Storie di “ordinaria” discriminazione
Qualche giorno fa ero con mia figlia Agata, a Roma, quando le arriva una telefonata dalla polizia tedesca. Era un funzionario della sicurezza aeroportuale di Francoforte, uno degli scali più frequentati al mondo: voleva sapere se il cittadino messicano Diego XXX, che aveva fornito loro il suo numero, era davvero un suo amico.
Agata è trasecolata e, col suo inglese seccamente british, ha risposto: “Certo che è un mio amico! Lo stiamo aspettando da ore e ci ha comunicato di essere stato fermato da voi. Si può sapere perché, visto che ha un regolare visto turistico per l’Unione Europea e ha anche già acquistato il biglietto di ritorno in Messico? Vi sembra normale?”. Quando ci si mette, Agata riesce a essere molto convincente.
“Certo, certo, provvediamo subito” si è scusato il poliziotto che – ottenuta la conferma che cercava – le ha annunciato che avrebbero immediatamente imbarcato Diego sul primo volo disponibile per Roma. Bontà loro, Diego ha accumulato un ritardo di “sole” quindici ore, poveraccio.
Che cosa era successo?
Niente di straordinario, purtroppo: un cittadino messicano, incensurato e dotato di regolare visto, era atterrato in Germania, scalo intermedio in direzione di Roma. A Francoforte l’hanno notato subito… la pelle un po’ troppo scura: è un mestizo, un meticcio. Il bagaglio un po’ troppo esiguo: per loro non basta uno zaino per varcare l’Oceano. La meta incerta: Diego era (ed è) diretto a Belfast, dove vorrebbe raggiungere una coppia di amici che vive lì. Ma, prima dell’Irlanda, ha avuto l’idea di visitare Roma, dove abita Agata col suo ragazzo, messicano anche lui. Per i tedeschi – per le autorità europee – tutto questo girovagare risulta sospetto. Strano? No, è normale.
Non solo: anche i soldi nella sua carta di credito erano troppo pochi, secondo i poliziotti di Francoforte. Per trarsi d’impaccio, Diego, che in Messico ha un lavoro regolare e uno stipendio, è stato costretto a chiedere ai suoi genitori di rimpinguare un po’ il suo conto. E meno male che potevano farlo telematicamente. Pazzesco? No, è normale.
L’episodio – uno dei tanti banali fenomeni che evidenziano l’attitudine paranoica che l’Europa del Terzo Millennio ha sviluppato – mi ha fatto pensare alla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, approvata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 12 Dicembre del 1948.
All’Articolo 13 si legge che: (1) Ogni individuo ha diritto alla libertà di movimento e di residenza entro i confini di ogni Stato e che (2) ogni individuo ha diritto di lasciare qualsiasi paese, incluso il proprio, e di ritornare nel proprio paese”.
Morale dell’estate 2024: puoi pure avere un visto regolare ma, se non sei molto ricco e se non sei molto bianco, nella Vecchia Europa democratica vieni guardato con sospetto. Ti frugano i bagagli e pure il portafogli. S’informano su chi conosci e solo se si ritengono soddisfatti ti lasciano andare dove ti pare. Dove hai diritto di andare, non so se mi spiego.
Il fatto è che stiamo trasformando l’Unione in una grande Guantánamo o, per dirla in burocratese, in un immenso CPR (la sigla dei Centri di Permanenza per il Rimpatrio: le galere illegittime dove rinchiudiamo i “clandestini”).
Ma… tranquilli!, se non siamo troppo scuri di pelle o troppo poveri, non c’è nulla di cui preoccuparsi. Evviva la liberté, l’égalité e la fraternité…
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Stefano Lamorgese (Roma, 1966) è un giornalista di formazione umanistica. Alla Rai dal 1990, ha lavorato per TG3, Rai International, Rai2 e Rainews24. Dal 2017 fa parte della redazione di Report/Rai3. Ha insegnato linguaggi multimediali e cultura digitale presso le università di Urbino, Ferrara e Perugia. È Vicepresidente dell'Associazione Amici di Roberto Morrione, che promuove dal 2011 il Premio giornalistico omonimo, dedicato agli Under30. Storico per passione, ha pubblicato con NewtonCompton "I signori di Roma" (2015).