Che cos’è davvero la finanza e come si distingue dall’economia? In un mondo dove i nostri risparmi possono sostenere guerre o contribuire a cause nobili, è fondamentale decifrare le dinamiche invisibili che governano il denaro che circola ogni giorno. Questa domanda è stata affrontata dal professor Alberto Lanzavecchia durante il corso ‘Giustizia sociale. Come riconoscere una finanza sostenibile?’, dove abbiamo esplorato le complessità e le implicazioni etiche legate alla gestione delle risorse finanziari e del loro impatto sulla giustizia sociale.
Mentre l’economia si occupa della produzione, distribuzione e consumo di beni e servizi, la finanza è la gestione del denaro e degli investimenti, spesso attraverso complessi strumenti speculativi. Questo percorso ha messo in luce quanto spesso siamo all’oscuro di come vengano investiti i nostri soldi in banca. Il denaro che consideriamo “al sicuro” potrebbe invece finanziare attività che vanno contro i nostri valori e principi. In molte situazioni, quei soldi non esistono fisicamente, ma sono inseriti in complessi prodotti finanziari che creano opacità e rischi nel sistema. Tuttavia, è fondamentale riconoscere che all’interno di questo stesso sistema possono emergere soluzioni virtuose. Un esempio concreto di come il sistema finanziario possa essere utilizzato per sostenere cause socialmente giuste viene dalle carte prepagate emesse da organizzazioni come Emergency e altre associazioni umanitarie, che per ogni operazione effettuata prevede la devoluzione di un contributo a sostegno delle attività delle associazioni.
Questi strumenti ci permettono di inserire i nostri risparmi in un circuito etico, utilizzando il potere della finanza per sostenere iniziative a favore della pace, dei diritti umani e della giustizia sociale. In questo modo, anche in un contesto che appare marcio o insostenibile, possiamo fare scelte consapevoli. Lo stesso discorso vale per strumenti di finanza etica come le obbligazioni verdi o i fondi d’investimento sostenibili, che concentrano capitali in progetti che hanno impatti positivi sull’ambiente e sulla società.
Un’altra interessante alternativa è rappresentata dalle banche etiche, che operano secondo principi di trasparenza e sostenibilità, finanziando solo progetti che rispettano criteri etici. Queste banche non investono in settori legati alla produzione di armi o alle industrie dannose per l’ambiente, ma invece sostengono imprese sociali, energie rinnovabili, agricoltura biologica e altre attività che promuovono un impatto positivo sulla collettività. Questo tipo di finanza rappresenta una risposta concreta all’esigenza di costruire un’economia più equa e giusta.
Una delle riflessioni più provocatorie emerse nel corso riguarda il nostro potere di compiere azioni concrete e rivoluzionarie, soprattutto in momenti di crisi. Possiamo, ad esempio, decidere di chiudere i nostri conti correnti in quelle banche che scopriamo finanziare guerre e violenze. In molti casi, le grandi istituzioni finanziarie non solo non agiscono a favore della pace, ma sostengono indirettamente l’industria bellica investendo in aziende che producono armamenti. Questa consapevolezza ci offre alternative e ci invita a compiere delle scelte, rifiutando di alimentare un sistema che contraddice i nostri valori. Alcuni articoli di giornale, denunciano spesso come banche tradizionali utilizzino il denaro dei clienti per finanziare società coinvolte nella produzione di armi o tecnologie per scopi militari. Uno studio condotto da The Independent ha rivelato come diverse banche internazionali abbiano investito miliardi di dollari in società che producono armamenti nucleari o che vendono armi in zone di conflitto, mettendo così in luce come i nostri risparmi possano indirettamente sostenere guerre e violazioni dei diritti umani. Ad esempio, un’indagine del Basel Peace Office ha evidenziato che UBS ha investito circa 3,3 miliardi di dollari in aziende coinvolte nella produzione di armi nucleari tra il 2021 e il 2022. Questo include nomi noti come Boeing e Lockheed Martin, che sono legati direttamente all’industria bellica. Inoltre, secondo il rapporto annuale “Don’t Bank on the Bomb,” ben 306 banche globali hanno fornito un incredibile totale di 748 miliardi di dollari a 24 aziende produttrici di armi nucleari nel medesimo periodo
Secondo rapporti di Il Sole 24 Ore e La Repubblica, diverse istituzioni bancarie italiane hanno sostenuto l’export di armamenti verso nazioni come l’Arabia Saudita, coinvolta in conflitti, tra cui la guerra in Yemen. Le banche italiane, come Unicredit e Intesa Sanpaolo, sono state accusate di avere legami con il mercato delle armi, utilizzando risorse destinate ai depositanti per finanziare attività che contrastano con i principi di pace e giustizia. Questo comportamento non è solo una questione di etica bancaria, ma pone anche interrogativi sulla responsabilità sociale delle istituzioni finanziarie. Gli investimenti in armamenti sono spesso lontani dalla percezione del pubblico e, per molti cittadini, scoprire che i propri risparmi possano essere utilizzati in questo modo rappresenta una rivelazione scioccante.
Una risposta forte e simbolica da parte dei cittadini sarebbe quella di chiudere i conti presso queste banche. Questa azione non solo esprime un rifiuto nei confronti dell’uso del denaro a sostegno di conflitti e violazioni dei diritti umani, ma funge anche da messaggio potente contro il finanziamento di attività che contrastano con i valori della nostra Costituzione, che sancisce il ripudio della guerra. Secondo uno studio di Amnesty International, il disinvestimento dai finanziamenti per le armi potrebbe spingere le banche a rivedere le proprie politiche e a cercare soluzioni più sostenibili e rispettose dei diritti umani . Un altro esempio concreto di finanza alternativa è quello della microfinanza, che, attraverso piccoli prestiti concessi a comunità e individui che non possono accedere ai tradizionali canali bancari, sostiene progetti di sviluppo locali, spesso in Paesi del Sud del mondo. La microfinanza permette di finanziare piccole imprese locali e cooperative, contribuendo così alla crescita di economie più inclusive e sostenibili. In questo modo, il denaro non è usato per speculazioni o progetti distruttivi, ma per creare opportunità economiche positive a livello comunitario.
Per concludere, se la finanza tradizionale si concentra sul profitto ad ogni costo, esistono alternative che mettono al centro la giustizia sociale e il rispetto per l’ambiente. Esistono scelte etiche e consapevoli che possiamo fare per allontanarci da un sistema che sostiene iniquità e guerre, scegliendo invece di sostenere progetti che contribuiscono al bene comune. Anche in un mondo dove spesso il denaro è utilizzato per fini che possiamo considerare “marci”, abbiamo il potere di decidere come usare i nostri risparmi, scegliendo soluzioni che promuovano la pace e la sostenibilità, piuttosto che la distruzione e il conflitto.
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Psicologa-psicoterapeuta perfezionata in Psicologia dell'orientamento alle scelte scolastico-professionali e ricercatrice presso il Dipartimento di Filosofia, Sociologia, Pedagogia e Psicologia Applicata dell'Università di Padova. Docente di "Psicologia dell'inclusione e della sostenibilità sociale" e di "Career Counselling e orientamento professionale in contesto multiculturale". Dal 2009 collabora con il Laboratorio La.R.I.O.S. all'organizzazione e all'attuazione di progetti di orientamento, e alla realizzazione di ricerche relative al tema delle vulnerabilità, dell'orientamento e dell'inclusione lavorativa. È membro del comitato direttivo del Laboratorio La.R.I.O.S., vicepresidente della Società Italiana di Orientamento (SIO) ed è membro dell'Advisory Board dell'International Journal for Educational and Vocational Guidance. Attualmente è coordinatrice del progetto europeo Equi-T (sistema europeo di sviluppo della qualità per l'educazione inclusiva e la formazione degli insegnanti).