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La Cura del Vero

Saper “giocare” a Shanghai. Come valorizzare l’eccellenza diffusa del sistema italiano?

Ogni 15 agosto la classifica di Shanghai produce in Italia lo stesso piccolo rito collettivo. Si guarda alle prime cento università del mondo, si constata che non ce n’è nessuna italiana e si ricava immediatamente la diagnosi che l’università italiana è mediocre, provinciale, incapace di competere. Seguono, con impressionante regolarità, le invocazioni alla meritocrazia, alla competizione, alla differenziazione tra atenei e alla necessità di concentrare le risorse sulle università “migliori”.

Se analizziamo i dati, però, uscendo dalla logica puerile del palmarès sportivo, si ottiene una quadro quasi opposto. Nell’Academic Ranking of World Universities 2026, l’Italia conta 42 istituzioni tra le prime mille del mondo. Stiamo dietro solo a Cina, Stati Uniti, Regno Unito e Germania. Dunque, emerge che in Italia, non abbiamo nulla di paragonabile a  Harvard, Stanford o Cambridge. E non potrebbe essere altrimenti, dato il quadro storico e geo-politico, l’egemonia economica e finanziaria, la storia del colonialismo e il dominio linguistico e culturale globale dell’impero Anglo-americano. Ciononostante, abbiamo un numero straordinariamente elevato di università in grado di collocarsi nel segmento superiore della ricerca mondiale.

Il punto, dunque, non è che l’Italia possiede poche università eccellenti, ma che  possiede un sistema universitario diffusamente forte che non concentra il proprio capitale scientifico in poche gigantesche istituzioni. Purtroppo, Shanghai non è fatta per vedere questo.

Che cosa misura davvero Shanghai

Prima di usare una classifica bisognerebbe domandarsi che cosa classifica. L’ARWU nasce nel 2003 alla Shanghai Jiao Tong University con uno scopo molto preciso: misurare quanto le università cinesi fossero distanti dalle grandi università di ricerca statunitensi. Non nasce, dunque, da una teoria universale della buona università. Nasce come uno strumento di politica pubblica cinese e viene costruito prendendo come riferimento un modello storico-istituzionale specifico: la grande università di ricerca angloamericana. I suoi criteri sono coerenti con questo obiettivo. Premiano i premi Nobel e le medaglie Fields, i ricercatori altamente citati, le pubblicazioni su Nature e Science, la produzione scientifica indicizzata e il rendimento scientifico in rapporto alla dimensione dell’istituzione.

Shanghai non misura dunque la qualità della didattica, il diritto allo studio, la capacità di un’università di garantire la mobilità sociale o la copertura territoriale del sistema. Inoltre, non misura la formazione delle professioni, la funzione civile delle università, il contributo allo sviluppo delle aree periferiche né la riduzione delle disuguaglianze territoriali. È stato costruito con l’obiettivo di misurare la concentrazione istituzionale di capitale scientifico internazionalmente visibile. Non c’è nulla di scandaloso. Ogni indicatore seleziona una porzione della realtà. Il problema nasce quando quella porzione viene trasformata nella realtà stessa.

Il paradosso italiano

Se guardiamo Shanghai dalla prospettiva delle singole istituzioni, l’Italia sembra debole perché non compare nella Top 100. Se invece guardiamo alla distribuzione del sistema ci appare un altro paesaggio.    Quarantadue università italiane entrano tra le prime mille. In altri termini, una quota molto ampia del sistema universitario nazionale è abbastanza forte da collocarsi nella fascia internazionale selezionata da un ranking costruito, peraltro, secondo criteri particolarmente sfavorevoli alla sua organizzazione istituzionale. Questo dovrebbe suscitare almeno una domanda.

Come riesce un paese che investe relativamente poco nell’università, che dispone di atenei mediamente molto più piccoli rispetto ai grandi conglomerati scientifici internazionali e che non possiede la forza linguistica, finanziaria e geopolitica del mondo anglosassone a mantenere una presenza così diffusa nella ricerca mondiale?

La risposta dovrebbe indurre a una certa prudenza prima di diagnosticare il fallimento dell’università italiana. La realtà è che forse non è un sistema inefficiente, bensì straordinariamente produttivo rispetto alle risorse disponibili.

Il problema dell’Italia non sembra essere l’assenza di qualità, bensì la difficoltà di trasformare una qualità distribuita in una potenza istituzionale concentrata.

Sono due problemi completamente diversi.

La Francia lo ha capito

La vicenda francese è istruttiva (e l’abbiamo presentata ai decisori politici fin dal 2009 in Corradi, F. a cura di, 2009, Alla ricerca dell’eccellenza: le politiche per l’eccellenza nell’istruzione superiore in quattro paesi europei. LED). Quando le prime classifiche di Shanghai mostrarono risultati ritenuti deludenti, la Francia non si limitò a ordinare alle singole università di competere meglio tra loro. Fece una scelta politica specifica: cambiare la scala istituzionale della competizione.

A partire dal 2007 i governi francesi incentivarono fusioni, raggruppamenti, federazioni e grandi poli scientifici. La frammentazione della ricerca francese tra universités, grandes écoles e grandi organismi nazionali – CNRS, Inserm, CEA e altri – rendeva infatti molto meno visibile nei ranking la reale capacità scientifica del paese.

Paris-Saclay rappresenta il caso più spettacolare. Quella che Shanghai colloca oggi stabilmente ai vertici mondiali non è semplicemente l’equivalente francese della Sapienza, di Bologna o di Padova. È il risultato della concentrazione, sotto una medesima architettura istituzionale, di università, grandes écoles, laboratori e organismi di ricerca.

Si può discutere a lungo se sia sensato riorganizzare un sistema universitario anche per rispondere a una classifica. Personalmente penso che ci sia qualcosa di profondamente assurdo nel consentire a un ranking di contribuire a ridisegnare l’architettura istituzionale della conoscenza.

Ma almeno quella francese è stata una strategia. La Francia ha compreso che, se la competizione è globale, uno Stato non può limitarsi a mettere in concorrenza tra loro le proprie istituzioni. Deve costruire la capacità complessiva del sistema. Ha cioè giocato a Shanghai con gli strumenti della politica pubblica.

L’Italia ha fatto il contrario.

Negli stessi anni l’Italia ha seguito una direzione quasi opposta. Da circa venticinque anni la politica universitaria italiana è attraversata dall’idea che il principale problema dell’università sia l’insufficiente concorrenza tra gli atenei. Dunque, i liberisti della cattedra (vi ricorderete i Giavazzi, gli Ichino, per citarne alcuni) hanno invocato un’autonomia competitiva, la valutazione, la quota premiale del Fondo di finanziamento ordinario, indicatori di performance, la differenziazione crescente tra le sedi, incentivi alla mobilità degli studenti verso gli atenei considerati migliori, la competizione per il personale e per i finanziamenti.

Il paradigma sottostante è quello del quasi-mercato universitario. La credenza di questi aspiranti stregoni è che, se le risorse fossero distribuite in base ai risultati, le università migliori crescerebbero, quelle peggiori sarebbero costrette a migliorare e il sistema, nel complesso, diventerebbe più efficiente. Sulla base di questo paradigma hanno pure chiesto di liberalizzare le tasse universitarie, mettendo in difficoltà le classi medie.

Ma questa teoria omette un elemento: le università non competono in condizioni iniziali eguali a livello nazionale.

Se premi un’università per la capacità di attrarre studenti da altre regioni, premi anche la sua collocazione geografica. Se la premi per l’occupazione dei laureati, stai introducendo nel finanziamento universitario le differenze tra i mercati del lavoro regionali. Se premi la capacità di ottenere finanziamenti competitivi in un sistema in cui, per ottenerli, servono strutture amministrative, personale e risorse iniziali, introduci inevitabilmente meccanismi cumulativi. Si produce un classico effetto San Matteo in cui il vantaggio genera risorse, le risorse generano performance, le performance generano nuove risorse.

Competere con Harvard?

Qui emerge l’aspetto più surreale della strategia italiana. Abbiamo cercato di importare il modello competitivo anglosassone pur non possedendo quasi nessuna delle condizioni che lo rendono possibile.

Le grandi università americane operano all’interno di uno spazio geopolitico globale dominato dagli Stati Uniti, utilizzano la lingua franca della scienza mondiale, attraggono studenti e ricercatori dall’intero pianeta, dispongono di endowment giganteschi, di filantropia privata, di tuition molto elevate e, soprattutto, di enormi finanziamenti pubblici alla ricerca.

Oxford e Cambridge operano nello stesso spazio linguistico globale e beneficiano di una capacità di attrazione sedimentata da secoli.

Pensare che un’università italiana possa essere semplicemente messa “in competizione” con queste istituzioni attraverso qualche punto aggiuntivo della quota premiale dell’FFO significa confondere la retorica della competizione con l’analisi delle condizioni materiali che la caratterizzano.

È come organizzare una Formula 1 distribuendo utilitarie ai concorrenti e spiegando loro che la pressione competitiva le trasformerà spontaneamente in Ferrari, semplicemente dando alle migliori un po’ più di carburante.

Il vero patrimonio italiano è il sistema

C’è però una conseguenza ancora più grave. La politica della competizione rischia di distruggere proprio ciò che rende particolare il caso italiano, cioè la diffusione territoriale della capacità scientifica. Roma, Bologna, Padova, Milano, Torino, Pisa, Napoli, Firenze, Pavia, Trento, Bari, Catania, Genova, Cagliari e molti altri centri costituiscono una rete di produzione della conoscenza relativamente distribuita sul territorio. Questa struttura ha limiti evidenti. Ma possiede anche un enorme valore pubblico. Un’università non produce soltanto paper ma anche medici, insegnanti, ingegneri, magistrati, amministratori, professionisti e ricercatori. Forma classi dirigenti locali. Alimenta ospedali, scuole, amministrazioni e imprese. Costituisce uno dei pochi grandi dispositivi di circolazione nazionale del capitale culturale. Un’università forte a Cagliari, Bari, Palermo o Cosenza non è un duplicato inefficiente di Milano ma costituisce un’infrastruttura nazionale.

Una politica pubblica non dovrebbe lavorare per trovare la nostra università migliore per gettarla nell’arena dei giganti ma dovrebbe lavorare per costruire un sistema universitario che difenda l’interesse nazionale dell’Italia.

Dalla competizione alla cooperazione

Questo non significa distribuire risorse indipendentemente dai risultati, né difendere qualsiasi assetto esistente. Significa cambiare unità di analisi. Invece di organizzare una guerra distributiva permanente tra atenei, si potrebbero costruire politiche per grandi reti scientifiche nazionali, alleanze territoriali, infrastrutture condivise, dottorati federati, piattaforme tecnologiche comuni, mobilità strutturata dei ricercatori, accesso nazionale alle grandi apparecchiature, specializzazioni complementari, poli universitari regionali. La concorrenza può esistere all’interno di un sistema cooperativo, ma dovrebbe essere progettata politicamente e non lasciata al riduzionismo economicista che guida l’attuale fase di pseudo-riformismo.

Francia e Germania, con strumenti molto diversi tra loro, hanno almeno mantenuto questa consapevolezza: la competizione internazionale richiede capacità di aggregazione nazionale.

L’Italia ha troppo spesso trasformato la competizione internazionale in competizione interna. Una strategia che rischia di diventare autolesionistica.

Lo scorpione riformista e la rana universitaria

Da venticinque anni continuiamo a raccontarci che l’università italiana deve essere riformata perché non è abbastanza simile a un modello che non possiamo riprodurre materialmente.

Nel frattempo riduciamo o comprimiamo le risorse, aumentiamo la competizione distributiva, differenziamo le istituzioni, accentuiamo le fratture territoriali e poi utilizziamo le conseguenze di tale differenziazione come prova della necessità di ulteriore differenziazione.

È la logica dello Scorpione e della Rana. Uno scorpione riformista che ha nella sua natura quello di ammazzare il sistema universitario sul quale esercita la propria fantasia pseudo-riformista (vedere a questo proposito il recente libro di Cappa e Gavosto L’università sotto esame (Il Mulino 2025).

Nonostante le continue punture dello scorpione riformista, il sistema universitario italiano continua a produrre ricerca di livello internazionale e a mantenere una diffusione territoriale della qualità che molti altri sistemi non possiedono. E invece di domandarci come rafforzare questa caratteristica, continuiamo a cercare di trasformarla in qualcos’altro.

Shanghai, paradossalmente, potrebbe servirci proprio per capovolgere la diagnosi. In definitiva, lasciamo gli sciocchi a discutere perché nessuna università italiana è come Harvard e cerchiamo di capire comefacciano quarantadue università italiane a stare tra le prime mille del mondo, nonostante le condizioni in cui sono costrette a operare.

A questo punto possiamo decidere se vogliamo utilizzare questa forza per costruire un sistema nazionale della conoscenza oppure continuare a deteriorarlo in una competizione interna tra istituzioni strutturalmente sottofinanziate. La prima è una politica universitaria; il secondo è uno pseudo-riformismo, culturalmente povero e politicamente subalterno, che prova a giocare a Shanghai senza aver capito le regole del gioco.

  • Marco Pitzalis

    Professore ordinario di sociologia presso il Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’Università di Cagliari, di cui è Direttore, è membro del Centre Européen De Sociologie et de Science Politique – EHESS de Paris. Ha diretto dal 2009 al 2022 il Centro Interuniversitario per la Ricerca Didattica e fondato e diretto nel 2023/2024 il Dottorato in Ricerca e Innovazione Sociale (UniCA). È membro del board della Rivista «Scuola Democratica» e di «Rassegna Italiana di Sociologia». Le sue ricerche si estendono dal campo delle politiche educative e dell’innovazione pedagogica e tecnologica nella scuola allo studio delle scelte scolastiche e dei dispostivi di orientamento, con particolare attenzione alle diseguaglianze sociali nella scuola.

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