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La Cura del Vero

La lettura è diventata un atto performativo?

«Leggere 60 libri in un mese è possibile?»
È questa la domanda che, per diverse settimane, ha dominato i trend del BookTok italiano – ovvero la community di TikTok dedicata agli amanti dei libri – in seguito all’affermazione di una booktoker molto seguita che, durante una diretta, sosteneva di averne letti più di 60 in un mese. A far esplodere la discussione online non è stato soltanto il numero, ma soprattutto la dichiarazione che sia un obiettivo raggiungibile perché «se ti alleni, puoi farlo anche tu».
Però la vera domanda non è se sia davvero possibile leggere così tanto. Piuttosto, quand’è che abbiamo iniziato a trattare la lettura come una performance?

Il valore della velocità e dei numeri

Possiamo dare per assodato che esistono limiti fisiologici alla velocità di lettura, per quanto siano migliorabili: secondo lo studio citato nell’articolo “How many words do we read per minute? A review and meta-analysis of reading rate”, in media un adulto riesce a leggere 260 parole al minuto di narrativa in inglese. Al di là dei dati, però, viene da chiedersi se leggere più velocemente possa essere utile o non sia piuttosto controproducente alla comprensione del testo e, soprattutto, alla soddisfazione di leggere un buon libro. Perché usare per una lettura di piacere tecniche di lettura veloce come lo skimming, pensate per individuare rapidamente le informazioni essenziali in un testo, pare un’assurdità che priva l’atto della gioia che dovrebbe donare.
Come mai ci si ritrova sempre di più a tenere il conto di quanti libri si leggono come se si stesse partecipando a una gara? Il problema non è tanto la fattibilità del leggere 60 libri in un mese, quanto il valore che la nostra società attuale attribuisce alla velocità e ai numeri.

Da gesto intimo a contenuto da condividere

Per molto tempo leggere è stato un gesto profondamente privato e solitario, ma con l’arrivo dei social e l’espandersi delle relative community – da BookTube a Boostagram, fino a BookTok – si è trasformato in un’esperienza sociale. Condividere questa passione ha portato a diversi risultati, tra cui l’avvicinamento (o il ritorno) alla lettura da parte di moltissime persone, soprattutto giovani. Eppure, insieme ai benefici è nata una nuova urgenza: raccontare a tutti i costi cosa si legge e quanto si legge.
In un ecosistema in cui l’attenzione è la risorsa più preziosa, anche la lettura si ritrova rinchiusa nella logica della produttività, perché più libri letti vogliono dire maggiore riconoscimento nella community, e più recensioni portano a più visibilità (e profitto). È un meccanismo dettato dall’algoritmo, in cui l’attenzione data a ogni singolo libro cala e vengono premiate frequenza, velocità e novità. La lettura non è più un atto che si compie solo per sé stessi.

Il “lettore performativo”

Se una volta leggere “si faceva e basta”, adesso si sente quindi il bisogno di comunicare cosa e come si legge. Perché? La lettura è diventata parte della nostra identità, un frammento della maschera sociale che l’individuo mostra al pubblico. Ed è qui che nasce il concetto di “performative reader”, e quindi di lettura performativa che, nella sua versione più estrema, vede l’utilizzo del libro come oggetto di scena da sfruttare in pubblico per attirare l’attenzione e, talvolta, elevarsi intellettualmente. Quella delineata nell’articolo “The Curious Notoriety of Performative Reading” pubblicato sul New Yorker è una figura eccessivamente caricaturale che però porta con sé un fondo di verità: mostrarsi con un determinato libro equivale a dare una certa immagine di sé agli altri. Costruendo la propria biblioteca, il lettore performativo plasma anche la propria identità pubblica.
Sui social la lettura non finisce quando si chiude il libro, continua nella recensione pubblicata, nel wrap-up (elenco dei libri letti) di fine mese e nelle classifiche personali. Il libro diventa contenuto e il lettore, inevitabilmente, autore di quel contenuto. In questo scenario leggere non è più soltanto un’esperienza individuale, ma anche un modo per costruire la propria identità.
Il rischio di questo fenomeno è che un libro venga scelto solo in base alla propria “visibilità”, e la TBR (“To Be Read”, la lista di libri da recuperare in futuro) si allunga inesorabilmente, portando alla crescita di un altro fenomeno, la FOMO.

La FOMO e il libro come prodotto di marketing

Le classifiche, i trend e le pile di libri mostrate sui social alimentano l’idea che ogni titolo non letto sia un’occasione persa. In una società in cui regna la velocità, ormai risulta sempre più pressante la FOMO (Fear of Missing Out), ovvero la paura di rimanere esclusi dal tema del momento. Non basta più “leggere”: bisogna leggere quello di cui tutti parlano, farlo in fretta e dimostrare di esserci, o si rischia di restare indietro.
Se i libri per loro natura sono sempre stati capaci di attraversare il tempo, perché oggi sembrano avere una “data di scadenza”? Dalla frenesia della promozione di un libro in preorder all’hype alimentato mesi prima con il work in progress condiviso da parte dell’autore sui social, il processo creativo diventa parte integrante della promozione e modifica il libro in un “oggetto” del desiderio, da possedere possibilmente prima degli altri. L’editoria ha quindi intercettato questa trasformazione: le edizioni deluxe sono diventate la normalità, così come quelle da collezione, e spesso il contenitore ha preso il posto del contenuto, spalancando le porte al consumismo.
Forse allora non è la lettura a essere cambiata, ma il mondo che la circonda, ed è questo nuovo contesto che ne ha trasformato profondamente l’essenza.

La controcultura della lentezza

Eppure esiste una “controcultura della lentezza”, una piccola scintilla che è germogliata da tempo proprio a partire da quei social che tanto hanno a cuore il culto della velocità.
La community si riprende i propri spazi con i Silent Reading Party, in cui ci si ritrova nello stesso luogo, in silenzio, per leggere il proprio libro in compagnia. Nessun dibattito, nessuna performance, solo la presenza simultanea di persone accomunate dallo stesso gesto. E in queste occasioni il silenzio diventa qualcosa da condividere.
Allo stesso modo, i ritiri di lettura permettono di allontanarsi dal ritmo frenetico della vita quotidiana per dedicarsi esclusivamente ai libri, spesso con lo sfondo di scenari naturali dove esprimere la propria passione all’interno del gruppo diventa parte integrante dell’esperienza. Una condizione simile a quella che si vive con i gruppi di lettura, in cui il testo torna a essere il punto di partenza di un dialogo – ma un dialogo vero, fatto di riflessioni profonde e discussioni.
Sembra quindi possibile riuscire ancora a distinguere il piacere di leggere dal bisogno di essere visti mentre lo si fa.

Forse il problema nasce proprio nel momento in cui la lettura smette di essere un’esperienza e diventa una performance all’interno del mondo in cui siamo immersi. Leggere è un atto totalizzante che può significare abbandonare un libro a metà, divorarne uno in pochi giorni (o ore) o trascorrere un mese intero senza finirne nessuno.
In una società in cui ogni esperienza rischia di trasformarsi in contenuto e ogni gesto in una forma di autorappresentazione, forse il vero atto di libertà è proprio questo: aprire un libro senza chiedersi quale immagine restituirà agli altri, ma soltanto cosa riuscirà a lasciare dentro di noi.

  • Federica Depetro

    Classe 1993, si laurea in triennale a Ca' Foscari in Giapponese e in magistrale all'Università degli Studi di Padova in Strategie di Comunicazione.
    Nel 2021 partecipa al primo Corso di Alta Formazione "Raccontare la verità" promosso dall'Università degli Studi di Padova e dal Sindacato giornalisti Veneto.
    Dopo diversi lavori nel campo della comunicazione e dei social, nel 2022 consegue il Master di II livello "Professione editoria digitale e cartacea" all'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.
    Attualmente lavora a Milano nel campo dell'editoria, tra social, libri e manga.

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