Se il buon giorno si vede dal mattino, allora questo inizio d’anno non promette nulla di buono. Non tanto per i singoli fatti di cronaca, che pure sono gravi, quanto per il modo in cui li commentiamo, li metabolizziamo e li archiviamo collettivamente.
Partiamo da un episodio che ha fatto il giro dei social: l’uomo rimasto gravemente ferito dai fuochi d’artificio, dimesso dal pronto soccorso e poi rientrato con ustioni ancora più serie. La reazione più diffusa non è stata la riflessione, ma il giudizio morale immediato: “se l’è cercata”, “un irresponsabile”, fino ad arrivare a pensieri apertamente disumani, come l’idea che non meritasse nemmeno di essere curato.
È una reazione umana, certo. Ma è anche una reazione pericolosa, perché sposta l’attenzione dal problema collettivo alla colpa individuale. Tutti abbiamo fissato nella memoria l’immagine del “cretino di turno”, ma quasi nessuno si è chiesto come sia possibile che, nonostante i divieti comunali, nel centro di Roma si potessero trovare bancarelle abusive di fuochi. Nessuno si è domandato perché i controlli non funzionino, o perché lo spettacolo pirotecnico resti culturalmente accettato anche quando è vietato.
Nel frattempo celebriamo i droni come alternativa moderna e “pulita”. Ma siamo sicuri di averne valutato l’impatto complessivo? Produzione, smaltimento, consumo energetico, rischi in caso di malfunzionamento o caduta: anche qui, la narrazione rassicurante prende il posto dell’analisi. L’importante è sentirsi dalla parte giusta, non capire davvero il problema.
Lo stesso meccanismo si è ripetuto dopo la tragedia avvenuta in Svizzera. È bastata la descrizione di un locale interrato, privo di vie di fuga adeguate, per scatenare il consueto stupore indignato: “gli svizzeri, così precisi, e poi fanno errori del genere”.
Come se la precisione fosse un tratto genetico e non una costruzione culturale fragile, continuamente da mantenere. La verità è più scomoda: la Svizzera è fatta di esseri umani, esattamente come l’Italia o qualsiasi altro Paese. E in questo periodo storico molti esseri umani hanno scelto la scorciatoia del cinismo: fare oggi, guadagnare oggi, rimandare le conseguenze a domani, tanto “del domani non c’è certezza”.
Qui il discorso diventa personale. Quante volte ci siamo lamentati delle norme di sicurezza perché “fanno perdere tempo”, perché “impediscono di lavorare”, perché per una capienza ridotta o una scala antincendio in più “non conviene più”? Salvo poi indignarci quando qualcosa va storto. Forse dovremmo iniziare a pensare che la sicurezza non è un ostacolo burocratico, ma un diritto collettivo, e che indignarsi solo dopo una tragedia è una forma di ipocrisia.
Sul piano internazionale, il copione non cambia. L’azione statunitense in Venezuela viene raccontata ufficialmente come una questione di narcotraffico. Eppure in molti hanno pensato: “ecco di nuovo gli Stati Uniti che vogliono comandare il mondo”. Anche qui, la reazione è cinica, rassegnata, quasi annoiata. Come se certi eventi fossero inevitabili.
Ed è qui che torna la domanda: davvero ci viene riproposta la stessa narrazione degli anni ’70 e ’80?
La risposta, guardando alla storia dell’America Latina, è sì.
Durante la Guerra Fredda, ogni intervento degli Stati Uniti veniva giustificato con una cornice morale semplice: lotta al comunismo, difesa dell’ordine, stabilità. Non si parlava mai delle cause profonde: disuguaglianze estreme, sfruttamento delle risorse, governi democraticamente eletti ma scomodi.
L’esempio simbolo resta il Cile di Augusto Pinochet: un colpo di Stato militare sostenuto da Washington, raccontato come necessario per “salvare il Paese”. Il risultato fu una dittatura sanguinaria, migliaia di desaparecidos, torture, repressione. Ma tutto questo venne trattato come un danno collaterale accettabile.
Allora la parola chiave era “comunismo”. Oggi è “narcotraffico”. Cambiano i termini, ma la struttura narrativa è identica: il problema viene semplificato, l’intervento appare inevitabile, le conseguenze umane diventano secondarie.
È una narrazione anestetizzante, che evita le domande scomode: chi trae beneficio dal caos? perché certi Paesi restano perennemente instabili? perché si combattono sempre gli effetti e mai le cause?
Questo atteggiamento ha un nome, in psicologia: adattamento. Funziona come quando si vive accanto a una stazione ferroviaria: all’inizio ogni treno fa sobbalzare, poi diventa rumore di fondo. Così accade con le notizie. Ogni tragedia alza l’asticella, e ciò che ieri era intollerabile oggi diventa normale.
Vale anche per la guerra. Per molti, non è nemmeno la notizia più sorprendente. Dopo anni di guerra cognitiva, in cui ci viene ripetuto che non esistono alternative, finiamo per accettare l’inaccettabile.
In questi giorni al cinema torna il Processo di Norimberga. E viene spontaneo chiedersi: quando ci sarà un processo per ciò che sta accadendo a Gaza? Perché alcuni leader finiscono davanti ai tribunali internazionali e altri restano intoccabili, nonostante bambini che continuano a morire sotto le bombe o al freddo?
Forse perché, semplicemente, non fa più notizia.
Se il buon giorno si vede dal mattino, allora il problema non è solo quello che accade, ma come scegliamo di reagire. Continuare ad adattarsi significa prepararsi a tragedie sempre più grandi. L’alternativa esiste, ma richiede uno sforzo culturale: indignarsi prima, non dopo; discutere delle cause, non solo degli effetti; smettere di accettare come inevitabile ciò che inevitabile non è.
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Psicologa-psicoterapeuta perfezionata in Psicologia dell'orientamento alle scelte scolastico-professionali e ricercatrice presso il Dipartimento di Filosofia, Sociologia, Pedagogia e Psicologia Applicata dell'Università di Padova. Docente di "Psicologia dell'inclusione e della sostenibilità sociale" e di "Career Counselling e orientamento professionale in contesto multiculturale". Dal 2009 collabora con il Laboratorio La.R.I.O.S. all'organizzazione e all'attuazione di progetti di orientamento, e alla realizzazione di ricerche relative al tema delle vulnerabilità, dell'orientamento e dell'inclusione lavorativa. È membro del comitato direttivo del Laboratorio La.R.I.O.S., vicepresidente della Società Italiana di Orientamento (SIO) ed è membro dell'Advisory Board dell'International Journal for Educational and Vocational Guidance. Attualmente è coordinatrice del progetto europeo Equi-T (sistema europeo di sviluppo della qualità per l'educazione inclusiva e la formazione degli insegnanti).