La Cura del Vero

Aver cura di Ilaria Alpi

Lo dobbiamo a lei, ai suoi genitori, a noi tutti. La ricerca di verità e giustizia.
Intervista a Mariangela Gritta Grainer

Sono passati più di trent’anni. Era il 20 marzo del 1994.
Si ricorda dove si trovava quando ha appreso la notizia del brutale assassinio di Ilaria Alpi?

«Sì. Non me lo dimenticherò mai. È come fosse ieri. Mi trovavo qui dalle mie parti a Schio, partecipavo a un’assemblea sulla pace, sull’importanza di respingere la logica bellicistica, quella che si fonda sulle armi e sulla guerra. Sembra lo stesso scenario di questi giorni. Era una domenica strana. La domenica precedente quella delle elezioni che aprirono la strada al primo governo Berlusconi. Ma non lo sapevamo ancora. Anche io ero candidata. Venni eletta alla Camera fra le fila del Pci già diventato Pds. A un certo punto entrò una persona e disse: “Hanno ucciso una giornalista e il suo operatore, a Mogadiscio”. Erano all’incirca le tre e mezzo del pomeriggio. Calò il silenzio e la riunione terminò per cercare di capire cosa fosse successo consci della gravità della situazione».

Incontriamo l’onorevole Mariangela Gritta Grainer a Valdagno, resa famosa dagli stabilimenti tessili della famiglia Marzotto. Siamo nella sua bella casa, piena di luce, vissuta, accogliente. Libri, foto, documenti, faldoni, volumi che raccontano e conservano l’impegno mai sopito per la ricerca della verità sull’omicidio della cronista del Tg3 e del cameraman Miran Hrovatin. Siede al tavolo del salotto, con lei il cane Napo e il gatto Micio, guardiani silenziosi e attenti. Sta sfogliando la Costituzione:

«Voglio leggere bene – spiega – gli articoli che la Riforma Meloni-Nordio sulla giustizia vuole modificare, così rinsaldo ancor più le ragioni che mi spingono a votare no».

Insegnante di matematica alle superiori, poi funzionaria dell’allora Pci, deputata per soli due anni. E tanto altro ancora, all’insegna di una militanza mai interrotta contro le diseguaglianze, le discriminazioni, per la libertà, anche di informazione, per una scuola e una sanità pubblica accessibili e di qualità, per la difesa dei diritti sociali ora più che mai sotto attacco. Un biennio quello trascorso a Montecitorio che l’ha segnata nel profondo, come parlamentare, come cittadina, come madre.

Perché ha ancora senso prendersi cura di Ilaria Alpi?

«È un dovere etico e ancor prima civico. Non solo per Ilaria e Miran e per i loro familiari ma anche per tutti noi. Giorgio e Luciana Alpi sono morti senza poter decifrare la verità sui mandanti dell’esecuzione che ha strappato loro l’unica figlia. Aver cura di Ilaria significa non arrendersi. Perché più passa il tempo, più la memoria si spegne. Noi la dobbiamo tenere accesa con ostinazione, con determinazione, affinché giustizia venga fatta».

Ha ancora fiducia nelle istituzioni?

«Nonostante i depistaggi confermati, nonostante gli insabbiamenti venuti a galla, nonostante le inchieste pilotate, nonostante le carte sparite? È questo che intende con la domanda che mi ha rivolto? Certo che ho fiducia. La magistratura, seppur in ritardo più o meno doloso, ha dimostrato la sua indipendenza dal potere politico e questa è la base di una democrazia compiuta che ora vedo a repentaglio con le continue picconate date a suon di maggioranza da questo governo. Ora resta da individuare chi ha ordinato ai miliziani somali di premere il grilletto mirando alla testa di Ilaria. Senza dubbio alcuno».

In che senso?

«L’unica certezza di questa vicenda è che non si cononosce ancora un colpevole, dato che il presunto tale, il povero Hashi Omar Hassan è stato dichiarato innocente dopo 17 anni di carcere, durante i quali lui si è sempre dichiarato estraneo alle accuse che gli sono stati confezionate come un abito su misura.
La sua assoluzione ha dimostrato tutto. Era un capro espiatorio. E questo è scritto nelle sentenze. Lo avevo incontrato più volte quando era detenuto a Padova e anche dopo la sua scarcerazione.
Aveva una forza incredibile. Voleva sapere. Voleva capire chi gli aveva rubato la vita. Gli avevamo raccomandato di non tornare a Mogadiscio. È stato ammazzato nel luglio del 2022 dalla bomba piazzata sotto la sua auto, appena arrivato in Somalia per andare a far visita alla madre. Un attentato di matrice ignota».

Conosceva Ilaria Alpi?

«Non proprio. L’avevo incrociata una sola volta, a un convegno nel ’93 a Venezia, che metteva a confronto giornaliste dell’Europa dell’Est e dell’Ovest. Un incontro come tanti che non immagineresti mai possa diventare così importante».

Quando è entrata davvero nella sua vita?

«Direi un anno dopo, con il mio ingresso in Parlamento. Era stata approvata nelle ultime settimane della precedente legislatura la legge sulla “Istituzione della Commissione bicamerale d’inchiesta sulla politica di attuazione sulla Cooperazione con i Paesi in via di sviluppo”: un’altra tangentopoli era scoppiata. Il nuovo Parlamento istituiva la relativa Commissione che doveva far luce proprio sui presunti casi di “mala cooperazione”: chiesi di entrarci, rinunciando ad altre, come dire, più blasonate, fra cui quella agli Esteri. Sentivo che era lì che dovevo stare».

Aveva già deciso di occuparsi del duplice delitto Alpi-Hrovatin?

«No. Non avevo avuto ancora alcun contatto con i genitori di Ilaria ma avevo intuito che c’era un legame con quanto stava succedendo in Italia (tangentopoli e le stragi della mafia, Falcone e Borsellino …) e in Somalia (la guerra civile dopo la caduta di Siad Barre, feroce dittatore foraggiato con progetti di cooperazione, affari italo/somali) anche dall’Italia. Luciana e Giorgio Alpi li ho conosciuti quando sono stati auditi in commissione, convocati perché stava emergendo un nesso appunto con la “mala cooperazione”. E lì è successo qualcosa. Una commozione fortissima. Io non sono riuscita a parlare. Ero bloccata, tutti lo eravamo. Due persone distrutte dal dolore, ma dignitose. Con una forza incredibile. La sera, tornando nel mio alloggio romano, mi sono detta: “Li devo chiamare” e mi sono fatta cercare il numero di telefono».

Cosa accadde?

«Mi ha risposto Giorgio, il padre. Mi sono presentata, spiegandogli che nel pomeriggio non ero riuscita a intervenire perché ero troppo emozionata e che non era una mancanza di interesse. Al contrario. È stato gentilissimo e mi ha proposto “Perché non ci vediamo di persona?”. Così la sera dopo ci siamo ritrovati a cena in un ristorantino vicino al Pantheon. A un certo punto, senza farsi notare troppo, Giorgio mi ha passato una borsa di tela, sotto il tavolo. Dentro c’era tutto. Documenti, appunti, cassette. Mi disse: “Qui c’è quello che abbiamo raccolto finora”. Nessuno di noi aveva mai creduto alla versione iniziale della rapina finita male. Da quella sera non ci siamo più lasciati, io, Giorgio e Luciana».

Che rapporto si era creato?

«Qualcosa che va oltre la politica. Un legame umano. Profondo. Mi invitarono a casa loro.
“Qui stiamo più tranquilli”, mi dissero. E avevano ragione. Nella casa di Ilaria. Entravi e sentivi la sua presenza. La sua stanza era rimasta lì. Intatta. Il letto sulla destra. La libreria. Il legno chiaro. I vestiti, gli oggetti, i gioielli per lo più etnici, tutto. Non era una stanza “museo”. Era una stanza viva. E questo faceva ancora più male. Ho condiviso momenti, silenzi, ricordi. A volte dormivo lì. Nel letto di Ilaria. È difficile spiegare cosa si prova. È una sensazione che ti resta dentro. È tale contesto che ci ha portato alla stesura del testo che poi ha preso forma nel libro dal titolo inequivocabile “L’esecuzione” a firma di noi tre e di Maurizio Torrealta: una cronaca precisa e dettagliata, verificata in ogni singola circostanza di quanto avvenuto quel 20 marzo».

Una cronaca allora scomoda e che rimane scomoda e pure di grande attualità: che ne pensa?

«Continuare a parlare dell’uccisione di Ilaria e Miran ha sempre dato fastidio e continua a darlo. Non è stato facile e non lo è nemmeno adesso. Si fatica a mantenere accesi i riflettori. Sempre di più. Come trent’anni fa, quando dal 28 gennaio al 1 febbraio 1996 ultimi giorni della legislatura, insieme ad altri quattro componenti della Commissione sono andata a Mogadiscio per rintracciare e interrogare i testimoni dell’agguato e a Gibuti per interrogare Omar Mugne, armatore delle navi della Shifco sospettato di essere il regista del delitto, e alcuni suoi uomini. Rimaniamo l’unica presenza istituzionale che si sia mai recata là. Il governo ce lo aveva impedito dopo che ci aveva autorizzato quando la commissione andò per una missione più ampia in Africa tra ottobre e novembre 1995. Per poter compiere la missione a Mogadiscio e a Gibuti siamo stati aiutati da Emma Bonino, in quel momento Commissaria europea per la cooperazione.
Abbiamo recuperato i nomi di persone che poi sono state convocate dal magistrato, Giuseppe Pititto, incaricato dal capo della Procura di Roma Michele Coiro che avevo incontrato subito dopo il rientro in Italia. Una svolta nelle indagini: un anno dopo a giugno 1997, Pititto fu sostituito da Franco Ionta nominato dal procuratore Salvatore Vecchione, subentrato a Michele Coiro passato alla direzione delle carceri. Il 17 luglio 1997 arrivano in Italia Sid Ali Mohamed Abdi, autista e Mohamud Nur Aden scorta di Ilaria. Non sarà Pititto a interrogarli ma Ionta che li rimanda subito in Somalia».

L’amicizia con Giorgio e Luciana non si è mai interrotta sullo sfondo della ricerca della verità: è esatto?

«Li ho accompagnati sempre. Fino alla fine. Prima se ne è andato Giorgio. Era malato. L’orazione funebre in una chiesa gremita la tenne Walter Veltroni, direttore di Ilaria quando collaborò all’Unità e paziente di Giorgio, urologo di fama. Poi toccò a Luciana. Era ricoverata nella stessa clinica di Giorgio. Soffriva di cuore. Ci siamo telefonate l’ultima volta il sabato. Il lunedì è spirata».

Di tutto questo cosa resta?

«Resta una grande storia d’amore: di Luciana e Giorgio per Ilaria e non solo. Dal 1994 a oggi sono entrata più volte nel mondo di Ilaria, dal momento della sua esecuzione. Con la volontà di cercare nei suoi lavori una traccia per capire la sua morte, innanzitutto ma anche la sua vita. Con la consapevolezza che Ilaria aveva raccolto materiale importante e anche le prove di un traffico d’armi e di rifiuti tossici individuando responsabilità: per questo è stata uccisa insieme a Miran, prima che potesse raccontare “cose grosse” come aveva annunciato alla Rai. Anche le sentenze della magistratura lo sostengono. Abbiamo assistito a occultamenti, carte false, testimoni e/o persone informate dei fatti che hanno mentito, non hanno detto tutto ciò che sapevano, altre sono decedute in circostanze misteriose. Il tutto spesso confezionato direttamente e/o con la complicità di parti e strutture dello Stato che hanno lavorato all’accreditamento ufficiale di versioni artefatte manipolando gli accadimenti reali. Sappiamo quel che è successo il 20 marzo 1994, e pure quello che è successo prima e dopo quella terribile giornata. Sappiamo il perché, forse anche da chi era composto il commando armato. Non sappiamo con certezza chi ha ordinato l’esecuzione e nemmeno chi ha coperto esecutori e mandanti».

C’è amarezza ma anche volontà di non mollare, o ci sbagliamo?

«Si tratta di una ferita mai rimarginata, sanguinante, crudele. Ma abbiamo, io e tutti coloro che continuano a lottare per la verità, una responsabilità irrinunciabile. Perché Ilaria Alpi non è solo una vittima. È una storia, brutta, che chiede ancora giustizia. E finché qualcuno continuerà a raccontarla c’è speranza che la ricerca appunto di verità e giustizia non venga mai meno. Io la mia parte continuerò a farla. Fino alla fine».

  • Monica Andolfatto

    Componente della giunta esecutiva della Federazione Nazionale Stampa Italiana, dal 2017 è segretaria regionale del Sindacato giornalisti Veneto. Membro del comitato direttivo dei i due corsi di Alta Formazione ‘La passione per la verità e la costruzione di contesti inclusivi’ organizzati con l’Università di Padova e insieme a FNSI, Articolo 21, Sindacato Giornalisti del Veneto. Giornalista con la passione del linguaggio e del suo utilizzo nella pratica quotidiana di chi fa informazione. Impegnata nella difesa dei diritti dentro e fuori le redazioni. È fra le ideatrici e promotrici del Manifesto di Venezia, una delle “carte” di autoregolamentazione della categoria contro la discriminazione di genere e la violenza sulle donne attraverso parole e immagini. Cronista di nera del Gazzettino dal 2004 ha documentato, fra le altre, le inchieste dello scandalo Mose e dell’infiltrazione camorristica nel Veneto orientale. In precedenza libera professionista nei diversi ambiti della comunicazione.

Mariangela Gritta Grainer
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