Volete capire cosa sta succedendo in Germania? Non siete soddisfatti di quanto vi hanno raccontato dopo la vittoria (43,8% dei voti) di Alternative für Deutschland (la A non sta per Alleanza come continuano a dire nelle tv italiane) in Sassonia- Anhalt? Avete una infinità di buone ragioni per esserlo. Proviamo perciò a mettere insieme alcuni dati evitando di scambiare pregiudizi ideologici (il sentito dire mediatico) per la realtà.
Cominciamo allora ricordando che quando uno vince e raddoppia i voti, ci deve essere qualcun altro che perde. E in questo caso c’è: è un partito che da solo vede sfumare il 20% dei propri consensi, crolla dal 37 al 17,2% smarrendo addirittura 25 seggi rispetto alla tornata precedente. Questo soggetto è la CDU, la Democrazia Cristiana, aderente al Partito Popolare Europeo. Stiamo parlando della formazione politica (conservatrice, non progressista) che dopo le ultime elezioni generali ha espresso col Cancelliere Friedrich Merz la guida del governo della Repubblica Federale. Ed è proprio di lui che conviene occuparci perché viviamo in tempi di forte personalizzazione della vita pubblica, i leader contano come non mai. Difficilmente lo avete letto in Italia, ma proprio su Merz erano usciti ai primi di settembre dei sondaggi che non è esagerato definire catastrofici. Quello dell’ARD (Rete televisiva pubblica che l’estrema destra vorrebbe liquidare) ha certificato un malcontento giunto a livelli mai visti prima. Il “tasso di gradimento” verso il Cancelliere è stato stimato al 13%, mentre quelli che ne disapprovano e contestano l’operato hanno raggiunto l’incredibile traguardo dell’83%.
Con numeri così come fai a vincere una elezione in un Land? È corretto ricordare che nei Lander tedeschi contano moltissimo pure i presidenti della Regione/Stato ma la sorte ha voluto che quello della Sassonia-Anhalt (Sven Schulze) fosse una figura totalmente incolore avendo rimpiazzato solo pochi mesi prima il vincitore della precedente consultazione. Vi serve una controprova sull’importanza della popolarità del Presidente regionale? Basta pensare a cosa è successo solo due settimane dopo nelle successive elezioni in Meclemburgo Pomerania dove la leader locale socialdemocratica da sola ha tenuto in piedi il suo partito e arginato l’AFD, mentre la CDU è finita per la prima volta addirittura sotto la soglia del 5%.
Ma chi è veramente Friedrich Merz? Perché è “universalmente” malvisto? Nato nel 1955, usa le “porte girevoli”, fa avanti indietro dalla politica al mondo degli affari. Prima di prendere il timone della Cdu, dal 2016 al 2020 è stato Presidente del Consiglio di Sorveglianza di BlackRock Germania, un gestore di patrimoni che amministra nel mondo una quantità di capitali vertiginosa. Noi italiani le storie di personaggi che hanno avuto ruoli sia nelle banche che al governo le conosciamo, ma con BlackRock siamo proprio al vertice della piramide del capitalismo finanziario globale. È un mondo dove si lavora nell’ombra, conta il potere, non certo la simpatia popolare. Arrivato al governo poi cosa ha combinato Merz? Di lui si possono citare dichiarazioni incredibili come quella su Netanyahu che in Medio Oriente starebbe facendo “il lavoro sporco per noi occidentali”, la conseguente ostilità verso le manifestazioni pro-Palestina, l’impegno per il riarmo per rendere (come al tempo della Wehrmacht) l’esercito tedesco il “più potente in Europa”, l’idea del ritorno alla leva obbligatoria, la riforma delle pensioni. Mi soffermo su quest’ultimo punto perché ha incontrato l’opposizione di ben il 76% dei tedeschi. Prevede, oltre all’innalzamento dell’età e al “superamento” dei diritti acquisiti, pure l’introduzione di un sistema pensionistico complementare obbligatorio a capitalizzazione. Propone un fondo che raccolga circa 30 miliardi di euro all’anno, che sfrutti i rendimenti del mercato dei capitali, una mezza privatizzazione del sistema, alla BlackRock, che ha suscitato l’entusiasmo degli opinionisti neoliberisti italiani. Ma solo il loro perché in Germania dure critiche sono arrivate persino dall’interno della CDU.
A cosa ci è servito tutto questo discorso? A esprimere un concetto: gli eventi politici sono il prodotto di processi storici che vanno ricostruiti. Altrimenti si “resta sempre sorpresi” e disarmati di fronte alla realtà. Quanto accaduto in Sassonia-Anhalt, due milioni di abitanti, territorio dell’ex Germania Est era stato ampiamente pronosticato. E i sondaggi, è opportuno tenerlo presente, danno oggi L’AFD in testa anche a livello nazionale sia pure con un consenso all’Ovest decisamente minore. I partiti di quello che in Italia chiameremmo “arco costituzionale” hanno reagito a “questa avanzata” isolando la formazione neonazista (con la indisponibilità a fare alleanze) ma nello stesso tempo l’hanno inseguita sul suo terreno (lo ha fatto proprio la CDU) imitandone le politiche antimmigrazione. Il risultato si è visto: entrambe le “contromisure” si sono dimostrate totalmente inefficaci.
Il quesito che resta aperto però è un altro: perché in tutta Europa il malcontento ha alimentato in questi anni soprattutto le formazioni etno-nazionaliste, spesso dichiaratamente neofasciste? Fra quelli che studiano e approfondiscono l’argomento molte voci convergono su un punto: quando la democrazia non migliora la vita delle persone (o la peggiora) è inesorabilmente la destra radicale a trovare spazio. Accade in tutto il cosiddetto occidente. Oltre dieci anni fa, nel libro “Nella Spirale tecnocratica”, Jürgen Habermas, recentemente scomparso, lo ha scritto con straordinaria chiarezza. Il grande filosofo tedesco si è chiesto cosa rimanesse della sovranità democratica se il cittadino ha la sensazione di non contare nulla perché gli si spiega che le decisioni vanno prese dai mercati e dalla grande finanza. Perché andare a votare se poi non cambia nulla? È su questo vuoto che hanno costruito le loro fortune quei movimenti di destra che promettono di “riprendere il controllo”. Spesso a sinistra questi slogan vengono derisi, invece il messaggio è efficace. Controllo è una parola che ha una grande forza: può riguardare frontiere, immigrazione, sicurezza, sovranità nazionale. Promesse irrealizzabili? Non ha importanza quando incontrano la frustrazione di chi sente di aver sempre meno potere sulla propria vita.
I nostri opinionisti solitamente a questo punto chiamano in causa il populismo, ma è una sorta di “parola magica” che nasconde più che spiegare, una categoria interpretativa che non porta da nessuna parte. Ben altro spessore hanno le analisi di storici e economisti come il francese Thomas Piketty. La sua riflessione parte dalla distribuzione della ricchezza, ma arriva a una conclusione eminentemente politica. Nelle democrazie occidentali si è spezzato negli ultimi decenni il rapporto novecentesco tra classi popolari e sinistra. I progressisti avevano costruito la propria identità sulla redistribuzione, sul lavoro, sui servizi pubblici, sull’uguaglianza.
Poi, progressivamente, una parte della sinistra ha spostato il proprio baricentro verso i ceti urbani più istruiti e verso nuove battaglie culturali, mentre le classi popolari hanno cominciato a sentirsi politicamente orfane. Si è aperto uno spazio politico che la destra radicale ha colmato trasformando il disagio sociale in conflitto identitario. Non ha proposto in realtà soluzioni, ha compiuto un’operazione molto più semplice, ha indirizzato rabbia e malcontento verso dei capri espiatori: gli immigrati, i burocrati di Bruxelles, le élite. Contro chiunque possa essere collocato dall’altra parte della frontiera simbolica tra un noi e un loro. Una “formula” che si è avvalsa dei meccanismi della comunicazione che oggi premiano velocità, emozioni, reazioni immediate. I discorsi articolati comportano invece, nel nostro tempo social, un “problema mediatico”, non sono facilmente trasformabili in un titolo, in un post, in un video di pochi secondi. Il pensiero binario, al contrario, opera perfettamente, il “noi contro loro” funziona benissimo, nativi contro “oppressori stranieri”, residenti trasformati in vittime dei “nuovi arrivati”. I veri burattinai del sistema economico, gli oligarchi della finanza e delle tecnologie, non vengono mai messi in discussione da queste destre, la rabbia viene indirizzata verso il basso, non certo verso l’alto del potere tecnocratico dei mercati, che tira le fila di tutto (e magari li finanzia pure i “sovranisti”).
E una società che parla e commenta incessantemente non è in realtà una società che discute. Anzi, più aumenta il volume della comunicazione, più diminuisce la capacità di ascoltare quanto contraddice le narrazioni preferite. E allora che si può fare per spezzare questa spirale, per evitare di precipitare nell’abisso di chi vuole riportarci indietro di un secolo? Gli appelli basati solo sulle chiacchiere servono a poco, occorrono fatti concreti. È assolutamente perdente uno scontro fra difensori dell’esistente e finti antisistema. Lo sostiene ad esempio il premio Nobel per l’Economia Daron Acemoglu nel saggio appena uscito in Italia Che cosa è successo all’economia liberale? La sua tesi di fondo è che non bastano i proclami, gli editoriali o i comizi contro l’autoritarismo, la destra radicale va combattuta su due terreni contemporaneamente. Da una parte vanno costruite condizioni di vita migliori per lavoratori e ceto medio, dall’altra ci vuole un “messaggio di speranza” che indichi una prospettiva di cambiamento vera. Acemoglu propone una “democrazia liberale della working class” che riduca radicalmente le disuguaglianze. In questa visione contenuti e linguaggio viaggiano insieme. Nessuna celebrazione\difesa degli attuali equilibri sociali, dei sacrifici, del riarmo e della inevitabilità delle guerre, dei genocidi può funzionare. Queste sono logiche che allontanano le persone dalla politica o le spingono verso chi gli offre quella che il sociologo Zygmunt Bauman nel 2017 ha chiamato retrotopia: l’utopia rovesciata, l’illusione di potersi rifugiare nel passato, di poter “rifare grande il proprio paese” spinti dalla sfiducia verso il futuro.
Eccoci allora al punto. Se si vuole rompere questa spirale perversa non serve più ideologia, ci vuole la concretezza di chi è capace di rendere visibile il cambiamento. Se una famiglia non riesce più a pagare l’affitto, non basta dirle che gli immigrati non sono responsabili dell’aumento dei prezzi delle case. Bisogna calmierare gli affitti e “procurare” abitazioni. È stato questo l’argomento chiave che ha consentito a Elif Eralp, candidata della Linke (la Sinistra), di vincere il 20 settembre le elezioni nella capitale della Germania, nella città stato di Berlino con un consenso massiccio soprattutto fra gli under 40. Persone spesso senza un lavoro stabile, giovani a cui non serve spiegare che la globalizzazione è un fenomeno complesso. Bisogna fargli vedere invece che si opera per creare le condizioni perché il lavoro torni a offrire sicurezza e prospettive. Così come non serve celebrare l’innovazione se la tecnologia e l’intelligenza artificiale rischiano di concentrare ulteriormente ricchezza e potere. Bisogna stabilire chi ne beneficia e far capire come si intendono distribuire i vantaggi che può portare.
Tutte cose che si possono dire e fare pure da noi purché si voglia cambiare seriamente l’esistente. E quei problemi di comunicazione di cui parlavamo prima? Si superano proponendo un’altra agenda delle priorità sociali, indicando uno scenario di cambiamento opposto a quello sovranista. Per contrastare i populisti bisogna essere popolari. Non inseguire le parole d’ordine indicate dai padroni dei grandi media che hanno un unico obiettivo: difendere le crescenti disuguaglianze in nome delle compatibilità del mercato. E che storicamente ci mettono un attimo a spostare il loro appoggio dai “liberali” ai neofascisti.
Da VOCI DI DENTRO Settembre 2026
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Giornalista e scrittore. Caporedattore alla Rai del Veneto, successivamente vicedirettore della Testata Giornalistica Regionale, del Tg3 e di Rainews 24.
Qui ha curato “Scenari l’Inchiesta Web”, settimanale di approfondimento sull’attualità che, per la prima volta in Italia, ha proposto in televisione un lavoro di indagine giornalistica a livello europeo/globale realizzato integralmente sui big data e gli archivi Web.
Studia l’evoluzione tecnologica e i comportamenti dei media e gli effetti concreti che nuovi strumenti digitali hanno sulla società con particolare attenzione ai temi legati a cittadinanza e democrazia. Docente di Comunicazione e componente del Coordinamento Laboratorio La Cura del Vero
Fra le sue Pubblicazioni:
° Non sparate ai giornalisti. Iraq: la guerra che ha cambiato il modo di raccontare la guerra,
Roma, Nutrimenti, 2003.
° Ultime Notizie. Indagine sulla crisi dell’informazione in Occidente. I rischi per la
democrazia , Roma, Nutrimenti, 2005.
° Doppi Giochi. Pechino 2008. Le altre Olimpiadi contro la censura, per i diritti umani,
Trento Edizioni Stella 2008
° L’ecosistema informazione, senza cura per la verità la democrazia muore in AAVV La Passione per la Verità Franco Angeli 2020
° Aver cura del Vero Come informare e far crescere una società inclusiva
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