Fondamenti di un progetto autoritario. Le tappe, i passaggi, gli strumenti, i siti che ne parlano. Ecco perché ragionare su Donald Trump ci interessa, molto da vicino
“In appena dieci settimane, Trump ha imposto la sua volontà su chiunque sia da lui percepito come un avversario: negli affari, in politica, nei media. E anche nei confronti di nazioni alleate, sfruttando il proprio potere in modi mai usati in tempi moderni da un presidente USA”. È quanto scrivono (https://www.reuters.com/world/us/trump-uses-power-against-foes-unlike-any-other-modern-us-president-2025-04-02/) James Oliphant e Jeff Mason, firme della celebre agenzia di stampa Reuters, in un loro editoriale di oggi, 2 Aprile.
“La sua amministrazione” continuano i due autori “ha cercato di arrestare ed espellere studenti che protestavano, ha trattenuto fondi federali destinati alle università, ha ostracizzato studi legali legati ai suoi oppositori politici, ha minacciato giudici e ha cercato di fare pressione sui giornalisti. Allo stesso tempo, Trump ha ridimensionato drasticamente il governo federale e lo ha epurato dai lavoratori che avrebbero potuto ostacolarlo”.
Su quest’ultimo punto può essere utile una lettura dell’azione politica del presidente elaborata da Peter Shane, giurista della New York University School of Law, che fu autore nel 2009 di “Madison’s nightmare”, un testo focalizzato proprio sul fenomeno del progressivo accrescimento del potere esecutivo a danno degli altri, fin dagli Anni ’80 del secolo scorso.
Oliphant e Mason ne riportano le parole: “Ciò che unisce tutti questi sforzi è il desiderio di Trump di chiudere ogni potenziale fonte di resistenza all’agenda MAGA e al suo potere personale”. Un’eco di quanto lo stesso Shane affermò in un ponderoso articolo uscito sul blog giuridico internazionale Verfassungblog (https://verfassungsblog.de/the-unbearable-lightness-of-the-unitary-executive-theory/) lo scorso 11 Marzo. In quel testo si legge che “Trump sta cercando di eliminare l’indipendenza delle agenzie di regolamentazione indipendenti”.
Questo è un tema-chiave. Perché i membri di tali agenzie sono protetti per statuto contro il licenziamento senza giusta causa. Tali statuti prevedono anche che i membri prestino servizio per mandati di durata e obiettivi predefiniti e inoltre che nessuno, tra i partiti rappresentati in Parlamento, possa detenerne il controllo. Insomma: le agenzie indipendenti sono l’ossatura del “check and balance”, il sistema di controlli ed equilibri atto a controbilanciare il potere del Presidente e del suo governo. Chi le combatte (e le abbatte) mira a ottenere un potere senza limitazioni: sembra coincidere con l’obiettivo di Trump. Può farlo senza violare la legge?
Il progetto politico
Lungi dal muoversi in una forma di vuota autoreferenzialità, l’inquilino della Casa Bianca fonda il suo progetto politico sulla “Teoria unitaria del potere esecutivo” (UET: Unitary Executive Theory, https://www.law.cornell.edu/wex/unitary_executive_theory_%28uet%29), una teoria giuridica sulla distribuzione dei poteri nettamente sbilanciata a favore del presidente, che – questo ne è il nocciolo – sarebbe investito, lui e lui solo, dell’intero potere esecutivo. Potrebbe sembrare una questione tecnica di lana caprina, ma non lo è affatto. Cerchiamo di capire perché.
Benché il dibattito sulla natura e i limiti del potere presidenziale sia stato aperto fin dagli albori settecenteschi degli USA, il primo presidente a parlare esplicitamente di Unitary Executive Theory fu Ronald Reagan, il repubblicano che sedette alla Casa Bianca dal 1980 al 1988. Da allora la Corte Suprema – che, come è noto, ha amplissimi poteri giurisdizionali su temi federali com’è quello di cui stiamo parlando – ha via via adottato un’interpretazione della distribuzione dei poteri sempre più vicina all’idea unitaria. Una posizione peraltro sostenuta apertamente dalla Federalist Society (https://fedsoc.org/events/unitary-executive-theory-and-the-scope-of-presidential-power) e dalla Heritage Foundation (https://www.heritage.org/political-process/report/the-contested-removal-power), due tra i più influenti think tank reazionari d’America, aperti sostenitori e per molti versi ispiratori della presidenza Trump (come ha già sottolineato, su queste pagine, da Roberto Reale: https://www.lacuradelvero.it/approfondimenti/i-primi-100-giorni-di-trump-anatomia-di-una-presidenza/).
Il potere di rimozione
Come si è visto, l’aspetto più controverso della Unitary Executive Theory è proprio il potere di rimozione del Presidente. Secondo tale teoria, il Presidente può rimuovere qualsiasi funzionario del ramo esecutivo. Ed è vero che diversi presidenti prima di Trump l’hanno fatto, rimuovendo funzionari esecutivi nominati dal loro predecessore.
Il quadro d’insieme si chiarisce un po’ alla volta: Trump non improvvisa nulla, non agisce d’istinto. C’è una teoria giuridica, storicamente fondata ma non condivisa dalla maggioranza degli studiosi, che mira a trasformare la “grande democrazia” nordamericana in un sistema autoritario. Ecco spiegato perché Trump si scaglia ogni giorno contro le agenzie indipendenti: l’obiettivo è lo smantellamento radicale del sistema di controlli ed equilibri che ne inibisce le ambizioni, senza essere costretto, per perseguire i suoi scopi, a modificare la Costituzione degli Stati Uniti.
Scommesse
“Sappiamo – conclude il suo articolo Peter Shane – dove il presidente Trump sta piazzando le sue scommesse. Coloro che preferirebbero una democrazia più pluralista possono solo sperare che le sue scommesse finiscano nel nulla.
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Stefano Lamorgese (Roma, 1966) è un giornalista di formazione umanistica. Alla Rai dal 1990, ha lavorato per TG3, Rai International, Rai2 e Rainews24. Dal 2017 fa parte della redazione di Report/Rai3. Ha insegnato linguaggi multimediali e cultura digitale presso le università di Urbino, Ferrara e Perugia. È Vicepresidente dell'Associazione Amici di Roberto Morrione, che promuove dal 2011 il Premio giornalistico omonimo, dedicato agli Under30. Storico per passione, ha pubblicato con NewtonCompton "I signori di Roma" (2015).