Caos è una parola che non manca di fascino, evoca atmosfere misteriose. Viene dal greco e ha un significato originario di spaccatura, vuoto, abisso. Nel linguaggio di tutti i giorni associamo il termine a disordine e confusione, ma compare pure in campo scientifico, dalla cosmologia alla matematica, alla fisica. Impossibile dimenticare la “teoria del caos” che pare una “contraddizione logica” ma non lo è, è un campo di studi serissimo sulle piccole variabili che determinano grandi conseguenze.
Faccio questa premessa per introdurre il libro sulla “giustizia internazionale sotto attacco” che l’editore Laterza ha volutamente affidato a due personalità molto diverse fra loro: Emanuela Fronza giurista e Marcello Flores storico. Il titolo è appunto “Caos” e riflette l’idea che “l’abisso” in cui il pianeta sta precipitando non può essere letto utilizzando una singola disciplina accademica. Per far capire cosa minacci il rispetto dei diritti umani nel mondo e determini le aggressioni verso le Istituzioni chiamate a difenderli non basta la dimensione politico giuridica, occorre fare i conti con la storia, avere uno sguardo più ampio.
Il punto da cogliere è in concreto questo: non può sussistere un diritto internazionale efficace se non c’è sotto, alle sue fondamenta, un ordine mondiale condiviso che lo sostiene, accettato dai principali attori che operano su scala planetaria. Fronza e Flores sono in totale sintonia su questa chiave di lettura ed è il loro approccio transdisciplinare che rende il saggio di grande utilità per esplorare una materia di straordinaria attualità.
Il percorso che propongono gli autori è insomma insieme storico e giuridico, si muove in parallelo. Si va dal dopo Seconda Guerra Mondiale e si risale all’oggi focalizzandosi sulla genesi degli strumenti normativi adottati a livello internazionale e sulle criticità operative riscontrate. Il punto di partenza è insieme simbolico e sostanziale: sono i processi di Norimberga (1945-46) e Tokyo (1946-48) che per la prima volta affermano il principio della responsabilità penale individuale anche per i leader politici e militari, in quei casi i gerarchi nazisti e i militaristi nipponici. Quei processi, pur controversi per il loro carattere di “giustizia dei vincitori”, rappresentarono una svolta epocale: l’umanità dichiarò che alcuni crimini trascendono i confini nazionali e richiedono una risposta collettiva.
Seguono nel corso degli anni altre tappe significative: la Convenzione per la prevenzione e la repressione del delitto di genocidio (1948), le Convenzioni di Ginevra (1949), e soprattutto lo “Statuto di Roma del 1998”, atto istitutivo della Corte Penale Internazionale (CPI), entrato in vigore nel 2002. Un tragitto tutt’altro che lineare: per decenni la Guerra Fredda ha paralizzato ogni tentativo di creare istituzioni permanenti, relegando la giustizia internazionale a tribunali “ad hoc” (come quelli per l’ex Jugoslavia e il Ruanda negli anni Novanta).
Il saggio di Fronza e Flores è insomma una mappa utilissima che consente ai non addetti ai lavori di orientarsi, cogliere le differenze. Comprendere per esempio con quali strumenti la Corte di Giustizia Internazionale si occupi dei comportamenti degli Stati oppure come quella Penale tratti invece la eventuale incriminazione di singoli responsabili. Quest’ultima interviene quando gli Stati nazionali “non intendono” perseguire i crimini. E non è mai un’attività facile la sua perché molti governi si sono rifiutati di cooperare, nascondendo i responsabili dietro la propria giurisdizione. Nel tempo sono emerse molteplici difficoltà, i paesi aderenti sono 125 ma potenze come Stati Uniti, Cina, Russia e India, non hanno ratificato lo Statuto di Roma.
E questo chiarisce i problemi operativi che possono crearsi anche perché la Corte Penale non dispone di una polizia propria: l’esecuzione dei mandati d’arresto richiede la cooperazione degli Stati. Quando questa manca, vedi per quanto riguarda l’Italia le vicende legate al caso del libico Almasri nel 2025, la CPI si trova di fatto disarmata.
Eccoci allora arrivati all’oggi. Qual è la differenza rispetto a dieci anni fa? Il punto è che la Corte non si è limitata a intervenire per violazioni dei diritti umani da parte di leader africani magari caduti in disgrazia. Ha spiccato mandati di cattura e di arresto per dei protagonisti di primo piano della politica internazionale come Putin e Netanyahu in relazione alla Ucraina e a Gaza. La reazione della Russia e di Israele e Stati Uniti è stata furibonda. I giudici sono finiti sotto attacco, sono stati perseguiti a loro volta, insomma non ci si è limitati a non rispettarne le decisioni, la Corte Penale è stata insultata, aggredita, sanzionata.
Ma la “faglia tettonica” (gli autori usano questa espressione) che si è aperta fra giustizia sovranazionale e ragion di Stato è di portata sistemica, investe anche altre istituzioni. A dircelo è una vicenda parallela a quanto abbiamo riassunto finora. Riguarda questa volta la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo che ha il compito di valutare la conformità dei comportamenti degli Stati alla Convenzione che sulla materia essi stessi hanno sottoscritto. E cosa è successo? È accaduto che il 22 maggio 2025, su iniziativa di Danimarca e Italia, i leader di diversi paesi (a fine anno diventati 27) hanno firmato una lettera aperta in cui viene presa di mira l’attività della Corte in materia di immigrazione. Nel libro è riportato il passaggio più significativo di questa iniziativa diplomatica
È importante valutare se, in alcuni casi, la Corte abbia esteso eccessivamente l’ambito di applicazione della Convenzione rispetto alle intenzioni originarie, alterando così l’equilibrio tra gli interessi che dovrebbero essere tutelati. Riteniamo che l’evoluzione nell’interpretazione della Corte abbia, in alcuni casi, limitato la nostra capacità di prendere decisioni politiche nelle nostre democrazie. E di conseguenza, ha influenzato il modo in cui noi, in qualità di leader, possiamo proteggere le nostre società democratiche e le nostre popolazioni dalle sfide che il mondo di oggi ci pone di fronte
Non siamo davanti alla richiesta di abolire la CEDU ma a una rivendicazione di “sovranità”. Dietro c’è la visione politica della immigrazione come “minaccia esistenziale”, la volontà di modificare le procedure dell’asilo che non devono “rischiare” di essere contraddette da sentenze che supportino i diritti dei singoli. Capiamo così insomma qual è il punto: il potere politico (anche in questo campo) chiede ai giudici di cambiare strada, di non mettere i bastoni fra le ruote alle azioni tendenti a promuovere la “difesa dei confini”.
Tutto si tiene, verrebbe da commentare. “Pur con dinamiche molto diverse” scrivono Fronza e Flores “il denominatore comune sembra essere uno solo: il ritorno alla ragion di Stato come unica chiave di comprensione delle relazioni internazionali. Ma cosa può diventare un pianeta dove alla forza del diritto si sostituisce il diritto del più forte? Intanto non siamo di fronte a un “mondo nuovo” ma a un ritorno al passato, a modelli ottocenteschi che hanno portato nel Novecento alle stragi delle guerre mondiali. È stato l’esito drammatico di quei conflitti, insanguinati da stermini e genocidi, a produrre la successiva solenne affermazione di quel “mai più” che oggi sembra scomparso dalla scena, che non pare più riguardare le democrazie occidentali. Ottanta anni dopo abbiamo dimenticato il fallimento storico dei nazionalismi esasperati, i massacri da loro generati che evochiamo solo in modo retorico e rituale.
Caos ritiene che il primato assoluto della Ragion di Stato su ogni altro valore sia invece foriero di nuovi disastri. E qual è l’alternativa? Rilanciare il principio di umanità che non è una “illusione da buonisti” ma l’unico contesto che consenta convivenza e crescita comuni. “L’universo del diritto è realista. Lo è perché non ci sono alternative: il puro imperio della forza senza alcun limite porta al collasso della società” scrivono gli autori che ricordano che solo il diritto può contrastare l’inumano, fare argine a prevaricazioni, violenze smisurate, torture, brutali uccisioni. Questo perché “quello dell’illimitatezza della forza sovrana, della brutalità «necessaria», lungi dall’essere il solo realismo è un’utopia nera, una distopia la cui «efficacia» dipende dalla paura e tramonta con essa.” Caos non è comunque un libro “catastrofista”, sostiene che la crisi attuale della giustizia internazionale può anche costituire una fase di travaglio che porti non al suo abbandono ma a una sua trasformazione positiva anche perché su “crimini sistematici” che restino impuniti non si costruisce nulla. “Abbiamo il dovere di reagire” si dice nelle conclusioni nel nome della difesa di civiltà e convivenza, il più realistico degli obiettivi.
Dopo aver ragionato sul merito c’è una dimensione del libro che desta un profondo interesse in chi come me si occupa di media e di comunicazione intendendola come lo spazio pubblico dove si formano le opinioni e si impongono le decisioni. Caos ha una struttura logica che sarebbe piaciuta a Wittgenstein: si propone di effettuare un’operazione di chiarificazione del linguaggio che, come spiegava il grande filosofo austriaco, è la “cassetta degli attrezzi” con cui leggiamo il mondo che ci circonda. Il saggio si apre volutamente con espressioni e termini che fanno ormai parte purtroppo del nostro vocabolario quotidiano: crimini contro l’umanità, genocidio, crudeltà, autodifesa, reazione proporzionata. E il proposito qual è? Ce lo spiega la stessa introduzione, lo scopo dichiarato è parlare della guerra di parole che si è sovrapposta alle guerre sanguinose, alle stragi che stanno devastando il pianeta. Nel dibattito occidentale sono entrate ovviamente soprattutto Ucraina e Gaza. Anche se, mi sembra indispensabile ricordarlo, c’è un continente, l’Africa, sconvolto da feroci conflitti che hanno provocato, nella indifferenza della comunità internazionale, delle terribili crisi umanitarie con decine di milioni di sfollati. Basti pensare al Sudan e al Congo. Perché non se ne parla? Cosa ce li rende così “lontani”? Indirettamente Fronza e Flores danno una risposta pure a questo intreccio di domande: a dominare il discorso pubblico è stato un opinionismo ispirato da una centralità occidentale che ha oscurato l’umano alimentando confusione e emotività. Nel libro si ritrova pure il termine infodemia, una definizione che va ben oltre il campo delle malattie infettive. Ricorrendo a Treccani capiamo in cosa consiste: “nella circolazione di una quantità eccessiva di informazioni, talvolta non vagliate con accuratezza, che rendono difficile orientarsi su un determinato argomento per la difficoltà di individuare fonti affidabili”.
Con questo approccio possiamo ora affrontare il nodo politico mediatico di primaria importanza nella “guerra di parole che si è sovrapposta alle guerre sanguinose”, l’uso del termine genocidio. Caos ne spiega i connotati giuridici, la genesi, ci invita a riflettere senza fideismi su cosa significhi colpire indiscriminatamente i civili, rendere loro la vita impossibile, privandoli di case, acqua, cibo, ospedali, assistenza. È il confronto col concreto ciò che veramente conta, non il salvifico uso di una parola, è la tesi degli autori. A me è tornato alla mente, in riferimento al calvario subito dagli abitanti di Gaza, lo straordinario editoriale scritto nel luglio del 2025 sul New York Times da Omer Bartov storico israeliano-statunitense, una vita dedicata a approfondire le dinamiche dell’Olocausto. “Sono uno studioso di genocidio. Lo riconosco quando lo vedo” il titolo del suo intervento. Un giudizio incontrovertibile, impossibile da smontare, distante anni luce dalle ambiguità dei nostri opinionisti.
E qui non si può non ricordare che i “tempi di guerra”, privilegiando sempre la propaganda, si abbeverano di distorsioni e manipolazioni, alimentano le contrapposizioni, oscurano ciò che può danneggiare la parte che si sostiene. Ad esempio, in Italia la parola pace (l’umano di Fronza e Flores) è stata in questi anni rimossa dal dibattito politico mediatico. Esperienze virtuose ci sono state, ma l’informazione dominante (telegiornali, quotidiani più influenti, opinionisti tv) ha veicolato un unico messaggio: lo scontro armato è inevitabile, l’Occidente difenda la sua «sicurezza». Il sistema della comunicazione si è mosso in sintonia con governi, NATO, istituzioni europee, industria delle armi, grande finanza. Non ha svolto una funzione critica: la pace è stata dipinta come illusione, la diplomazia esclusa come resa davanti al nemico, le Nazioni Unite sbeffeggiate. Per questo Caos è un saggio importante perché, pur senza perdere il rigore scientifico, fa qualcosa che spesso gli accademici evitano. Entra nella discussione pubblica, si confronta non solo con il diritto internazionale e i suoi sviluppi nel tempo, ma intende dialogare con una comunità allargata a tutta la cittadinanza. Quando vi dicono che la “legge del più forte” è l’unica forma di realismo e il resto sono chiacchiere, vi stanno ingannando, spiegano gli autori. Ce lo testimonia la stessa esperienza storica: come sono finiti i regimi che hanno fatto della brutalità la cifra della propria politica di potenza?
Resta un’ultima considerazione sul cosiddetto ordine mondiale. Lo abbiamo capito: le norme di comportamento fra le potenze non sono mai un “principio eterno”, sono sempre un prodotto della storia. In questo 2026 è di solare evidenza che tantissimi nodi stanno venendo al pettine, chi dispone di una superiorità militare la utilizza senza pudore, le relazioni fra Stati Uniti e “alleati” europei e Nato sono ai minimi termini, le istituzioni internazionali sotto attacco. Ma sullo sfondo c’è qualcosa di ancora più epocale: i rapporti di forza fra Occidente e Sud Globale non sono più quelli degli ultimi secoli. Altri protagonisti sono entrati in scena. È un grande caotico sommovimento, non è assolutamente detto che sia una male ma si “naviga in terre incognite”. E qual è l’unica bussola possibile? Lavorare con pensieri e azioni all’altezza della sfida avendo al centro il futuro del pianeta, “la realistica utopia dell’umano” cioè della pacifica convivenza e cooperazione fra i popoli.
Da Altopiano Rivista di analisi politica ANNO III n°2
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Giornalista e scrittore. Caporedattore alla Rai del Veneto, successivamente vicedirettore della Testata Giornalistica Regionale, del Tg3 e di Rainews 24.
Qui ha curato “Scenari l’Inchiesta Web”, settimanale di approfondimento sull’attualità che, per la prima volta in Italia, ha proposto in televisione un lavoro di indagine giornalistica a livello europeo/globale realizzato integralmente sui big data e gli archivi Web.
Studia l’evoluzione tecnologica e i comportamenti dei media e gli effetti concreti che nuovi strumenti digitali hanno sulla società con particolare attenzione ai temi legati a cittadinanza e democrazia. Docente di Comunicazione e componente del Coordinamento Laboratorio La Cura del Vero
Fra le sue Pubblicazioni:
° Non sparate ai giornalisti. Iraq: la guerra che ha cambiato il modo di raccontare la guerra,
Roma, Nutrimenti, 2003.
° Ultime Notizie. Indagine sulla crisi dell’informazione in Occidente. I rischi per la
democrazia , Roma, Nutrimenti, 2005.
° Doppi Giochi. Pechino 2008. Le altre Olimpiadi contro la censura, per i diritti umani,
Trento Edizioni Stella 2008
° L’ecosistema informazione, senza cura per la verità la democrazia muore in AAVV La Passione per la Verità Franco Angeli 2020
° Aver cura del Vero Come informare e far crescere una società inclusiva
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