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La Cura del Vero

Tutti smart, nessuno fragile. Ecco come si modifica il modo in cui percepiamo noi stessi

Borse, fondi e mercati. La finanziarizzazione entra anche nel welfare, nel lavoro, nella formazione e finisce per modificare anche il modo in cui guardiamo noi stessi. Nella terza lezione del corso su inclusione e giustizia sociale, organizzato da Unipd, Fisppa, Laboratorio Larios e La Cura del Vero, Sara Santilli affronta il fenomeno dal punto di vista della psicologia dell’orientamento, dell’inclusione, del benessere umano. La questione diventa allora non soltanto come le persone decidono, ma dentro quali condizioni sono chiamate a decidere e di conseguenza a scegliere. Parlare di libertà di scelta senza interrogarsi sulle risorse materiali, sociali e psicologiche disponibili rischia di trasformare disuguaglianze strutturali in responsabilità individuali, colpevolizzando ancora una volta il soggetto e in un certo qual modo assolvendo le “agenzie pubbliche”.

Dietro l’hamburger c’è di più
Santilli parte volutamente da qualcosa di familiare: McDonald’s. Dietro il panino che acquistiamo non c’è solochi lo prepara e chi lo vende. Esiste un sistema di proprietà immobiliari, franchising, royalties, rendite e investimenti finanziari. Lo stesso accade con una piattaforma come Uber: il lavoratore mette a disposizione l’automobile, sostiene i costi di carburante, manutenzione e usura, mentre la piattaforma controlla l’infrastruttura tecnologica attraverso cui quel lavoratore incontra la domanda. E dietro la piattaforma ci sono a loro volta grandi investitori. Il punto non è demonizzare un’impresa. Il tentativo che stiamo proponendo è di fare emergere i rapporti tra lavoro, proprietà, controllo, rischio e distribuzione del valore. Santilli sintetizza con “rendere visibile l’invisibile”. Perché la finanziarizzazione comincia a diventare comprensibile proprio quando smettiamo di guardare soltanto ciò che appare in superficie.

L’impresa e il sociale come business
Dopo questa premessa, Santilli, introduce il concetto di filantropia per contribuire a spiegare nel merito la finanziarizzazione del sociale. È vero che da decenni grandi aziende e fondazioni finanziano scuole, assistenza sanitaria, inserimento lavorativo, programmi per persone in difficoltà. Ed è altrettanto vero che queste azioni possono sì produrre benefici sociali, ma nel contempo aumenta la reputazione e la performance economica dell’impresa. Insomma, una sorta di “socialwashing”. E se l’effetto di ritorno “positivo” risulta molto più evidente in contesti nei quali lo Stato è più fragile e non riesce a garantire in maniere adeguata servizi fondamentali come sanità, istruzione, sicurezza e infrastrutture, ciò comporta una intrinseca ed effettiva dipendenza sempre maggiore del cittadino dal soggetto privato. È qui che Santilli colloca il salto attraverso cui si può parlare di finanziarizzazione del welfare: quando cioè il problema sociale diventa esso stesso oggetto di investimento, di business. La vulnerabilità viene ridotta a norma e tradotta in indicatori, standard, target, performance misurabili imponendo la logica del profitto: rischio, valutazione degli obiettivi e risultati attesi. Santilli porta come esempio i social impact bond nati in Gran Bretagna nel 2010: investitori privati finanziano programmi pubblici rivolti a homelessness, inserimento lavorativo di disoccupati, ecc. finalizzati al risparmio di spesa per la Pubblica Amministrazione producendo quindi il margine di remunerazione degli investitori. Non ci chiediamo più qual è il bisogno di questa persona e cosa possiamo fare per aiutarla? Ma anche quale problema sociale è misurabile? Quale intervento produce un risultato certificabile? Quale può diventare investibile? Santilli sottolinea come la finanziarizzazione del welfare non cambi soltanto chi finanzia l’intervento sociale, ma agisca pure sul cambiare il decisore rispetto a che cosa sia un risultato socialmente desiderabile e attraverso quali criteri debba essere misurato.

Da vulnerabile ad “attivabile”
La stessa logica compare nelle politiche del lavoro. Target, profilazioni, certificazioni, attivazione, occupabilità. Il rischio individuato da Santilli è che la vulnerabilità venga trasformata in qualcosa che il soggetto deve superare dimostrando di essere sufficientemente attivo, formato, disponibile, occupabile. Il sostegno smette così di apparire come un diritto e tende a diventare condizionato alla performance. La persona deve dimostrare continuamente di meritarlo: con la formazione, con l’accettazione del percorso offerto, col certificare le proprie competenze, col raggiungere gli obiettivo. Appunto, con l’essere “attivabile”. Dalla mancanza di lavoro come problema sociale e strutturale si passa all’occupabilità individuale; dalle competenze come possibilità di crescita alle competenze come requisito necessario per accedere al sostegno. La fragilità, in qualche modo, afferma Santilli, non ha più cittadinanza. O meglio: può essere riconosciuta soltanto se è temporanea, misurabile e soprattutto superabile attraverso un percorso di attivazione individuale.

Resilienti, adattabili, performanti
Santini sposta la riflessione sul terreno psicologico. Di fronte a un mercato del lavoro incerto ci viene chiesto di essere più occupabili. Se le transizioni si moltiplicano, dobbiamo essere adattabili. Se aumenta l’incertezza, resilienti. Se il futuro diventa imprevedibile, dobbiamo imparare ad anticiparlo. Sono competenze importanti, avverte Santilli. Il problema nasce quando diventano l’unica spiegazione possibile. Se una persona non trova lavoro, significa che non è abbastanza occupabile. Se non riesce ad adattarsi, non è abbastanza flessibile. Se soffre l’incertezza, deve lavorare sulla resilienza. Il contesto scompare. E con esso scompaiono precarietà, disuguaglianze, condizioni familiari, accesso alla formazione, reti sociali e disponibilità economiche. Il rischio è una società che ci vuole smart, mobili, performanti, aggiornati, disponibili. Chi non riesce a esserlo appare come IL problema.

Il merito senza le condizioni di partenza
Ma ci sono diversi ma, putualizza Santilli. E ci invita a ragionare con lei. Due studenti possono essere ugualmente intelligenti, determinati e motivati. Ma uno può contare sul sostegno economico della famiglia, studiare senza lavorare, trascorrere periodi all’estero, pagarsi corsi di lingua, master e tirocini. L’altro no. Alla fine misuriamo il risultato. E lo chiamiamo merito. Ma, domanda Santilli, su quale base possiamo attribuire esclusivamente all’individuo quel risultato se sono profondamente diverse le condizioni che lo hanno reso possibile? Il merito può avere senso soltanto se viene letto insieme alle condizioni sociali e materiali di partenza. Altrimenti diventa lo strumento attraverso cui trasformiamo il privilegio in virtù individuale e lo svantaggio in responsabilità personale. La stessa logica del “capitale umano” rafforza questa rappresentazione. Non siamo più persone, ma un capitale da aggiornare, valorizzare e rendere competitivo. La formazione diventa investimento. Le competenze devono produrre rendimento. Ciascuno viene invitato a investire continuamente su se stesso. Che male c’è?

La psicologia della scarsità
Ma cosa succede quando mancano proprio le risorse necessarie per “investire su se stessi”? Qui Santilli introduce la cosiddetta psicologia della scarsità. Le difficoltà finanziarie non significano soltanto avere meno soldi. Bollette, debiti, scadenze, affitto, precarietà lavorativa e spese impreviste occupano continuamente l’attenzione. E l’attenzione è una risorsa limitata. Gli studi ricordati nella lezione mostrano che, quando le persone con minori disponibilità economiche vengono poste davanti a problemi finanziari impegnativi, le loro prestazioni in compiti di ragionamento e soluzione dei problemi possono peggiorare. Non perché abbiano minori capacità. Ma perché una parte delle risorse cognitive è assorbita dalla preoccupazione economica. Significativo è l’esperimento sui coltivatori di canna da zucchero: le stesse persone mostravano prestazioni cognitive peggiori prima di ricevere il compenso del raccolto e migliori dopo, quando la pressione economica diminuiva.

Due spicci nel cervello
Santilli avverte: la povertà non produce un deficit cognitivo; sono le condizioni materiali di scarsità a sottrarre temporaneamente risorse cognitive che altrimenti sarebbero disponibili per altri compiti. Due spicci nel cervello. Parafrasando Zerocalcare, Santilli intende far comprendere come la scarsità non occupi soltanto il portafoglio, bensì occupa anche la mente. Chi deve di continuo pensare alla bolletta, al contratto che scade, all’affitto da saldare o a come affrontare una spesa imprevista dispone di meno spazio mentale per pianificare il lungo periodo. Ed è qui che il tema diventa centrale per la psicologia dell’orientamento. Immaginare il futuro richiede risorse cognitive e la possibilità concreta di considerare alcune alternative realisticamente disponibili. Una studentessa può avere motivazione, capacità di pianificazione e desiderare un master all’estero. Ma se servono diecimila euro, un trasferimento e un anno senza reddito, quel progetto può semplicemente uscire dal suo spazio delle possibilità. Un lavoratore precario può essere invitato a fare formazione continua. Ma se lavora fino a tardi, paga un canone di locazione, ha un contratto in scadenza e magari responsabilità familiari, la sua libertà di “investire sulla propria occupabilità” è molto diversa da quella di chi dispone di risparmi e sostegno familiare. Formalmente le alternative possono essere uguali. Materialmente non lo sono. E per qualcuno diventa difficile persino immaginarle.

Non facciamo mai abbastanza
A questo si aggiunge quella che Santilli descrive come la società della prestazione. Non serve più che qualcuno ci ordini sempre di produrre di più. La richiesta la interiorizziamo senza accorgercene. Dobbiamo migliorare, pubblicare, aggiornarci, essere visibili, costruire competenze, essere mobili, accettare nuove opportunità, mai fermarci. Con il risultato di uno stato permanente di frustrazione: non sto facendo abbastanza. Persino alcune risposte psicologiche rischiano allora di diventare paradossali. L’organizzazione produce ritmi insostenibili e al lavoratore viene offerto il corso di mindfulness per imparare a gestire lo stress. Il problema strutturale rimane invariato. È l’individuo che deve imparare a sopportarlo. Santilli non nega l’utilità degli strumenti psicologici. Invita però a non utilizzare la psicologia come tecnologia dell’adattamento a condizioni che dovrebbero invece poter essere discusse e trasformate.

I manga o della possibilità dell’utopia
All fine della lezione, su sollecitazione degli interventi dei corsisti, arriva un’immagine apparentemente laterale. Santilli racconta di essersi avvicinata, grazie alla figlia, ai manga letti dagli adolescenti. Scopre storie ambientate in futuri segnati da guerre, cataclismi, crisi e società distopiche. Quei ragazzi ai quali spesso diciamo che non leggono, conoscono in realtà molto bene la distopia. Ma nei manga Santilli trova anche qualcos’altro. La possibilità dell’utopia. Dentro mondi devastati compaiono legami, azioni collettive, ribellioni, comunità che provano a cambiare il proprio destino. Ed è qui che l’esempio incontra il tema dell’orientamento. Non serve arrivare nelle scuole con un pacchetto precostituito di “educazione finanziaria critica”. Bisogna prima entrare nel mondo dei ragazzi. Capire che cosa leggono, quali paure conoscono, quali futuri stanno già immaginando. E partire da lì. Perché la coscienza critica non si trasferisce dall’alto: si costruisce dentro i contesti e insieme alle persone.

Non prepararsi al futuro. Immaginarlo
Alla fine tutto torna al punto di partenza. Orientare non può significare soltanto preparare le persone ad adattarsi al futuro più probabile. Se il lavoro sarà precario, non basta insegnare a diventare più resilienti alla precarietà. Se sarà competitivo, non basta renderci più competitivi. Se sarà instabile, non basta allenarci all’instabilità. Bisogna anche domandarsi: quale lavoro vogliamo? Quale spazio vogliamo dare alla cura? Alla salute? Alla partecipazione? Alla sostenibilità? Quale futuro consideriamo desiderabile? Perché il futuro non è uno spazio neutrale nel quale tutti dispongono delle stesse possibilità. Non tutti possono aspettare. Non tutti possono sbagliare. Come ripete spesso il professor Salvatore Soresi. Non tutti possono accettare un tirocinio non retribuito, trasferirsi, pagarsi un master o rifiutare un cattivo lavoro aspettandone uno migliore. La finanziarizzazione diventa davvero pervasiva quando restringe non soltanto le nostre risorse, ma anche lo spazio delle alternative che riusciamo a immaginare. Per questo l’orientamento non dovrebbe limitarsi a insegnarci come stare meglio nel mondo che c’è. Dovrebbe restituirci la capacità di guardarlo criticamente e di pensare che possa essere diverso. Perché, conclude Santilli, il futuro non è soltanto qualcosa che possiamo prevedere, né qualcosa al quale dobbiamo prepararci o adattarci. È anche qualcosa che possiamo immaginare, contendere e costruire. E soprattutto non esiste un solo futuro possibile: esistono futuri.

  • Monica Andolfatto

    Componente della giunta esecutiva della Federazione Nazionale Stampa Italiana, dal 2017 è segretaria regionale del Sindacato giornalisti Veneto. Membro del comitato direttivo dei i due corsi di Alta Formazione ‘La passione per la verità e la costruzione di contesti inclusivi’ organizzati con l’Università di Padova e insieme a FNSI, Articolo 21, Sindacato Giornalisti del Veneto. Giornalista con la passione del linguaggio e del suo utilizzo nella pratica quotidiana di chi fa informazione. Impegnata nella difesa dei diritti dentro e fuori le redazioni. È fra le ideatrici e promotrici del Manifesto di Venezia, una delle “carte” di autoregolamentazione della categoria contro la discriminazione di genere e la violenza sulle donne attraverso parole e immagini. Cronista di nera del Gazzettino dal 2004 ha documentato, fra le altre, le inchieste dello scandalo Mose e dell’infiltrazione camorristica nel Veneto orientale. In precedenza libera professionista nei diversi ambiti della comunicazione.

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