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La Cura del Vero

Dominio finanza è un Giano Bifronte: pochi vincono, tutti gli altri perdono


Dal materiale all’immaginario. Era il titolo di un testo di letteratura per le scuole superiori adottato negli anni Ottanta e che ha formato generazioni di studenti. Insegnava ad affrontare in maniera critica la materia etichettata “italiano”, facendo emergere il contesto storico, sociale, culturale e non ultimo economico in cui romanzieri e poeti avevano vissuto e creato.


Dall’economico all’immaginario. Così potremo sintetizzare il contributo di Laura Nota nella prima lezione on line del corso su finanziarizzazione, giustizia sociale, sostenibilità ambientale e informazione organizzato da Unipd, Fisppa, Laboratorio Larios e La Cura del Vero.
Già perché oggi, paradossalmente non c’è più niente di meno razionale dell’economia: dalla paura di perdere un’occasione (Fomo, Fear of missing out) alla convinzione di thatcheriana memoria che “non ci siano alternative”, fino alla trasformazione di salute, casa, pensione e istruzione in responsabilità, se non colpe, individuali. Ecco come la finanziarizzazione diventa un fenomeno che investe comportamenti, emozioni e immaginario collettivo.

E come l’alternativa possibile passa da una nuova idea di giustizia sociale, e da una nuova idea di economia e di informazione. Secondo Nota, quindi per comprendere davvero la finanziarizzazione bisogna guardare a ciò che accade alle persone, alle loro paure e aspettative, alle parole che utilizzano e persino alla maniera in cui immaginano il proprio posto nella società.
La lettura proposta parte sì dall’economia ma se ne allontana per meglio focalizzare il fenomeno, interrogando la psicologia, le relazioni sociali e, alla fine, lo stesso modello di società nel quale viviamo. Finanza e finanziarizzazione non sono sinonimi. La finanza dovrebbe occuparsi della gestione di denaro, risparmi, prestiti e investimenti sostenendo imprese e famiglie e concorrendo al benessere economico e psicosociale. La finanziarizzazione comincia invece quando il potere della finanza cresce fino a prevalere sull’economia reale – fabbriche, lavoro, produzione – e beni materiali e immateriali vengono progressivamente trasformati in occasioni di rendimento. Casa, acqua e sementi, ma anche istruzione, salute e pensione possono così diventare fonti di profitto. Per pochi, non per tutti.


Il Giano bifronte
Nota sceglie un’immagine che accompagna gran parte della sua analisi: il Giano bifronte. Da una parte la rete di istituzioni che gestiscono grandi capitali e i grandi investitori; dall’altra la gente comune, dal piccolo risparmiatore a chi si trova nella condizione di doversi indebitare per campare.
Chi vince e chi perde? A soccombere in questo sistema in cui la finanziarizzazione ha ormai investito sempre più aspetti dell’esistenza quotidiana sono i più deboli. E così il lavoro diventa povero, il risparmio è risucchiato dal circuito finanziario e di conseguenza il debito aumenta. Famiglie, lavoratori, studenti, piccoli imprenditori, giovani che cercano di avviare un’attività sono immersi in questo brodo di coltura spesso senza rendersene conto: anzi, dando quasi come normali sfruttamento, impoverimento, emarginazione sociale.


Quando la finanza entra nelle emozioni
Ecco che Nota indossa gli occhiali, dichiarandolo, della prospettiva con cui guarda e analizza la finanziarizzazione: non soltanto attraverso i meccanismi economici, bensì attraverso le emozioni e i processi psicologici che contribuiscono a sostenerla e ad alimentarla. Aspettativa di arricchimento, sovrastima delle proprie competenze e timore di perdere il treno su cui altri sono saliti (tradotto, qualcuno che ha guadagnato da un investimento): queste sono le emozioni che tengono in scacco i piccoli investitori. Paura, preoccupazione, passività, rinuncia, fino alla convinzione che there is no alternative, che non esista cioè un altro modo possibile di organizzare economia e società, sono le emozioni che paralizzano chi sta ai margini.

Il potere del contagio
Il potere della finanziarizzazione non dipende solo dalla quantità di denaro che muove e che smuove. Dipende anche dalla sua capacità di costruire l’immaginario, di presentare come naturali e inevitabili determinate scelte. Come? Attraverso la disinformazione, la manipolazione, il “suono delle sirene”, ma anche e soprattutto attraverso una insufficiente educazione al pensiero complesso, pluralista e critico. Con l’aggiunta di concetti racchiusi dentro significati unici, funzionali e al neoliberismo e alla finanziarizzazione. Ad esempio la narrazione per la quale la finanza sia l’“espressione più intelligente dell’umanità”. Dietro l’immagine di un mondo governato da razionalità e sofisticati calcoli, osserva, agiscono invece asimmetrie informative, azzardo, bias, credulità, manipolazione e contagio emotivo.


Riprendersi le parole: risparmio e debito
Cosa fare? Tornare a pensare, sottraendo alcune parole al significato quasi obbligato che hanno assunto. E sceglie due parole “economicissime”: risparmio e debito.
Del risparmio propone tre letture, le prime due classiche, la terza innovativa: visione neoliberista: è denaro da “drenare” verso investimenti privati: il cittadino diventa investitore e il risparmio linfa del processo finanziario; visione liberal-democratica: torna a essere un bene da proteggere, legato al lavoro e alla funzione sociale indicata anche dall’articolo 47 della Costituzione; visione trasformativa: risparmiare può significare riappropriarsi delle proprie scelte, interrogarsi su ciò che vale la pena consumare e persino su ciò che possiamo “risparmiarci”: consumi inutili, danni prodotti ad altre persone e ad altre parti del mondo, sofferenze inflitte agli animali, alle piante, alla terra, all’acqua e all’aria. L’economico viene così ricollocato dentro un orizzonte più ampio, quello della vita.
Del debito propone un vero e proprio rovesciamento: nella logica neoliberista diventa lo strumento con cui gli individui si procurano beni essenziali – dalla salute all’istruzione e alla pensione – che progressivamente cessano di essere responsabilità collettive e diventano responsabilità del singolo. Per Nota il debito appartiene sì alla condizione umana, ma in un senso completamente diverso da quello economico. Abbiamo debiti verso chi ci ha fatto nascere e si è preso cura di noi, debiti sociali generati dalle relazioni, debiti civici verso chi ha lottato per costruire democrazia, scuola e lavoro dignitoso. E abbiamo un debito verso la natura e le altre specie, senza le quali la nostra stessa vita sarebbe impossibile.


La lente trasformativa
Il discorso sulla finanziarizzazione diventa in tale contesto un discorso sulla giustizia sociale. Non è sufficiente, sottolinea Nota, correggere a valle le disuguaglianze generate dal sistema. Una prospettiva realmente trasformativa impone di ripensare i rapporti fra Nord e Sud del mondo, fra generazioni presenti e future, fra esseri umani e altri viventi. Non basta solo redistribuire in maniera diversa le risorse, serve smontare il meccanismo che produce le disuguaglianze costruendo pensiero critico. La finanziarizzazione come la racconta Nota non è qualcosa che accade lontano da noi, nelle sale operative delle banche o nei grandi fondi internazionali, o nelle borse. Pervade la nostra vita di tutti i giorni e, soprattutto, si è insinuata nel nostro modo di pensare. Dall’economico, all’immaginario.
La “preghiera della finanza” con cui Nota provocatoriamente conclude – una riscrittura del Padre Nostro in cui la finanza è “dappertutto” e i debiti sono destinati ad aumentare – non è una battuta finale. È la rappresentazione ironica e tragica di un sistema diventato tanto pervasivo da apparire quasi naturale da essere il nostro pane quotidiano. Ribellarsi è un dovere civico e civile.

  • Monica Andolfatto

    Componente della giunta esecutiva della Federazione Nazionale Stampa Italiana, dal 2017 è segretaria regionale del Sindacato giornalisti Veneto. Membro del comitato direttivo dei i due corsi di Alta Formazione ‘La passione per la verità e la costruzione di contesti inclusivi’ organizzati con l’Università di Padova e insieme a FNSI, Articolo 21, Sindacato Giornalisti del Veneto. Giornalista con la passione del linguaggio e del suo utilizzo nella pratica quotidiana di chi fa informazione. Impegnata nella difesa dei diritti dentro e fuori le redazioni. È fra le ideatrici e promotrici del Manifesto di Venezia, una delle “carte” di autoregolamentazione della categoria contro la discriminazione di genere e la violenza sulle donne attraverso parole e immagini. Cronista di nera del Gazzettino dal 2004 ha documentato, fra le altre, le inchieste dello scandalo Mose e dell’infiltrazione camorristica nel Veneto orientale. In precedenza libera professionista nei diversi ambiti della comunicazione.

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