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La Cura del Vero

27 Settembre 2026: su acque e fiumi o di un bene comune.

A cura di Enrico Gusella

Raccontare le acque e i fiumi è cosa complessa, che ci riguarda direttamente, in quanto riguarda la nostra esistenza e la nostra attiva presenza quali cittadine e cittadini che appartengono ad un territorio e ad una comunità. Così la giornata mondiale dei fiumi che si è svolta domenica 27 settembre è il modo per raccontare luoghi e accadimenti dei quali cui aver cura, e di patrimoni ambientali con cui viviamo e che rendono degna la nostra esistenza e il nostro tempo.

Ma davanti ai nostri occhi sono ancora ben presenti le immagini della piena improvvisa del fiume Bhote Koshi, originata lungo il confine tra Nepal e Tibet del 26 agosto scorso la cui ondata di acqua, fango e detriti provocò circa 1.500 morti e 5.000 dispersi.

Mentre il 29 ottobre 2024 a caratterizzare la cronaca e i disastri ambientali fu la grande alluvione di Valencia, in Spagna e in altri comuni dell’area iberica provocando 229 morti, oltre 120.000 sfollati, 300.000 senza acqua. E ancora il 4 luglio 2025 un’altra grave alluvione colpì il Texas con conseguenze particolarmente gravi nella regione di Hill Country. Le piogge torrenziali causarono l’esondazione del fiume Guadalupe, determinando una devastante alluvione improvvisa. Bilancio: oltre 120 vittime e centinaia di dispersi.

Così dalla Romagna a Valencia, dal Polesine a Firenze, l’onda lunga delle acque affondano fiumi e città, territori e identità. Le nostre comunità.

E trattare di fiumi e alluvioni, confini e allagamenti, può diventare, allora, anche una pratica “etica”, un “dato sensibile” di cui aver cura, ma anche una modalità, un’attenzionalità verso l’ambiente e il paesaggio, o di uno straordinario bene culturale proprio come recita l’articolo 9 della nostra Costituzione, in quanto “La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica (cfr. art. 33, 34). Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”.

E quanto accade in molti Paesi, compreso il nostro, è la rappresentazione di fragilità morfologiche e ambientali ampiamente note, e in questa occasione diventano il motivo di concrete analisi e di possibili riflessioni.

Ma i fiumi, i nostri fiumi, sono anche l’espressione di civiltà con le quali misurarsi, entro cui ritrovare una dimensione, o la forma di un paesaggio.

I fiumi, giova ricordare, sono “un corso d’acqua dolce perenne che scorre sulla superficie terrestre oppure, in alcuni casi, sotto di essa. Inizia sempre con una sorgente, rappresentata in genere da una falda sotterranea che affiora o dallo scioglimento di un ghiacciaio, e termina sempre in una foce gettandosi in mare o in un lago. Se il corso d’acqua termina senza separarsi in vari rami o bocche, la foce è detta a estuario; se le bocche sono due o più viene detta a delta. Lungo il suo corso il fiume riempirà l’alveo e verrà alimentato dalle piogge, proseguendo sempre in discesa: risente infatti della forza di gravità e quindi anche a causa della pendenza può mutare aspetto e regime. Vicino alla sorgente, nella parte a monte, ha una pendenza più importante e di conseguenza scorre impetuosamente e veloce, formando cascate e causando erosione delle sponde e del letto. In pianura diminuisce la velocità, se ha ricevuto affluenti aumenta la portata e ha un letto più largo e profondo con un percorso talvolta a curve (meandri e anse). Gli affluenti o tributari sono un altro fattore che contribuisce ad aumentare la portata del fiume stesso.

Il fiume è in qualche modo una sorta di “corpo” e come tale dovrebbe essere trattato e curato.

Ma da moltissimi anni i fiumi a tutt’oggi sono oggetto di inquinamento e di “maltrattamenti da parte” dell’uomo. E anche in tal senso la giornata mondiale dei fiumi può essere un segno di indagine e sensibilità, di speranza e civiltà. 

E sebbene i fiumi abbiano spesso “preso” parte alle catastrofi e alle drammatiche vicissitudini del pianeta e dell’uomo, essi rappresentano un “limite”, una “soglia” o un “confine” del nostro territorio e delle nostre città oltre il quale possono prendere corpo le catastrofi.

Osservazioni, queste, già ampiamente sperimentate nel Medioevo in un’area compresa tra Roma e le Alpi,  il cui  ruolo dei fiumi e dell’acqua, in particolare la sua gestione prese corpo a partire dalla legislazione statuaria dell’Italia comunale durante il XIII e il XIV secolo, e che sono indagati nel volume Water and the Law. Water Management in the Statutory Legislation of Later Communal Italy (Archaeopress, 2024) di Francesco Salvestrini, professore ordinario di Storia Medievale all’Università di Firenze.

“Storie” e norme legislative di un Medioevo che riecheggia ancor oggi in una narrazione delle catastrofi e in una dimensione delle “fragilità” urbane e paesaggistiche.

Così, se nel Medioevo le città più urbanizzate erano Milano – oltre 100.000 abitanti prima della peste del 1348-; Firenze e Venezia con circa 100.000 abitanti; Genova (oltre 50.000); Bologna, Siena e Verona (circa 50.000), Roma, Brescia, Pisa, Padova (35/40.000), altre città ancora annoveravano la maggior parte dei fiumi e delle risorse idriche italiane, come in una sorta di “frontiera dell’acqua”, fra “centro e periferia”, la città e le campagne. E giova ricordare che “nel contesto urbano dell’area centro-settentrionale – giusto per prendere in esame uno dei tanti casi geografici e amministrativi –  in epoca medievale, esisteva una legislazione statuaria comunale che attestava da parte dei governi locali alcuni punti fondamentali di acquisizione di servizi e di interventi idrico-gestionali quali: la fornitura di acqua per scopi domestici e lavorativi (sia all’interno che all’esterno dell’ambiente costruito), lo scavo di pozzi, la costruzione e la protezione di serbatoi d’acqua, l’apertura e la conservazione di condutture e canali e la gestione delle fonti di acqua dolce.

Da tempo invece assistiamo all’estrazione di migliaia di chilometri cubi (circa 4.000) di acqua da falde. Fiumi e laghi, il cui 70-72 % dell’acqua dolce è destinata all’agricoltura. E 3,2 miliardi di persone vivono   aree agricole con scarsità idrica, mentre 12,5 europei sono esposti a PFAS vivendo in aree con acqua potabile. Intanto, come anche i recenti accadimenti di questi mesi lo dimostrano, la domanda di acqua è in aumento e di questo passo lo stress idrico è destinato ad aggravarsi nei prossimi decenni. E di certo non possiamo dimenticare la grande sete che attanaglia i paesi più poveri del nostro pianeta   con circa 1,4 milioni di persone che muoiono a causa di malattie legate alla scarsità di acqua potabile, e 74 milioni avranno la vita accorciata da malattie legate alla scarsità di acqua e di servizi igienici adeguati e di conseguenza alla scarsa igiene. 

Questa una parte del drammatico rapporto ONU sullo sviluppo idrico, ma molti altri ovviamente sono i problemi e le dinamiche che si intrecciano con le devastazioni dei nostri territori, il problema dei fiumi e delle acque.

E ciò che occorre è far sì che l’acqua sia riconosciuta come un vero e proprio bene comune, indispensabile per tutti noi umani, un bene di cui aver cura e attenzione.

I fiumi sono uno dei più grandi patrimoni ambientali di cui disponiamo, e iniziare ad aver cura, amore e attenzionalità è un modo per rivolgere a loro quegli investimenti di cui da decenni necessitano. Sarebbe questa una cosa quanto mai opportuna, sarebbe la forma migliore per considerare davvero “i fiumi come l’espressione di civiltà con le quali misurarsi, entro cui ritrovare una dimensione, o la forma di un paesaggio”, il nostro certamente, ma anche di un intero pianeta sempre più in difficoltà.

  • Redazione

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