Che fastidio! No. Uno sciopero riguarda la collettività intera. Qualsiasi categoria lo dichiari. Questo vale ancor di più per le giornaliste e i giornalisti assunti con contratto Fnsi-Fieg (siglato cioè dalla Federazione nazionale stampa italiana e dalla Federazione italiana editori giornali) che, per il secondo giorno dopo quello dello scorso 28 novembre, si astengono dal servizio venerdì 27 marzo così come il prossimo 16 aprile.
Una mobilitazione che sarebbe riduttivo e non corretto relegare al mancato rinnovo che, unico caso in Italia, perdura da dieci anni: sul tavolo, insieme alle sacrosante rivendicazioni retributive e normative, c’è il futuro stesso dell’informazione, della sua qualità, della sua forza, della sua professionalità.
Non è una battaglia di casta
Chiariamo subito. Non si tratta e non è una schermaglia corporativa o, peggio, di casta. Come vogliono far credere gli editori che parlano di privilegi agée, di rendite anacronistiche.
Il valore del contratto collettivo
Vale la pena inquadrare la vertenza sindacale in un contesto più ampio per comprendere appieno lo sfondo delle vertenze sindacali che esistono perché, fra gli altri strumenti, esiste il contratto di lavoro collettivo.
Forse si è dimenticato quanto sia costato. Tanto. Tantissimo. Uomini e donne che hanno pagato in prima persona il conto di una battaglia sociale, ma anche civile e umana, sì umana.
In un tempo in cui si dà tutto per scontato ma anche per espiato come una colpa, serve ricordare che il contratto collettivo di lavoro è frutto di lotte, sofferenze, scontri, sangue e sudore, trovando la sintesi nello Statuto dei lavoratori del 1970, dalle basi solide ma mai come ora sempre e costantemente sotto attacco.
Equilibrio tra le parti
Il contratto collettivo di lavoro quindi non può essere considerato né un dettaglio tecnico né una formalità: è il pilastro su cui si gioca l’equilibrio al rapporto tra chi lavora, parte debole, e chi offre, parte forte.
Ed è proprio quando cresce in maniera esponenziale lo squilibrio fra le due parti – operaio e padrone – che la strada verso lo sfruttamento, il ricatto occupazionale, le intimidazioni, gli abusi, le sopraffazioni, le umiliazioni si fa quanto mai larga e in discesa.
Non solo stipendi
Per questo, quando si parla di contratto di lavoro e del suo rinnovo, non si parla “solo” di aumenti di stipendi – che, ripetiamo, è cosa buona e giusta – ma di diritti, tutele, condizioni di lavoro dignitose.
Il ruolo nel giornalismo
Nel giornalismo il contratto di lavoro è questo e ancor di più perché si fa garante della qualità dell’informazione che arriva ai cittadini: è il presupposto irrinunciabile per la libertà, l’autonomia, la professionalità dei giornalisti, argine a pressioni politiche o economiche, bavagli, querele temerarie, minacce, per una stampa forte e responsabile.
Dieci anni senza rinnovo
E se un contratto non viene rinnovato per dieci anni, non è semplice ritardo: è un segnale inequivocabile.
Significa, nello specifico, che il lavoro giornalistico viene progressivamente svalutato, che la precarietà diventa la norma, che si lavora di più e peggio, con meno difese e meno riconoscimento: tanto dentro quanto fuori le redazioni.
In un tale scenario risulta oltremodo difficile assicurare approfondimento, verifica delle fonti, rigore nella cronaca dei fatti.
Precarietà e collaboratori
Senza un contratto rinnovato, il lavoro si frammenta, si individualizza, perde forza collettiva e non ha più quell’effetto di miglioramento a cascata che investe anche i cosiddetti freelance o collaboratori coordinati continuativi, pagati a cottimo con una media di circa 8 euro lordi a pezzo, sui quali poggia gran parte della fattura dei quotidiani in termini di “fornitura” di notizie di cronaca territoriale.
E quando il lavoro giornalistico si indebolisce, si indebolisce la democrazia, di cui è fondamento, come più volte richiamato dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.
Una questione che riguarda tutti
Per questo il rinnovo del contratto giornalistico non è e non può essere una faccenda “privata”: si tratta di una urgenza, di una necessità, di una richiesta che riguarda ogni singolo cittadino che abbia cura della crescita civile e democratica del Paese.
Un mondo cambiato
In dieci anni il mondo è cambiato: c’è chi parla di infodemia a sottolineare l’eccesso bulimico di notizie e, con esso, la proliferazione delle cosiddette fake news insieme alle manipolazioni della realtà presente e passata.
L’avvento e la sedimentazione dei social prima e ora l’ingresso a gamba tesa dell’intelligenza artificiale, strumenti attraverso cui si decide e si orienta flusso e gerarchia delle notizie, consentono il commercio selvaggio dei dati personali di ognuno, fino a rendere più sfumati i confini fra il vero, il verosimile, il falso.
Anche il giornalismo – cui viene affidata la funzione di mediazione professionale e quindi affidabile tra il fatto e il suo racconto – ha subito una rivoluzione, o forse sarebbe meglio definirla una involuzione: carichi e ritmi di lavoro aumentati a dismisura, prestazioni su multipiattaforma, redazioni quasi fantasma decimate da tagli lineari degli organici.
Le responsabilità degli editori
Nessuno mette in dubbio che il settore dell’editoria è in crisi, ma le ragioni di questa crisi non possono essere ascritte esclusivamente all’ubriacatura digitale.
Gli editori non possono chiamarsi fuori: colpevole e, per certi versi, dolosa è la loro miopia imprenditoriale, l’assenza di strategia industriale, il disimpegno nell’innovazione tecnologica e nella formazione professionale.
E questo nonostante la pioggia di “aiuti di Stato”. L’unico obiettivo dichiarato e condiviso è la riduzione del costo del lavoro, perseguita in maniera strutturale attraverso lo strumento dei prepensionamenti.
In altre parole, fanno utili o realizzano il pareggio di bilancio scaricando gli oneri sui cittadini.
La Fnsi ha calcolato che tra il 2021 e il 2023 hanno ricevuto 162 milioni di euro di contributi pubblici per le copie cartacee vendute; tra il 2023 e il 2026 altri 66 milioni per 1.012 pre-pensionamenti; tra il 2021 e il 2025 hanno risparmiato circa 300 milioni sull’acquisto della carta.
Il paradosso dell’informazione
Inutile nasconderlo: la stampa è un centro di potere (il quarto, stando al titolo del film di Orson Welles), ma anche un presidio di democrazia che trova linfa nel pluralismo delle voci dell’informazione.
Gli editori sono imprenditori particolari che maneggiano una merce particolare, l’informazione, che ha rilevanza costituzionale così come sancito dall’articolo 21 e che assicura loro un trattamento particolare.
Tuttavia sono i primi ad abdicare alle proprie responsabilità, pur incassando gli stanziamenti previsti in virtù di tale particolarità.
La posizione della Fnsi
La protesta indetta dalla Fnsi vuole richiamare l’attenzione su tale paradosso, ribadendo l’approccio costruttivo di un sindacato che, come spiega la segretaria generale Alessandra Costante, «si è seduto al tavolo del rinnovo contrattuale facendo proposte concrete come, ad esempio, l’inserimento di tutte le figure che servono all’informazione online e all’informazione di qualità declinata sui canali social, oltre ovviamente alle richieste economiche di recupero dell’inflazione.
Considerare gli scatti di anzianità una sorta di ammortizzatore per l’inflazione – prosegue – significa voler demolire il contratto dalle sue fondamenta.
Per la Federazione nazionale della Stampa modernizzazione significa nuove figure professionali, regolamentazione dell’intelligenza artificiale, recupero del diritto d’autore sugli over the top, una più civile normativa contrattuale per gli articoli 2 e 12; per gli editori significa un taglio lineare del 22% sui nuovi assunti, oltre a sforbiciate varie agli istituti contrattuali già in vigore e ai già esigui compensi dei collaboratori.
La Fnsi – conclude Costante – non solo non ha rotto unilateralmente le trattative, ma prima di Natale, quando avrebbe potuto indire un secondo giorno di sciopero, ha accettato l’invito da parte della Fieg al tavolo, al quale gli editori si sono presentati con una proposta addirittura peggiorativa».
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Componente della giunta esecutiva della Federazione Nazionale Stampa Italiana, dal 2017 è segretaria regionale del Sindacato giornalisti Veneto. Membro del comitato direttivo dei i due corsi di Alta Formazione ‘La passione per la verità e la costruzione di contesti inclusivi’ organizzati con l’Università di Padova e insieme a FNSI, Articolo 21, Sindacato Giornalisti del Veneto. Giornalista con la passione del linguaggio e del suo utilizzo nella pratica quotidiana di chi fa informazione. Impegnata nella difesa dei diritti dentro e fuori le redazioni. È fra le ideatrici e promotrici del Manifesto di Venezia, una delle “carte” di autoregolamentazione della categoria contro la discriminazione di genere e la violenza sulle donne attraverso parole e immagini. Cronista di nera del Gazzettino dal 2004 ha documentato, fra le altre, le inchieste dello scandalo Mose e dell’infiltrazione camorristica nel Veneto orientale. In precedenza libera professionista nei diversi ambiti della comunicazione.