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La Cura del Vero

NON C’E’ ALTERNATIVA, DICONO. SICURI CHE SIA VERO?

Diceva un grande che se non sei capace di cogliere le differenze allora ti ritrovi come un viandante che si aggira nell’oscurità di una notte dove tutte le vacche appaiono nere, indistinguibili. Vale anche per il mondo del giornalismo, bisogna saper fare distinzioni altrimenti non si capisce niente. Un esempio? Oggi sono veramente tantissimi i soggetti che “fanno informazione”. Fra questi ci siamo ovviamente anche noi: ma quello che va preliminarmente compreso è che non tutte le voci arrivano ovunque, qualcuna è molto più potente delle altre.

Di quali soggetti parleremo allora qui? Di quei media che controllano l’agenda pubblica, influenzano e sono influenzati dalla politica e dai grandi interessi economici e finanziari. Io preferisco chiamarli media dominanti piuttosto che mainstream perché l’inglese dà a tutto una patina di luccicante modernità, nasconde piuttosto che chiarire. E quali sono questi attori che “occupano la scena”? Arrivando al sodo, stiamo parlando dei Tg, del circo dei talk show televisivi, di quegli opinionisti le cui facce rimbalzano dappertutto, degli influencer con milioni di seguaci. Sui loro “messaggi” dobbiamo interrogarci oggi che la nostra Repubblica celebra i suoi ottanta anni: la democrazia vive della qualità del suo discorso pubblico.

Parlando di “protagonisti mediatici” ci riferiamo ovviamente a una galassia di soggetti molto diversi fra loro ma uniti da una pretesa: quella di dover e saper svolgere un ruolo guida della popolazione, di essere chiamati a selezionare i temi e le “cornici interpretative” cui l’opinione pubblica dovrebbe attenersi, insomma di “dare la linea”, dall’alto verso il basso, su tutti gli argomenti, anche quelli più controversi come la guerra e il riarmo. E le conseguenze che questo provoca quali sono? Io ne indicherò solo una che riflette le contraddizioni che si aprono. Il punto (che quasi mai viene colto) è che la gente guarda sì queste trasmissioni, segue questi soggetti, in parte li legge, ma poi di loro si fida sempre meno. Gli ultimi a confermarlo sono stati i ricercatori del Censis con il rapporto “L’informazione nel mirino” presentato poche settimane fa. Cosa è emerso? Che gli italiani hanno maturato un livello di scetticismo verso i media più diffusi mai visto prima: quasi il 60% li ritiene addirittura fonti poco attendibili, il 64,6% si ripropone di verificare ogni notizia, non crede a quanto viene detto. In poche parole, più gli opinionisti leader si presentano come “predicatori educatori”, più il pubblico reagisce con la sfiducia nei loro confronti e il disincanto.

Questo vuol dire che il problema si risolve da solo? No, perché i “media dominanti” determinano ciò che sta al centro della sfera pubblica, supportano le scelte di politica e finanza. Dobbiamo però comunque comprendere da dove viene la crisi di credibilità di questi “presunti competenti”. Da cosa ha preso il via? C’è chi fa partire tutto dalla scioccante stagione della pandemia, chi chiama in causa le guerre, il bellicismo, le inerzie davanti al genocidio di Gaza, le prediche sulla priorità da dare all’industria militare rispetto allo stato sociale. C’è sicuramente del vero in queste analisi che, come si sarà capito, chiamano in causa l’intera “classe dirigente” del paese di cui molti editorialisti da talk risultano di fatto instancabili portavoce. La mia proposta però è di scavare più in profondità. A mio avviso la “radice del problema” va ricercata richiamando il rapporto fra comunicazione, politica e economia. Ritengo si debba tornare indietro di qualche decennio, all’ affermarsi sull’intero pianeta del dominio della ideologia neoliberista, della finanza, della cosiddetta globalizzazione. È stata quella la svolta che ha ridisegnato il rapporto fra potere e società influenzando enormemente l’industria della comunicazione e gli sviluppi tecnologici ad essa collegati.

Per spiegarmi meglio riprendo due controverse affermazioni di Margareth Thatcher, la leader conservatrice britannica che con la sua azione e personalità ha contribuito a plasmare le visioni politiche che si sono imposte alla fine dello scorso secolo. Nel 1987 in una intervista disse esplicitamente che la società non esiste, ci sono solo “singoli uomini e donne, e ci sono famiglie”. Per lei le persone avevano il dovere di guardare in primo luogo a sé stesse senza attendersi nulla dal governo. In pratica l’apologia dell’individualismo, la liquidazione di qualsiasi ruolo dello stato sociale. E chi rimaneva in campo allora a decidere sulle nostre vite? Soltanto il mercato perché, sosteneva sempre la Thatcher, “there is no alternative”, non ci sono alternative ad esso. Una considerazione passata alla storia con il famosissimo acronimo TINA, praticamente una sentenza di condanna nei confronti di qualsiasi forma di pensiero critico cui veniva negata ogni prospettiva concreta.

Ovviamente si è trattato di una falsità, lo abbiamo visto poi in occasione della pandemia e della precedente crisi dei mutui del 2008, senza l’intervento dei governi e del settore pubblico sarebbe crollato tutto. Ma è un “falso ideologico” che ha conquistato il mondo della comunicazione attraverso due direttrici. Da una parte con la privatizzazione/finanziarizzazione di ogni innovazione tecnologica (non a caso oggi parliamo degli oligarchi della Silicon Valley), dall’altra con il controllo dei contenuti dei media tradizionali di cui hanno acquisito la proprietà corporation editoriali operanti come piovre dai molti tentacoli. “La società non esiste” è diventato di fatto una sorta di “linea guida” per l’informazione dominante. Tutto ciò che riguarda le classi popolari o il ceto medio ha smesso di “fare notizia”. È valso per gli aspetti più drammatici: morti sul lavoro, condizione dei detenuti, stragi migranti nel Mediterraneo. Ma vale pure per quanto accade nelle periferie, riscoperte soltanto quando ci sono episodi di cronaca nera che vengono venduti come esempi di “morbose devianze”.

Siamo davanti a un meccanismo diabolico di rimozione che ha incrinato alle fondamenta uno dei principi guida su cui dovrebbe basarsi invece il vero giornalismo: la completezza dell’informazione. Se la società sparisce cosa resta? Se si cancellano i conflitti sociali chi vince la partita? Pensate poi al messaggio che viene reiterato in ogni situazione di crisi (finanziaria, pandemica, bellica, energetica). È così riassumibile: “Dobbiamo fare sacrifici, non ci sono alternative”. Non pare la riedizione aggiornata del TINA della leader britannica? Questa logica ha prodotto due conseguenze evidenti. In primo luogo, ha generato il disincanto (certificato dal Censis e da ogni sondaggio serio fatto sull’argomento) dell’opinione pubblica. Contemporaneamente ha esposto gli stessi media (privi di un rapporto di fiducia con la popolazione) a ogni genere di attacco da parte di “leader sovranisti xenofobi” che vedono l’indipendenza dell’informazione come fumo negli occhi, come un ostacolo all’affermazione delle proprie ambizioni personali e ne sfruttano le debolezze. E cosa succede allora?

Che chi sta in basso, in questa gerarchia di poteri e rappresentazioni mediatiche, non ha che un modo per far sentire la propria voce: esprimerla direttamente. Lo abbiamo visto con la mobilitazione dei giovani contro il genocidio a Gaza o in difesa della Costituzione al voto referendario. Dal mio punto di vista, ovviamente, non c’è nulla di negativo. La storia è sempre movimento, dialettica, la realtà prima o poi si prende la rivincita su chi vuole manipolarla o nasconderla. Ma per chi è portatore di un pensiero critico tutto diventa enormemente faticoso se mancano “luoghi mediatici” dove si possa sviluppare un confronto pubblico che non sia schiavo dei mantra della Thatcher, del feticismo dell’onnipotenza del mercato, dell’idea che chi sta in basso nella scala sociale non conti nulla. Siamo insomma in una fase di enorme travaglio. Altrove nel mondo, intorno all’idea della informazione bene comune, stanno nascendo nuove alleanze fra la cittadinanza e chi realizza inchieste e reportage accurati, ci sono poi fondazioni che gestiscono testate importanti senza scopo di lucro o “secondi fini”. Una strada che andrebbe seguita anche da noi. La “colonna sonora” eseguita oggi dai nostri media dominanti risulta onestamente sempre più inascoltabile.

  • Roberto Reale

    Giornalista e scrittore. Caporedattore alla Rai del Veneto, successivamente vicedirettore della Testata Giornalistica Regionale, del Tg3 e di Rainews 24.
    Qui ha curato “Scenari l’Inchiesta Web”, settimanale di approfondimento sull’attualità che, per la prima volta in Italia, ha proposto in televisione un lavoro di indagine giornalistica a livello europeo/globale realizzato integralmente sui big data e gli archivi Web.
    Studia l’evoluzione tecnologica e i comportamenti dei media e gli effetti concreti che nuovi strumenti digitali hanno sulla società con particolare attenzione ai temi legati a cittadinanza e democrazia. Docente di Comunicazione e componente del Coordinamento Laboratorio La Cura del Vero
    Fra le sue Pubblicazioni:
    ° Non sparate ai giornalisti. Iraq: la guerra che ha cambiato il modo di raccontare la guerra,
    Roma, Nutrimenti, 2003.
    ° Ultime Notizie. Indagine sulla crisi dell’informazione in Occidente. I rischi per la
    democrazia , Roma, Nutrimenti, 2005.
    ° Doppi Giochi. Pechino 2008. Le altre Olimpiadi contro la censura, per i diritti umani,
    Trento Edizioni Stella 2008
    ° L’ecosistema informazione, senza cura per la verità la democrazia muore in AAVV La Passione per la Verità Franco Angeli 2020
    ° Aver cura del Vero Come informare e far crescere una società inclusiva
    Nuova Dimensione 2022

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