Qualche volta ci capita di leggere un libro che, anche dopo averlo terminato, continua a rimbalzare nella nostra testa, mettendo radici qua e là, come fa negli orti la menta piperita; che sì, è un’erba tremendamente infestante, però profuma di buono. Temo però che, con simili generalizzazioni, il rischio di fare come don Pirrone, nel Gattopardo, quando si trova sul fiacre, stretto e compresso dalla mole del principe di Salina, sia davvero troppo alto: non va bene. Mi limiterò allora a passare dalla prima persona plurale alla prima singolare: qualche volta mi capita di leggere un libro che mi rimane dentro la testa e non ne vuole uscire.
L’ultimo a farmi questo effetto è stato “Terre che non sono la mia”, di Matteo Meschiari, (antropologo e professore di Geografia dell’Università di Palermo), pubblicato nel 2025 da Bollati Boringhieri con il sottotitolo “Una controgeografia in 111 mappe”. Una proposta davvero originale.
Ma partiamo dall’oggetto. È un libro di formato insolito, quasi quadrato, 20×21 centimetri; blu con titoli in bianco e, al centro della copertina, un arzigogolato disegno di Michele Napoli che riproduce una mappa Ch’ŏnhado, risalente alla Corea del XVI-XVII secolo. Mi colpì subito quando lo vidi sui tavoli espositivi della bella libreria Fiaccadori di Parma, a un passo dal meraviglioso battistero dell’Antelami, nello scorso settembre. Mi colpì e lo acquistai.
Da allora l’ho letto tre volte. Ho anche conosciuto di persona il professor Meschiari: l’ho invitato al Festival Policromie di Samassi, qualche giorno fa in Sardegna, e – tra una chiacchiera privata e un momento pubblico – abbiamo fatto amicizia. Ora ci diamo del tu. Ma il bello è che – leggendolo e parlandoci – ho cominciato a dare del tu anche alla sua idea di geografia. Meglio: di controgeografia. Un concetto, me ne rendo conto, che sarebbe opportuno provare a spiegare.
La battaglia culturale posta alla base dell’impresa parte da una considerazione: «il geoanalfabetismo globale è solo uno dei tanti indicatori del collasso cognitivo che caratterizza l’era antropocenica». Lanciato l’allarme, l’assunto principale del libro è quello di provare a definire che cos’è la “controgeografia”, fornendone, ça va sans dire, 111 esempi. Sembrerebbe ovvio: deve trattarsi di qualcosa che, almeno sul piano concettuale, si oppone alla “geografia” come la conosciamo. Oppure, come m’è sembrato di capire, ne completa l’ontologia più profonda. Ma che cosa vuol dire?
Cito dalla premessa: «Per oltre duemila anni abbiamo usato la geografia come una macchina di controllo (…) ma da sempre la geografia è stata anche una pratica immaginativa alla portata di tutti, un ventaglio di modi di vivere lo spazio per conoscere l’altro, per sognare l’altrove».
Ecco il primo chiarimento: la geografia con la quale Meschiari si confronta non è soltanto quella funzionale di GoogleMaps, dei vecchi atlanti del Touring Club o dell’Istituto Geografico Militare. Lui chiama in causa altre funzioni del nostro intelletto e della nostra anima: nella “realtà” rappresentata dalle sue 111 mappe non ci sono monumenti da visitare, strade più o meno trafficate, ristoranti dove mangiare, segnaletiche da rispettare. Non c’è una geometria descrittiva; c’è, invece, una testimonianza dell’attitudine umana verso una forma di proiezione metafisica per lanciare un ponte tra gli uomini e il mondo.
La controgeografia, dunque, appare come una mappatura del pensiero, elaborata lungo la lunghissima storia della nostra specie; un pensiero, certo anche figurativo e simbolico, con il quale i nostri simili hanno abitato e abitano, immaginano e modificano, ogni angolo del nostro pianeta. Ma, si badi: non è una proposta articolata sulla falsariga di un’idea evolutiva. Non c’è un primitivismo arcaico che – nella sua ruvidezza – testimoni, per opposizione, la nostra attuale efficienza rappresentativa. Saremmo fuori strada se leggessimo in questo senso, storiograficamente e utilitaristicamente, l’affascinante proposta di “Terre che non sono la mia”.
A me sembra, al contrario, che ogni “mappa” commentata e riprodotta nel libro costituisca un esempio di una delle infinite modalità di articolazione del nostro pensiero, quando è chiamato a rappresentare il rapporto che intratteniamo sia con lo spazio fisico che ci circonda (strade, montagne, fiumi, animali pericolosi o commestibili) che con il cielo che ci sovrasta, senza tralasciare la mappatura talvolta apotropaica del mondo che immaginiamo e che abita i nostri sogni. Ecco: a me è sembrato, leggendo, di essere guidato tra le stelle e il vento, lungo cammini ancestrali e contemporanei, capaci di mostrare significati nascosti, di richiamare idee recondite, di suscitare sensazioni neglette.
Prendiamo la mappa 39: “seconda stella a destra”. Il disegno corrispondente raffigura una veste, un costume appartenuto a uno sciamano Coriachi. Leggiamo: “Nella tradizione sciamanica della Siberia nordorientale le stelle e i corpi celesti svolgevano una funzione importante. Spesso mappe stellari e mappe cosmologiche venivano incorporate nel costume dello sciamano”. Ecco la spiegazione della figura e, insieme, anche del titolo del capitolo. Le stelle, gli astri, sono dischi di pelle sbiancata cuciti su pelle di renna tinta di rosso. Waldemar (Vladimir) Jochelson, antropologo russo che viaggiò tra i Coriachi all’inizio del XX secolo, «ci informa che riconoscevano un numero limitato di costellazioni e che nella loro concezione del mondo i corpi celesti erano esseri umani». A questo punto Meschiari si chiede: «Che cosa poteva significare per lui o per lei, indossare il cielo? (…) Vestendosi con la volta celeste diventava volta celeste, infilandosi nella mappa diventava lui stesso mappa». Vi pare poco?
Ora mi direte, non senza ragione, che una vestaglia sciamanica con la mappa delle Pleiadi non ci aiuta a trovare il distributore più vicino, quando la spia della riserva segna rosso fuoco e temiamo di rimanere in panne lungo una strada buia. È vero. Ma, se ho capito bene, l’itinerario suggerito dal Prof. Meschiari non è così pedestre. Anzi: ci invita sempre a fare qualche passo più in là.
Come nel capitolo 87: “La madre di tutte le mappe”. Tre grossi punti da ognuno dei quali si diramano quattro segmenti in direzioni erratiche. Sembra uno sgorbio tracciato da un bambino poco dotato. E invece no: è quello che ottenne l’antropologo John Marshall quando chiese a un membro dell’etnia !Kung, parte del popolo San del deserto africano del Kalahari, di tracciare per lui una mappa del territorio nel quale viveva con la sua gente. Quel disegno, quella mappa, indica un n!ore, l’insieme delle risorse naturali dalle quali dipende la sopravvivenza del gruppo e che pertanto a esso appartiene. I grossi punti sono le sorgenti d’acqua; le linee che se ne allontanano sono le diverse direzioni lungo le quali si può cercare il cibo. Ma poiché l’ambiente fisico corrispondente varia sensibilmente con il mutare delle stagioni e dei cicli delle piogge, questa è una mappa potenziale, non realistica in senso geometrico. «Presso i !Kung – scrive l’autore – lo spazio geografico è pensato non in termini di superfici stabili e assi direzionali permanenti ma come un complesso di macchie variabili condizionate dalla mutabilità delle risorse».
Ora, per concludere: proviamo a inserire in questo tipo di rappresentazione dello spazio il concetto di “confine”, con tutto quanto ne consegue nel dibattito contemporaneo, nella politica, nella pace e nella guerra. Non sarebbe inutile, insensato, ridicolo? Certamente sì. Ecco perché – con questo argomento politico – mi va di ringraziare Matteo Meschiari per tutti i regali dei quali ha disseminato la sua fatica.
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Stefano Lamorgese (Roma, 1966) è un giornalista di formazione umanistica. Alla Rai dal 1990, ha lavorato per TG3, Rai International, Rai2 e Rainews24. Dal 2017 fa parte della redazione di Report/Rai3. Ha insegnato linguaggi multimediali e cultura digitale presso le università di Urbino, Ferrara e Perugia. È Vicepresidente dell'Associazione Amici di Roberto Morrione, che promuove dal 2011 il Premio giornalistico omonimo, dedicato agli Under30. Storico per passione, ha pubblicato con NewtonCompton "I signori di Roma" (2015).