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La Cura del Vero

La lezione di Lucy

In uno degli incontri organizzati da Policromie, il nuovo festival internazionale della letteratura melting pot, che si è tenuto a Samassi (nel Campidano, in Sardegna), tra il 12 e il 16 giugno, è stato proiettato il pluripremiato docufilm “Lucy-un destino da pioniera” (2023), di Roberto Pili, incentrato sulla figura di Maria Lucia Alves Feitosa, bandiera del calcio femminile verde-oro e prima donna brasiliana ad aver giocato in Italia e in Europa.

La sua vicenda è molto istruttiva. Nata nel 1960, appassionata di futebol, tirò i primi calci quasi in clandestinità, perché la dittatura militare proibiva alle femmine di cimentarsi in un uno sport “per soli maschi”. Tuttavia, con il declinare della presa dei golpisti sulla società, si aprirono, già negli Anni ’70, i primi spiragli. Lucy fu capace di approfittarne e di mostrare il proprio grandissimo talento pedatorio. Tanto che – inanellando una serie impressionante di successi – divenne un modello per l’intero movimento calcistico femminile brasiliano.

L’incontro con Lucy
Residente da molti anni in Sardegna, la calciatrice era presente in sala in compagnia del produttore Francesco Pili e ha risposto alle numerose domande che ha ricevuto al termine della proiezione, ricambiandole con commossa soddisfazione, consapevole di costituire un exemplum di raro valore umano e simbolico.

Domande e risposte
Tra le tante questioni che si è vista porre, ce n’è stata una che merita qualche riflessione ulteriore.
Il film aveva mostrato una breve rassegna stampa degli articoli che la stampa, non solo locale, aveva dedicato alla campionessa. Tra questi uno, uscito in occasione del suo arrivo in Italia, nella squadra del Trani. Ebbene, il titolo era questo: “Arriva dal Brasile Lucy, Pelé in gonnella”. Siamo tutti d’accordo che oggi quel paragone si scontrerebbe con la sensibilità collettiva circa le questioni di genere. Ma – a quel tempo, negli anni ’80 – non suonava poi tanto stonato.

Eppure – ecco la domanda – tra il pubblico si è alzata una voce un po’ indignata. Una donna, tanto cortese e minuta quanto determinata, ha chiesto a Lucy se quel titolo, con allusione sessista alla “gonnella”, l’avesse disturbata. Era sicura di fare gol, ma è rimasta delusa.

Infatti Lucy, con quel suo volto intenso, gli occhi brillantissimi e la lingua sciolta, è apparsa commossa e ha fornito una risposta inattesa: “È stato un grande onore… essere paragonata a Pelè, un monumento del calcio brasiliano… sì, un grandissimo onore”. La spettatrice – come molti altri che dapprima avevano assentito con curiosità – è rimasta spiazzata, sorpresa da un rovesciamnto così completo delle sue attese.

Lezioni
Giornalisticamente parlando, ho tratto da questo episodio, tanto piccolo e marginale, un grande insegnamento: è sempre sbagliato provare a “mettere in bocca” al nostro interlocutore le risposte che vorremmo ascoltare. Al contrario: dobbiamo essere pronti ad apprezzare la sincerità con la quale quelle risposte ci vengono date, anche quando ci costringono a guardare in faccia i nostri pigri pregiudizi. Una lezione che, a guardar bene, può servire a tutti, ogni giorno, non soltanto ai giornalisti. Grazie Lucy.

  • Stefano Lamorgese

    Stefano Lamorgese (Roma, 1966) è un giornalista di formazione umanistica. Alla Rai dal 1990, ha lavorato per TG3, Rai International, Rai2 e Rainews24. Dal 2017 fa parte della redazione di Report/Rai3. Ha insegnato linguaggi multimediali e cultura digitale presso le università di Urbino, Ferrara e Perugia. È Vicepresidente dell'Associazione Amici di Roberto Morrione, che promuove dal 2011 il Premio giornalistico omonimo, dedicato agli Under30. Storico per passione, ha pubblicato con NewtonCompton "I signori di Roma" (2015).

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