Imparare a fare domande: non insegnare solo a risparmiare, investire o diventare più “occupabili”, ma aiutare le persone a riconoscere chi hanno di fronte, interrogare le regole del gioco e costruire alternative. Salvatore Soresi affronta la finanziarizzazione dal punto di vista della formazione e dell’orientamento. E rovescia il paradigma dell’educazione finanziaria. Non parte da «che cosa dobbiamo insegnare alle persone perché sappiano adattarsi», ma da «che cosa dobbiamo insegnare loro a chiedere, contestare e immaginare». E soprattutto riporta alla costruzione di buoni lavori, buoni contesti e futuri desiderabili. Affermando con franchezza che l’educatore più efficace è chi sa rendersi progressivamente inutile. È per questo che Soresi, nella quarta lezione del corso on line organizzato da Unipd, Fisppa, Laboratorio Larios e La Cura del Vero, decide di cominciare dalla fine: «Così sono certo di dire tutto nei tempi previsti» ammicca.
Inclusione e invisibilità
E va subito al cuore della questione. Quando parliamo di educazione e inclusione finanziaria, di chi stiamo realmente parlando? Non di tutti. Ci sono persone senza fissa dimora, uomini e donne in povertà assoluta, soggetti che non arrivano agli sportelli, non frequentano corsi, non hanno risparmi da amministrare né capitali da investire. Sono gli “invisibili”. Sono coloro che si trovano nelle condizioni di maggiore fragilità che rischiano di restare fuori persino dai programmi che dichiarano di occuparsi di inclusione. Già inclusione. Anche questa parola, avverte Soresi, merita di essere interrogata. Includere può voler dire aprire possibilità. Ma può anche significare inserire qualcuno dentro un sistema già costruito da altri, con regole, valori e criteri che quella persona non ha contribuito a scegliere. L’“inclusione finanziaria” rischia così di interessarsi soprattutto a chi possiede almeno qualcosa: un reddito, qualche piccolo risparmio, la possibilità di aprire un conto, stipulare un contratto, acquistare un prodotto. Resta ai margini proprio chi avrebbe bisogno di una protezione diversa. Per questo, sostiene Soresi, non possiamo chiedere alla finanza di risolvere problemi che precedono la finanza. A chi deve scegliere se pagare l’affitto o comprare i libri scolastici per i figli non basta spiegare come funziona un investimento o un piano previdenziale. Servono diritti, relazioni, servizi, comunità, protezioni. E soprattutto serve chiedersi quale società vogliamo costruire.
Educazione alle risposte, educazione alle domande
Soresi muta radicalmente il rapporto tra esperto e persona. Siamo abituati a una relazione nella quale l’esperto parla, spiega, consiglia, dice che cosa sarebbe meglio fare. Soresi propone il contrario: «Non farlo parlare. Parla tu per primo. Fai domande». È un cambio di prospettiva importante per chi si trova in una condizione di fragilità. Invece di “addestrare” le persone a fornire le risposte corrette al professionista, bisogna insegnare loro a interrogare il professionista. Chi sei? Da chi dipendi? Che interessi hai? Quanto guadagni dalla soluzione che mi proponi? Esistono alternative? È qui che educazione e orientamento diventano anche esercizio di potere e cittadinanza.
Smascherare il cattivo educatore finanziario
Li chiama “promemoria tascabili”: Soresi li propone come piccoli strumenti da consegnare alle persone perché possano valutare insegnanti, orientatori, consulenti, educatori finanziari.
Cinque le domande che suggerisce nel caso in cui qualcuno realizzi un percorso di educazione finanziaria:
- Quanto ci guadagni se seguo quello che mi proponi? Un buon educatore dovrebbe dichiarare con trasparenza chi lo paga, quanto guadagna e se esistono interessi economici collegati ai prodotti o ai servizi di cui parla.
- Che cosa posso fare per stare meglio senza comprare ciò che mi stai offrendo? L’educatore dovrebbe aumentare le alternative disponibili, non restringerle fino a far coincidere il benessere con l’acquisto di un prodotto.
- Mi racconti un tuo errore finanziario? Chi sostiene di non sbagliare mai dovrebbe destare sospetto. La competenza non coincide con l’infallibilità.
- Se facendo ciò che mi consigli perdessi il 20% e non riuscissi più a dormire, che cosa mi diresti? La risposta corretta, nella prospettiva di Soresi, non è “fidati di me”, piuttosto ci si deve fermare e riconoscere che quell’investimento potrebbe non essere adatto a quella persona.
- Quando mi diresti che questo prodotto o questo corso non fa per me? Se la risposta è “va bene per tutti”, bisogna diffidare. Educare significa personalizzare e riconoscere anche quando una proposta non è appropriata.
Queste domande ci svelano il principio ordinatore di Soresi: un buon educatore non crea dipendenza. Produce autonomia. Come un buon insegnante, un buon psicologo o un buon orientatore, dovrebbe lavorare perché, prima o poi, la persona non abbia più bisogno di lui.
Diventare consumatori finanziari migliori?
Soresi di fatto modifica il significato stesso dell’educazione finanziaria. Se l’obiettivo è solo insegnare a scegliere meglio all’interno del mercato, l’orizzonte rimane quello già dato, quello già imposto. Soresi sollecita, ancora una volta, ad allargare la domanda. Ed ecco che “Quale prodotto conviene acquistare?” va completata con “serve davvero acquistarlo?”, “Chi lo propone?”, “Quali interessi stanno dietro?” E in particolare: “perché determinati bisogni devono essere soddisfatti attraverso un prodotto finanziario?”. Il passaggio è compiuto: da una formazione all’adattamento a una formazione capace di alimentare pensiero critico.
Guardare fuori dall’Occidente
Per costruire questa prospettiva Soresi invita anche a “decentrare lo sguardo”. Gran parte delle teorie che utilizziamo per parlare di economia, educazione, merito, lavoro e successo nasce all’interno della cultura occidentale. Ma il mondo, si sa, non coincide con l’Occidente. Soresi richiama studi, riviste e ricercatori africani, asiatici e del Sud globale che mettono in discussione categorie considerate da noi universali e che non sempre hanno lo stesso significato ovunque: giustizia, lavoro, denaro, sviluppo, benessere, merito. E forse, sostiene, dovremmo ascoltare di più culture che parlano non solo di crescita economica ma di buon vivere, reciprocità, relazioni e comunità. Soresi ci riporta ad alcuni suoi maestri che hanno travolto l’archetipo del “there is no alternative”. Di Gandhi recupera il seguente insegnamento: le idee delle quali ci sentiamo proprietari sono in realtà il risultato degli incontri, degli studi, delle persone che ci hanno formato. Pure il merito, quindi, diventa meno individuale di quanto siamo abituati a pensare. Ciò che sappiamo e ciò che siamo dipende dalle relazioni. La formazione non può allora costruire individui convinti di essere autosufficienti. Dovrebbe far crescere persone consapevoli delle proprie interdipendenze.
Decolonizzare il pensiero
La stessa operazione critica la applica al concetto di lavoro richiamando Tolstoj per mettere in discussione la nostra abitudine a classificare i lavori attraverso prestigio, reddito e posizione sociale. Un lavoro ben pagato è necessariamente un buon lavoro? No. Quel lavoro rende migliore chi lo svolge e produce qualcosa di buono anche per gli altri? E se sfrutta persone, territori o ambiente, la sua elevata remunerazione basta a conferirgli valore?. Una provocazione potente e pericolosa in una società in cui l’orientamento scolastico e professionale viene spesso ridotto all’incontro fra competenze individuali e richieste del mercato. Con E. F. Schumacher la riflessione si fa via via più concreta. Un buon lavoro, nella lettura proposta da Soresi, dovrebbe almeno permettere lo sviluppo delle capacità della persona, favorire cooperazione e superamento dell’egocentrismo, rafforzare legami sociali, produrre beni e servizi davvero necessari. Non basta quindi un’occupazione. Non basta nemmeno il cosiddetto “lavoro decente”. Perché non interrogarci sulla qualità umana e sociale di ciò che facciamo? Invece di chiedere soltanto “per quale lavoro sei adatto?”, bisognerebbe chiedersi “quale lavoro merita di esistere e in quale luogo vale la pena lavorare?”
Un buon posto di lavoro
Soresi introduce il concetto di affordance. Un ambiente è inclusivo quando offre possibilità concrete di azione alle diverse persone che lo abitano. Non basta dichiarare che un luogo è accessibile o aperto a tutti. Se l’informazione, la tecnologia, gli spazi o l’organizzazione sono pensati per un individuo standard, qualcuno resterà inevitabilmente escluso. Un buon posto di lavoro dovrebbe invece offrire appigli, strumenti e possibilità differenti in relazione alle caratteristiche delle persone: il contrario della standardizzazione. E anche qui l’orientamento cambia funzione: non adattare la persona al posto di lavoro, ma interrogare anche il posto di lavoro sulla sua capacità di accogliere le persone. Non esistiamo fuori dai contesti. Capacità, difficoltà, competenze e risultati non possono essere letti separandoli dal “dove”, dal “quando” e dal “con chi”. E persino la stessa persona può comportarsi, apprendere e lavorare in modi molto diversi in contesti differenti. Questo significa mettere in discussione etichette e classificazioni quali: è competente, non è motivato, non è occupabile, non sa gestire il denaro. Soresi è chiarissimo: il deficit non appartiene sempre alla persona; può altresì nascere dalla relazione fra quella persona e un ambiente che non offre le condizioni necessarie e sufficienti perché possa esprimere le proprie possibilità.
Persone “piegabili”
Allora? Se il mercato del lavoro richiede flessibilità, adattabilità e capacità di competere, l’orientamento può scegliere due strade: addestrare le persone a corrispondere il più possibile a quelle richieste o aiutarle a comprendere quelle stesse richieste in maniera critica. Soresi racconta di lavorare anche con giovani che rischiano di essere espulsi molto presto dai percorsi formativi e destinati a lavori precari. «Vogliamo formare un lavoratore flessibile nel senso di qualcuno che si piega oppure una persona capace di stare in piedi?» Soresi chiede e risponde: «L’orientamento non dovrebbe produrre mera occupabilità. Bensì capacità di scelta, coscienza critica, relazioni e possibilità di immaginare alternative».
Competenze e possibilità
Caso di persone considerate fragile e che non dispongono di risorse, non ha molto senso insegnare strategie sofisticate di investimento. Come non ha senso attribuire alla mancanza di educazione finanziaria la difficoltà economica di chi non possiede un reddito sufficiente. La competenza serve quando esistono condizioni nelle quali quella competenza può essere esercitata. È diverso affermare “devi imparare a scegliere meglio” e domandarsi “hai davvero qualcosa tra cui scegliere?”. È da qui che per Soresi deve partire una buona educazione. Una educazione, appunto, che che renda liberi dall’educatore. Alla fine i tanti riferimenti di Soresi – Gandhi, Tolstoj, Schumacher, le culture del Sud globale, gli studi sull’inclusione e sull’orientamento – convergono nello stesso punto: formare non significa riempire qualcuno di istruzioni; orientare non significa indicargli la direzione; educare alla finanza non significa insegnargli quale prodotto comprare. Significa invece aumentare il numero delle domande che la persona è capace di porre e delle alternative che riesce a vedere, compresa la diffidenza rispetto all’esperto che pretende di decidere al suo posto. Ed ecco “il manifesto” di Soresi: prima di insegnare alle persone a dare la risposta giusta, insegniamo loro a fare le domande giuste. Un’educazione che vuole dirsi ed essere inclusiva non deve preparare cittadini più efficienti all’interno di un sistema già dato. Deve aiutarli a diventare abbastanza autonomi da poter decidere se quel sistema, quel lavoro, quel prodotto finanziario o quel futuro siano davvero desiderabili. E, quando non lo sono, immaginarne altri.
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Componente della giunta esecutiva della Federazione Nazionale Stampa Italiana, dal 2017 è segretaria regionale del Sindacato giornalisti Veneto. Membro del comitato direttivo dei i due corsi di Alta Formazione ‘La passione per la verità e la costruzione di contesti inclusivi’ organizzati con l’Università di Padova e insieme a FNSI, Articolo 21, Sindacato Giornalisti del Veneto. Giornalista con la passione del linguaggio e del suo utilizzo nella pratica quotidiana di chi fa informazione. Impegnata nella difesa dei diritti dentro e fuori le redazioni. È fra le ideatrici e promotrici del Manifesto di Venezia, una delle “carte” di autoregolamentazione della categoria contro la discriminazione di genere e la violenza sulle donne attraverso parole e immagini. Cronista di nera del Gazzettino dal 2004 ha documentato, fra le altre, le inchieste dello scandalo Mose e dell’infiltrazione camorristica nel Veneto orientale. In precedenza libera professionista nei diversi ambiti della comunicazione.