Francesco Guccini è morto oggi, 6 Agosto 2026. Aveva ottantasei anni.
L’ho amato tanto. E l’ho ascoltato tantissimo. Soprattutto quando ero un ragazzo.
Sarà stata la sua fama di “arrabbiato” (il solco dell’Avvelenata sul vinile s’era quasi consumato). Sarà stata la sua parlata, per me romano, così aulicamente aliena e, lo capii dopo, raffinatissima. Sarà stata la sua capacità di comporre ballate che pure se parlavano di Lager o di un Black Out, roba dei nostri giorni crudeli e tecnologici, rimandavano a tempi remoti e uomini lontani, con lessico elegante e ritmi d’antiche canzoni trobadoriche.
L’amai a dismisura quando cantò Bisanzio, con quella terra che, oltre il Bosforo, “ritorna terra e non è più Occidente”. E già allora l’avevo amato per la grazia pallida del Pensionato che lo saluta sul pianerottolo di casa («Buongiorno, professore, come sta la sua signora?»); per quella canzone triste (che si temeva portasse un po’ sfiga), scritta e cantata a ogni concerto, memoria mai tradita di un’amica morta in un’incidente stradale.
E quante emozioni mi aveva smosso dentro quell’album grigio chiaro, il suo faccione in mezzo, pieno di poesia: Autogrill («picchiettavo un indù in latta su una scatola di tè»), Argentina («la capovolta ambiguità di Orione»), Shomèr ma mi-llailah? («Ma io veglio sempre, perciò insistete, voi lo potete, ridomandate / Tornate ancora se lo volete, non vi stancate»). E poi gli amici veri, che non sono mendicanti o abbaialuna (e chi fa il giornalista si vergogna!).
Certo, m’ero sentito anche io – che al tempo ero un bambino – un inquilino di Via Paolo Fabbri 43. Lo vedevo, il gigante modenese, «andarsene per strade ed osterie, vino e malinconie», con la sua chitarra, la barba, la poesia. E le ragazze, poi: «vederti o non vederti tutta nuda / era un fatto di clima e non di voglia»! Avrei incontrato dopo anni la mirabile capacità di Guccini di tradurre certe inquietudini che non hanno nome in versi tanto perfetti quanto educativi per lo spirito: «certe volte per altri è vita quello che per noi è un minuto», riflette il suo Antenòr, in fuga da un destino bastardo.
Ho mille ragioni per averlo amato così tanto.
Ma poi ho smesso. La sua poetica mi sembrava inaridita. O forse ero io a essere diventato insensibile alla sua vena.
Quando si mise a scrivere romanzi apprezzai lo stile e i pretesti narrativi dei suoi primi titoli: “Croniche epafaniche” e “Vacca d’un cane”. Erano parole che gli somigliavano, apparentemente rozze nella corteccia, sublimi nella polpa, arrampicate sull’Appennino, terra negletta per eccellenza. Ma poi, anche lui, il vecchio avvelenato, fu preso dal turbine della macchina editoriale, cominciò a sfornare libri spesso raccogliticci, autocelebrativi, pieni quasi soltanto di testi e memorie banali. Così mi sembrava, almeno.
Come le sue canzoni, che non mi parlavano più al cuore, mi allontani da quello che era stato un idolo della mia giovinezza, un modello per la mia chitarra maldestra, un simbolo di un certo modo di stare al mondo. Se ripenso a quanto m’irritò il suo “Cirano”, del quale mi sembrò che avesse colto solo la superficie ribelle, senza comprenderne minimamente la condanna narcisistica… Ma forse è una regola non scritta, quella di non sopportare l’invecchiamento dei nostri idoli. I pagani avevano avuto la cura di crederli immortali, noi no.
L’ho amato tanto, Guccini. E oggi posso e devo solo dirgli grazie. Grazie per avermi fatto conoscere quanto ampio può essere l’orizzonte di una canzonetta, quanto profondo lo squarcio che la poesia può aprire nel linguaggio quotidiano, quanta nostalgia si può provare per un mondo non vissuto, un’era mai provata. Grazie, ancora oggi, perché «a noi piace pensarlo ancora dietro al motore / mentre fa correr via la macchina a vapore».
Chissà se sono ancora aperte, come un tempo, le osterie di fuori porta…
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Stefano Lamorgese (Roma, 1966) è un giornalista di formazione umanistica. Alla Rai dal 1990, ha lavorato per TG3, Rai International, Rai2 e Rainews24. Dal 2017 fa parte della redazione di Report/Rai3. Ha insegnato linguaggi multimediali e cultura digitale presso le università di Urbino, Ferrara e Perugia. È Vicepresidente dell'Associazione Amici di Roberto Morrione, che promuove dal 2011 il Premio giornalistico omonimo, dedicato agli Under30. Storico per passione, ha pubblicato con NewtonCompton "I signori di Roma" (2015).