Un bambino nero di tre anni, Nevada Pierre, iscritto a un torneo di calcio non lontano da Orlando, in Florida, ha dato così buona prova di sé, col pallone tra i piedi, da essere considerato un elemento di disturbo per gli altri bambini più grandi e, soprattutto, per le loro famiglie. Chiamata appositamente, l’ha portato via la polizia.
La storia non sembrava vera. Anzi: quando mi sono imbattuto in un post su X.com, che ne parlava, ho subito pensato all’ennesimo fake, o a un’esagerazione gonfiata appositamente per generare sdegno, incredulità e reazioni sguaiate; quindi: per produrre traffico. Ma poi ho verificato e la curiosità che mi aveva spinto si è trasformata in costernazione.
SO FUCKING RACIST! Not only did they call the police, but his team refunded his money and kicked them off the team.
— Meidas_Charise Lee (@charise_lee) October 26, 2026
🚨🚨🚨Yes, a 3-year-old soccer player named Nevada was removed from his youth league, and his family received a refund after police were called to the field.… pic.twitter.com/eElQOChpO8
Ecco i fatti
Alcuni genitori dei piccoli sportivi, “surclassati” dal giovanissimo campioncino che non passa mai il pallone e segna una valanga di gol, hanno protestato con gli organizzatori del torneo per chiederne l’allontanamento. La madre di Nevada ha reagito, difendendo suo figlio e pretendendo che non venisse sostituito. L’organizzatore del torneo, preso tra due fuochi, ha chiamato la polizia che ha deciso di portar fuori dall’area sia il piccoletto che la sua mamma, che è stata risarcita della quota d’iscrizione.
Influencer scatenati
Era inevitabile che un fatto come questo balzasse agli onori della cronaca. Soprattutto dopo che alcune star dei social media avevano manifestato il proprio interesse a riguardo. Ne hanno scritto sia la vecchia gloria della NFL, Scott Griffin III, (“CALLING THE COPS ON A 3 YEAR OLD IS CRAZY“), che l’influencer Ms Rachel, anche lei su Instagram (“I’m LIVID! Please sports people give him all the experiences and love”), insieme a molti altri.
Insomma: ne parlano tutti, anche la stampa, e non solo negli USA. “Video of police being called to youth soccer game with star 3-year-old draws outrage” (CBS); “Florida parents say police called to 3-year-old’s soccer game because kid was ‘too good'” (CBC); “The mother of 3-year-old Nevada Pierre, who was escorted by police from a youth soccer game, spoke with ABC News after she says her son” (da Facebook); “3-year-old soccer prodigy has police called on him by other parents for being ‘too good'” (ABC)…
Se l’episodio appare sinceramente raccapricciante, tuttavia questa vicenda solleva alcuni interrogativi che non possono rimanere confinati tra le righe di gesso di un campetto erboso. Ci costringe invece a porci qualche domanda scomoda. Non sul calcio giovanile, ma sulla società della quale facciamo parte.
La società dello spettacolo
Un Pelé in sedicesimo non può non attirare morbosamente l’attenzione. Forse è inevitabile in un mondo – il nostro – che è sempre in cerca di quelle qualità individuali che possano funzionare come un trampolino per uscire dall’anonimato e, magari, come spesso accade in America, spalancare le porte di un’università prestigiosa. Peraltro l’orizzonte illusorio del professionismo sportivo è una prospettiva molto più comune di quanto si creda: diventare una star significa anche fare un sacco di soldi, anche se ci riescono in pochi.
Adulti? Mica tanto
Consapevoli o meno di tutto questo, i genitori del piccolo Nevada hanno scommesso sul tenero frutto dei loro lombi. Su Instagram esiste dal 2025 un profilo dedicato al calciatore in erba – Nevadaney10: si badi al numero, che non sembra casuale – strapieno delle prodezze del bambino, con già quasi seicentomila followers. La fama del piccoletto si estende anche a Gofundme, piattaforma pubblica per la raccolta di fondi; in questo caso il fine è: “Support Nevada’s Soccer Journey”, sostenere il viaggio calcistico di Nevada, definito dalla madre “a bright and passionate 3-year-old who has loved soccer since he was just 1 year old” («un bambino di 3 anni vivace e appassionato, che ama il calcio da quando ne aveva appena uno»). Oltre 26mila dollari già raccolti, dei 30mila posti come obiettivo.
Un destino già scritto?
Stiamo parlando di un bambino di tre anni. A quell’età, di solito, qualsiasi essere umano ha da poco smesso di indossare il pannolino per espletare i propri bisogni corporali. Il suo corpo, se si manterrà sano, crescerà per almeno tre lustri, accompagnandosi allo sviluppo emotivo e psicologico… Nevada sta compiendo i primi passi della propria vita, letteralmente. Che sia già abile nel destreggiarsi col pallone è, di per sé, quasi un miracolo. Tuttavia sappiamo che sono moltissimi i casi di sviluppo precocissimo di alcune qualità, come la destrezza e il controllo neurologico dei movimenti, che poi – col processo ineluttabile della crescita – quasi mai si confermano come tali. Il 99,9% degli enfant prodige, si sa, diventano “soltanto” persone normalissime.
Senza lapidare nessuno, ma conservando lo spirito critico, mi chiedo: che tipo di società è, la nostra, se non proviamo vergogna a scommettere sulla vita di un bambino di appena tre anni che ama tirare calci a un pallone ed è felice perché, per il momento, gli riesce tanto bene? Di fronte a chi ha già pronti i poster per accostarlo a potenziali, finora ipotetiche, sponsorizzazioni, siamo davvero disposti a considerare normale che questo bimbo prodigio sia trasformato in un trofeo da ficcare a testa in giù nel tritacarne?
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Stefano Lamorgese (Roma, 1966) è un giornalista di formazione umanistica. Alla Rai dal 1990, ha lavorato per TG3, Rai International, Rai2 e Rainews24. Dal 2017 fa parte della redazione di Report/Rai3. Ha insegnato linguaggi multimediali e cultura digitale presso le università di Urbino, Ferrara e Perugia. È Vicepresidente dell'Associazione Amici di Roberto Morrione, che promuove dal 2011 il Premio giornalistico omonimo, dedicato agli Under30. Storico per passione, ha pubblicato con NewtonCompton "I signori di Roma" (2015).