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La Cura del Vero

Pecore tra i lupi: il dominio della finanza e l’illusione di potersi difendere da soli

Seconda puntata del nostro Speciale Finanzocrazia dal Corso Online del 4 Settembre. Ecco una lettura dell’intervento del professor Emiliano Brancaccio

Chissà se nello scegliere il titolo del libro, autore ed editore hanno pensato al Libertango di Astor Piazzola. Un brano che segna la svolta rivoluzionaria nella produzione del compositore argentino e che scrisse nel 1974 in Italia, paese scelto per il suo esilio volontario. Libertango dunque, a sottolineare la critica radicale alla tradizione e nel contempo la riscrittura della tradizione per un nuovo ritmo contaminato dal jazz e dalla musica elettronica: uno scempio per l’ortodossia, una innovazione salvifica per gli etorodossi.


È la stessa operazione che Emiliano Brancaccio ha svolto nel suo Libercomunismo, pubblicato lo scorso febbraio da Feltrinelli. Ma non per giungere a una sintesi per certi versi virtuosa, bensì per far emergere la “contraddizione mortale”, “l’aporia colossale” che mette in crisi oggi l’ideologia liberale dominante: da una parte difendere, assecondandola, la concentrazione del capitale in pochissime mani e la conseguente concentrazione del potere politico e, dall’altra, difendere gli istituti della democrazia e le libertà individuali che la stessa concentrazione del potere politico sta comprimendo e cancellando. Come dire avere la botte piena e il marito ubriaco: ma in ballo c’è il rischio di «ripetere l’errore storico» di riaprire le porte del potere a quello che Brancaccio indica con il termine «oltrefascismo», cioè a dire a quei movimenti fortemente reazionari e violentemente irrazionalistici che avanzano a livello politico. E i cui esiti purtroppo il Novecento ha già subito in maniera feroce e crudele. Brancaccio non a caso richiama e si richiama a Lukàcs laddove afferma che l’irrazionalismo è l’anticamera del nazismo.

Docente di Economia politica alla Federico II di Napoli, interprete del pensiero economico eterodosso, Brancaccio si impone nel dibattito accademico e politico per una netta presa di posizione contro l’ideologia imperante del neoliberismo e la sua catastrofica deriva. Partiamo da qui per sintetizzare il contributo con cui Brancaccio ha arricchito la prima lezione del corso online su finanziarizzazione, inclusione, giustizia sociale e informazione organizzato da Unipd, Fisppa, Laboratorio Larios e La cura del Vero.

Il metodo empirico
Brancaccio premette una cosa ovvia che in un presente caratterrizzato appunto sempre più da spinte irrazionalistiche, tanto ovvia non è: la sua analisi e le sue conclusioni si basano su un metodo rigorosamente scientifico che trova riscontro verificato e verificabile nei fatti. È dalla ricerca condotta dal suo team e validata dal mondo accademico che emerge un dato sconvolgente: oltre l’80% del capitale azionario mondiale è controllato da meno dell’1% degli azionisti mondiali.
Cosa significa? Che il capitalismo sta trasformandosi tentando di costruire una politica a sua immagine e somiglianza. Torna dunque l’equivalenza: concentrazione del potere economico, concentrazione del potere politico (dal Parlamento, al Governo, al capo del governo, a forme di presidenzialismo plebiscitario, annientando la ripartizione dei poteri), riduzione costante degli spazi di libertà. Sullo sfondo la trappola della contraddizione mortale.

Il potere è sapere?
Il potere si sente unico depositario del sapere. Ma il sapere in quanto tale è critica e quindi è l’antitesi del potere. È attraverso il metodo scientifico che possiamo verificare se un assunto sia o meno vero. E allora mettiamo in discussione l’adagio che “il mercato ha sempre ragione” in base al quale un governo trae valenza positiva o negativa ad esempio dall’andamento dello spread. No. Il mercato non ha sempre ragione anzi non ce l’ha quasi mai e Brancaccio lo dimostra confrontando le ipotesi di due premi Nobel insigniti della prestigiosa onorificenza lo stesso anno, nel 2013: uno contro l’altro. Eugene Fama e Robert Shiller. La tesi e l’antitesi. Con la sintesi di hegeliana memoria suggerita da Brancaccio con ripercussioni anche sulla “didattica finanziaria”.

Il mercato ha sempre ragione?
In breve Fama afferma che il mercato ha sempre ragione basandosi sull’ipotesi che tutti gli operatori utilizzano in modo ottimale le informazioni a disposizione con la conseguenza che «tutti gli speculatori svaniscono» e non ci sono quindi choc o crisi. Per inciso gli speculatori sono quei signori che guadagnano sul differenziale di vendita e riacquisto di azioni e titoli non avendo alcun riguardo per gli interessi e i dividendi che questi titoli e azioni periodicamente garantiscono ai rispettivi proprietari: vendono quando i prezzi sono alti e acquistano quando i prezzi sono bassi realizzando il cosiddetto capital gain (guadagno di capitale). Fama ha dunque una visione apologetica del mercato e indica come sufficiente alle pecore una blanda educazione finanziaria per non essere preda dei lupi.
Il mercato finanziario è razionale e efficiente e si trova sempre in equilibrio naturale senza alcuna possibilità di turbative da parte della speculazione, senza nessun rischio di bolle speculative. Una visione apologetica, secondo cui il mercato azionario si autoregola e con le forze che vi operano all’interno che vanno lasciate libere senza ostacoli normativi, senza interferenze politiche, senza intervento pubblico. Ergo chiunque può investire tranquillamente in borsa senza timori, senza preoccupazioni: pure lavoratori o pensionati con risparmi modesti. Gli speculatori non esistono, le bolle non esistono, i risparmi sono sostanzialmente tutelati: è sufficiente un po’ di educazione finanziaria per capire come funziona il mercato. È il Present value model con la connessa Efficiant market hypothesis, modello di riferimento ancora oggi apprezzato da banchieri centrali, da capitani della finanza e dell’industria.

E la questione delle bolle speculative?
Shiller dal canto suo dimostra una incongruenza fondamentale in tale modello dominante, minando alla base con metodo scientifico il pilastro secondo cui, appunto i mercati finanziari sarebbero sostanzialmente efficienti perché gli operatori utilizzano in modo razionale le informazioni disponibili e i prezzi delle azioni riflettono le aspettative sui rendimenti futuri delle imprese.
Cosa fa? Calcola i dividendi che le aziende hanno effettivamente distribuito nel corso degli anni e ricostruisce quali avrebbero dovuto essere i prezzi medi delle azioni se gli investitori avessero potuto prevedere perfettamente quei rendimenti. Ottiene così dei prezzi “teorici”, che confronta con quelli realmente registrati sui mercati. Ed è qui che emerge l’incongruenza. I prezzi effettivi delle azioni oscillano molto più dei prezzi teorici e, quindi, molto più di quanto possa essere spiegato dall’andamento dei fondamentali economici. Se i mercati fossero davvero efficienti secondo il modello dominante, sostiene Shiller, dovrebbe accadere il contrario. La conclusione è che sui mercati agiscono forze che vanno oltre la semplice valutazione razionale dei rendimenti futuri. Ergo la speculazione esiste e può spingere i prezzi lontano dal valore economico sottostante, alimentando bolle, brusche cadute e instabilità finanziaria capaci di distruggere i risparmi dei piccoli investitori (lavoratori, pensionati…) La verifica empirica di Shiller incrina l’immagine rassicurante di un mercato capace di autoregolarsi razionalmente. E porta con sé anche una conseguenza concreta per i piccoli risparmiatori: non basta essere più informati o ricevere una migliore educazione finanziaria se si opera all’interno di mercati attraversati da dinamiche speculative che il singolo investitore non può controllare.


Lupi e pecore: che fare?
Brancaccio è chiarissimo. L’educazione finanziaria non va corretta, va abolita. Non esiste educazione finanziaria in grado di evitare che le pecore (piccoli investitori) diventino preda dei lupi (speculatori professionali). Una volta, chiosa, i mercati finanziari erano catini nei quali operavano solo lupi. Ora invece questi catini sono inondati dai piccoli e piccolissimi risparmi delle lavoratrici e dei lavoratori. Un problema e una minaccia.
Per Brancaccio occorre ripartire da Marx per un nuovo razionalismo critico. Ripartire cioè dalla mera critica del capitalismo, quello stesso capitalismo che conferma alcune tesi chiave del pensatore di Treviri. In particolare la legge di tendenza verso la centralizzazione del capitale in poche mani (leggi monopoli giganteschi e fondi di investimento… sono i fatti che si impongono).

Uno spettro inquietante torna ad aggirarsi
L’unico modo di reagire per Brancaccio è mettere al centro della discussione politica uno spettro inquietante: l’esproprio collettivo per fini di pubblica utilità del grande capitale centralizzato allo scopo di realizzare una pianificazione democratica. Atto rivoluzionario? No applicazione dell’articolo 43 della Costituzione, attuato più e più volte nel Novecento senza gridare alla caccia al socialista o al comunista e quando i livelli di concentrazione del capitale erano una bazzecola rapportati a quelli odierni. Questa può essere, deve essere la teoria di riferimento dei movimenti di ribellione che partono dal basso e che non vogliano limitarsi al riot, alla rivolta pulviscolare.

  • Monica Andolfatto

    Componente della giunta esecutiva della Federazione Nazionale Stampa Italiana, dal 2017 è segretaria regionale del Sindacato giornalisti Veneto. Membro del comitato direttivo dei i due corsi di Alta Formazione ‘La passione per la verità e la costruzione di contesti inclusivi’ organizzati con l’Università di Padova e insieme a FNSI, Articolo 21, Sindacato Giornalisti del Veneto. Giornalista con la passione del linguaggio e del suo utilizzo nella pratica quotidiana di chi fa informazione. Impegnata nella difesa dei diritti dentro e fuori le redazioni. È fra le ideatrici e promotrici del Manifesto di Venezia, una delle “carte” di autoregolamentazione della categoria contro la discriminazione di genere e la violenza sulle donne attraverso parole e immagini. Cronista di nera del Gazzettino dal 2004 ha documentato, fra le altre, le inchieste dello scandalo Mose e dell’infiltrazione camorristica nel Veneto orientale. In precedenza libera professionista nei diversi ambiti della comunicazione.

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