Venerdi 4 settembre c’è stato il primo dei 4 appuntamenti del Corso online su finanziarizzazione, inclusione e giustizia sociale organizzato dal Laboratorio Larios, dal Dipartimento Filosofia Sociologia Pedagogia e Psicologia applicata dell’Università di Padova e dalla Cura del Vero. Sul nostro sito ci proponiamo di pubblicare una sintesi dei vari interventi nello “SPECIALE FINANZOCRAZIA”. Cominciamo con la “lettura” della relazione dedicata all’Informazione
C’è una trama spesso invisibile che lega i grandi fondi finanziari alle Big Tech e al mondo dell’informazione. La pubblicità migra verso le piattaforme, l’intelligenza artificiale si nutre dei contenuti prodotti dai giornalisti, i fondi entrano nella proprietà dei media.
Ma esistono esperienze che indicano un’altra strada: giornali sostenuti dai lettori, dagli abbonamenti e dal crowdfunding. Questo è il cuore contributo portato da da Roberto Reale nella prima lezione del corso on line sulla finanziarizzazione organizzato da Unipd, Fisppa, Laboratorio Larios e La Cura del Vero, avviato lo scorso 4 settembre.
Per Reale, studioso del rapporto tra media e democrazia, le parole contano. E allora non chiamiamola “finanziarizzazione” perché tale termine rischia ormai di descrivere come neutro, quasi inevitabile, un processo che neutro non è. Meglio «finanzocrazia», propone provocatoriamente. O «finanzificazione» della società. Perché dietro ci sono scelte, interessi e soprattutto potere. E come si sa la neutralità in tale contesto sta da tutt’altra parte.
È da qui che Reale parte per svelare un intreccio complesso e complicato che oggi lega finanza, tecnologia e informazione.
Tre mondi che siamo abituati a considerare separati e che, invece, lo sono sempre meno.
Basta guardare a Wall Street. Il settore tecnologico rappresenta ormai una quota enorme della capitalizzazione della Borsa di New York. I nomi sono quelli che conosciamo: Apple, Microsoft, Amazon, Alphabet (Google), Meta, Nvidia. Colossi le cui dimensioni finanziarie sono paragonabili al prodotto interno lordo di interi Stati.
Ma dietro i giganti tecnologici compaiono altri giganti. BlackRock, Vanguard, State Street. Grandi gestori patrimoniali che amministrano masse immense di denaro provenienti anche dal risparmio diffuso, dai fondi pensione, dalle università.
È qui che l’ordito si infittisce.
Gli stessi grandi investitori possono essere presenti nelle società tecnologiche, nelle piattaforme che distribuiscono l’informazione e nelle aziende che quell’informazione la producono. Arrivando al paradosso che la proprietà del denaro è diffusa, o almeno così si vuol far sembrare, mentre il potere di gestire e indirizzare lo stesso denaro è concentrato nelle mani di pochissimi attori.
La pubblicità cambia strada
Per capire cosa tutto questo abbia a che fare con il giornalismo basta seguire i soldi. Lo diceva Falcone per smascherare le scatole cinesi dietro alle quali si schermavano le organizzazioni criminali. Per decenni la pubblicità è stata uno dei pilastri economici dell’industria editoriale. Oggi una parte crescente di quelle risorse è stata intercettata dalle piattaforme digitali. Google, Meta e, sempre più, Amazon assorbono quote enormi del mercato. Ai giornali restano le briciole. Non è soltanto una crisi industriale. Per Reale il punto è molto più profondo: quando si parla di media si parla di dibattito pubblico. E quando si parla di dibattito pubblico si parla di democrazia. Meno risorse significano redazioni più piccole, meno giornalisti, meno presenza sui territori, minore capacità di indagare e controllare chi esercita il potere.
Negli Stati Uniti il fenomeno ha già prodotto conseguenze impressionanti. Migliaia di giornali locali hanno chiuso negli ultimi vent’anni e circa 50 milioni di americani vivono nei cosiddetti news deserts, territori rimasti senza un’informazione locale adeguata. Il vuoto non è senza conseguenze. Dove scompare il giornale locale diminuisce anche la capacità della comunità di controllare amministrazioni, politica e poteri economici.
Quando la finanza compra i giornali
C’è poi un passaggio ulteriore. Una parte consistente dell’editoria americana è finita nelle mani di fondi speculativi. Reale cita il caso di Alden Global Capital, diventato emblematico di un modello basato sull’acquisto delle aziende editoriali, sul taglio dei costi e del personale e sulla valorizzazione di ciò che può ancora essere venduto, a partire dal patrimonio immobiliare. La testata giornalistica, in questa logica, rischia di non essere più considerato innanzitutto per la funzione che svolge. Diventa un’attività finanziaria dalla quale estrarre valore. Ed è così che l’avvoltoio scelto da Reale come immagine simbolica della sua relazione arriva a posarsi anche sulle redazioni.
L’intelligenza artificiale e il furto dei contenuti
Poi c’è l’intelligenza artificiale. Anche qui finanza, tecnologia e informazione tornano a incrociarsi.
I sistemi di IA hanno bisogno di enormi capacità di calcolo, energia, data center, chip e competenze. Tutto viene pagato. Ma sul valore dei contenuti utilizzati per alimentare questi sistemi è in corso uno scontro decisivo. Quei contenuti sono anche articoli, inchieste, fotografie e archivi prodotti dalle redazioni investendo lavoro, professionalità e denaro.
Il paradosso è evidente: l’informazione viene progressivamente impoverita mentre i suoi contenuti diventano materia prima ( dati privi di identità) per costruire servizi tecnologici dal valore miliardario.
E c’è un secondo effetto. Sempre più persone pongono direttamente una domanda a un motore di ricerca o a un chatbot e ricevono una risposta senza raggiungere il sito che ha prodotto l’informazione originaria. Meno accessi significano ancora una volta meno risorse per chi produce giornalismo. È un circuito che rischia di cannibalizzare la propria fonte.
Si può uscire dalla gabbia?
La parte forse più interessante della riflessione di Reale arriva quando alla denuncia affianca le alternative. Perché alcuni giornali stanno provando a sottrarsi, almeno in parte, a questa dipendenza.
Il New York Times ha costruito la propria forza su milioni di abbonamenti e su un’offerta molto diversificata. Una particolare struttura societaria tutela inoltre il controllo editoriale della famiglia Sulzberger e rende la testata difficilmente scalabile.
Il Guardian poggia sullo Scott Trust, creato per garantirne l’indipendenza. In Francia Le Monde riconosce alla propria redazione strumenti di intervento sulle operazioni societarie. E Mediapart ha costruito un modello ancora più radicale: giornalismo digitale finanziato dagli abbonati e senza pubblicità.
Esperienze diverse, ma unite da un principio: ridurre la dipendenza dell’informazione dai poteri economici che potrebbero condizionarla.
Libertà di stampa?
È forse questa la parte più politica della lezione di Reale.
La libertà di stampa non si difende soltanto proclamandola. Ha bisogno di condizioni economiche che la rendano concretamente possibile. Abbonamenti, sottoscrizioni, crowdfunding, forme non profit e comunità di lettori disposte a sostenere direttamente il giornalismo possono allora diventare molto più di un modello di finanziamento. Possono diventare strumenti di libertà.
Perché, nella provocazione conclusiva di Reale, se vogliamo davvero un’informazione indipendente, «gli azionisti devono essere i lettori».
Un modo per lasciare fuori dalla porta quell’avvoltoio che per tutta la relazione ha accompagnato il viaggio dentro finanza, tecnologia e media.
E per ricordare che un’informazione economicamente debole è anche un pezzo di democrazia più vulnerabile.
-
Componente della giunta esecutiva della Federazione Nazionale Stampa Italiana, dal 2017 è segretaria regionale del Sindacato giornalisti Veneto. Membro del comitato direttivo dei i due corsi di Alta Formazione ‘La passione per la verità e la costruzione di contesti inclusivi’ organizzati con l’Università di Padova e insieme a FNSI, Articolo 21, Sindacato Giornalisti del Veneto. Giornalista con la passione del linguaggio e del suo utilizzo nella pratica quotidiana di chi fa informazione. Impegnata nella difesa dei diritti dentro e fuori le redazioni. È fra le ideatrici e promotrici del Manifesto di Venezia, una delle “carte” di autoregolamentazione della categoria contro la discriminazione di genere e la violenza sulle donne attraverso parole e immagini. Cronista di nera del Gazzettino dal 2004 ha documentato, fra le altre, le inchieste dello scandalo Mose e dell’infiltrazione camorristica nel Veneto orientale. In precedenza libera professionista nei diversi ambiti della comunicazione.