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La Cura del Vero

Guerra, violenza sistemica e neoliberismo: un intreccio strutturale

Negli ultimi anni la guerra è tornata al centro del dibattito pubblico, complici i conflitti in Ucraina e Palestina che sono risultati capaci di porre sotto il riflettore del panorama italiano le crescenti tensioni geopolitiche tra nazioni e le dinamiche di potere globali. Nel mondo occidentale contemporaneo, caratterizzato dalla logica neoliberale, il conflitto armato prende forma all’interno di una complessa rete di relazioni di potere, sfruttamento delle risorse e disuguaglianze sistemiche. La guerra si presenta come un fenomeno profondamente intrecciato nelle strutture economiche e culturali della società. Osservarla attraverso la lente della violenza sistemica aiuta a comprendere come essa sia non solo una conseguenza, ma anche uno strumento della società neoliberista.

Per addentrarci in questa riflessione è prima necessario fare un salto indietro nel tempo, più precisamente tra la fine degli anni Sessanta e gli inizi di quelli Settanta. In questo periodo il sociologo e matematico norvegese Johan Galtung, interessato a comprendere a fondo la pace, si concentrò – quasi paradossalmente – sull’analisi della violenza in tutte le sue forme. Distinse tre forme di violenza presenti all’interno delle società: diretta, strutturale e a culturale.  La violenza diretta risulta visibile e immediata, come nei conflitti armati; la violenza strutturale si manifesta attraverso disuguaglianze economiche e sociali; e infine la violenza culturale legittima le altre due tramite ideologie e simboli culturalmente tramandati.

Adottando questa prospettiva, la guerra appare non solo come scontro tra eserciti, ma come parte di un sistema più ampio di oppressione. La violenza diretta è così il risultato finale di dinamiche meno visibili, ma fortemente influenti sui rapporti intra e interstatali. Un esempio emblematico di questa dinamica è l’estrattivismo, ovvero il saccheggio sistematico delle risorse naturali, che, se da una parte costituisce un pilastro dell’economia neoliberista, dall’altra rappresenta una forma di guerra economica capace di distruggere ecosistemi e comunità locali. L’estrattivismo emerge come catalizzatore di forme di violenza culturale, strutturale e diretta e a questo proposito basti pensare a come politiche economiche estrattiviste si pongono alla base di forme di violenza culturale quale ad esempio il colonialismo e la supremazia bianca. Queste ideologie si traducono a cascata in violenza strutturale, visibile nelle disuguaglianze etniche e di genere, nella marginalizzazione politica di alcune minoranze e nelle disuguaglianze nell’accesso alle cure. A livello più diretto, le conseguenze si manifestano in estinzioni, degrado ambientale, inquinamento, repressione di proteste e rivolte, fino ad arrivare al conflitto armato. La politica estrattivista, trasforma pertanto il pianeta in un campo di battaglia per il profitto, generando conflitti per il controllo delle risorse. In tempi recenti ne è un caso concreto la situazione di scontri in Brasile tra la popolazione indigena e le fazioni anti-indigene, sostenute dall’agrobusiness e dagli interessi minerari.

Ben prima di Galtung diversi pensatori hanno analizzato il legame tra guerra e capitalismo.

A inizio Novecento, l’economista e politica tedesca Rosa Luxemburg osservava come di fatto l’espansione imperialista fosse essenziale per l’accumulazione del capitale, rendendo la guerra una caratteristica strutturale del sistema economico capitalista. Analogamente, Fanny Dal Ry, esponente del socialismo antimilitarista italiano nei primi decenni del Novecento, evidenziava come l’industrializzazione e il lavoro alienante favorissero un controllo sociale che preparava le masse alla guerra.

In tempi più recenti, l’ecofemminismo di Françoise D’Eaubonne (1978) offre un’altra chiave di lettura: la logica di dominio che governa le relazioni di genere è la stessa che alimenta il militarismo e la distruzione ambientale. In particolare, molte delle caratteristiche del patriarcato sono condivise con il capitalismo, a partire dall’analogia tra la guerra – sistema di conquista e saccheggio – e il patriarcato – esercizio di dominio sulle donne.

Il patriarcato viene identificato come uno strumento di guerra. Secondo Bruna Bianchi, storica contemporanea interessata alle tematiche di guerra e genere, D’Eaubonne fa risalire la causa diretta della distruzione del pianeta al controllo patriarcale della fertilità della terra e della fecondità femminile. Nella visione ecofemminsta si sostiene che, a un certo punto della storia, l’uomo abbia cominciato a concepirsi come l’unico agente responsabile della procreazione: sia della terra, che del genere umano. Nel primo caso, ha espropriato le donne dalla cura del suolo, trasformando l’agricoltura in sistema produttivo intensivo e trasformandola da pratica di cura a sistema di profitto, comportando la nascita dell’agricoltura intensiva. Nel secondo caso, riconoscendosi come soggetto attivo nella riproduzione umana, ha attribuito a sé il controllo della natalità, con la conseguenza di un forte aumento delle nascite, subordinando il ruolo della donna. Questa visione ha ridotto terra e donne a contenitori passivi della forza vitale maschile, giustificando un modello predatorio di appropriazione. Tale paradigma si è radicato nell’economia e nelle dinamiche di sfruttamento, trovando oggi una chiara espressione nel sistema neoliberista.

Si può pertanto notare come, nel contesto neoliberale, la guerra non sia solo un mezzo di conquista, ma un meccanismo di controllo sociale ed economico, che, nutrendosi della violenza, la utilizza per espandere il proprio dominio e perpetuare disuguaglianze. I conflitti armati giustificano il militarismo alimentando la privatizzazione della sicurezza e sostengono un’economia di guerra che avvantaggia pochi, e penalizza molti.

Contrastare questa logica richiede un approccio critico e consapevole – spesso assente nelle narrative mainstream – capace di mostrare le dinamiche complesse e nascoste che si celano dietro lo scoppio di un conflitto. Solo così è possibile immaginare alternative basate sulla giustizia sociale e l’ecologia.

  • Denise Zucchini

    Psicologa perfezionata nel corso "Orientamento e career counseling per l'inclusione, la sostenibilità e la giustizia sociale" e dottoranda nel corso "Human rights, Society and Multi-level governance" del Centro Diritti Umani dell'Università di Padova. Dal 2022 collabora con il Laboratorio Larios (Laboratorio di Ricerca e Intervento per l'Orientamento alle Scelte) dell'Università di Padova in attività di ricerca inerenti i temi dell'inclusione, della sostenibilità e della giustizia sociale, nonché in attività di prevenzione e promozione sull'orientamento professionale. I suoi interessi di ricerca riguardano principalmente l'analisi dei processi di marginalizzazione ed esclusione sociale, l'analisi delle dinamiche che favoriscono il lavoro dignitoso e il rispetto dei diritti umani, la promozione di idee e atteggiamenti pacifici, e lo sviluppo di ambienti volti all'inclusione, alla sostenibilità e alla giustizia sociale, con particolare attenzione alle traiettorie delle persone con vulnerabilità.

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