgese

    Stefano Lamorgese (Roma, 1966) è un giornalista di formazione umanistica. Alla Rai dal 1990, ha lavorato per TG3, Rai International, Rai2 e Rainews24. Dal 2017 fa parte della redazione di Report/Rai3. Ha insegnato linguaggi multimediali e cultura digitale presso le università di Urbino, Ferrara e Perugia. È Vicepresidente dell'Associazione Amici di Roberto Morrione, che promuove dal 2011 il Premio giornalistico omonimo, dedicato agli Under30. Storico per passione, ha pubblicato con NewtonCompton "I signori di Roma" (2015).

Cartina da: Limes
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