Fascistissima ovvero “Come nel 1926 Mussolini eliminò la libertà di stampa” (People 2026) è un libro che necessariamente deve leggersi dalla fine. Il motivo per cui è necessario addentrarsi in una storia vecchia di 100 anni l’autore, il giornalista Giovanni Mari, lo spiega nell’ultimo capitolo, prendendo in prestito le parole di Piero Gobetti che nel 1924, nel pieno della fascistizzazione dell’Italia, disse: «La stampa libera è la premessa della libertà politica. L’unica nostra forza è nella chiarezza delle idee, nell’intransigenza della critica, nella libertà della stampa».
Gobetti, filosofo, giornalista, editore, padre di quel liberalismo operaio che cercava di gettare un ponte tra la libertà di impresa e il movimento operaio, motore di un potenziale rinnovamento sociale. Ecco, Gobetti morì insieme alla libertà di informazione, nel 1926: il primo, a 25 anni, in esilio a Parigi, per le conseguenze delle botte prese dalle camicie nere; la seconda schiacciata dalle leggi fascistissime e ancora prima dalla tenaglie che Mussolini strinse intorno ai giornali, ai giornalisti, agli editori che tentarono di resistere, e a quel mondo di intellettuali che dal Risorgimento avevano reso interessante la cultura italiana di inizio secolo.
Tra citazioni e ricostruzioni accurate, Giovanni Mari, che da anni scandaglia il passato più vergognoso d’Italia e d’Europa, accompagna rapidamente il lettore dagli esordi del fascismo al funerale dell’informazione. Cinque anni in cui Mussolini sfruttò la fragilità della società italiana dopo la Prima guerra mondiale e costruì quell’immensa fake news, quel racconto mitologico che ubriacò la popolazione.
Una nazione di cartone che entrò in guerra senza sapere che di cartone erano anche gli scarponi degli alpini mandati in Russia, o dei crimini di guerra che l’esercito italiano commise nella campagna d’Africa, o che le armi erano poche e obsolete.
Perché gli italiani non lo sapevano?
La risposta nel libro di Mari arriva da Alberto Sordi, anche lui fra coloro che avevano esultato sotto il balcone di piazza Venezia: «Perché gli italiani erano ignoranti, nessuno li aveva informati. Nessuno gli aveva mai detto altre cose per quasi due decenni. Tutto quello che sapevamo proveniva dalla propaganda del regime e dalla cattiva informazione».
Al Duce serviva un’informazione al guinzaglio, una colossale macchina della propaganda. E se la creò su misura.
Mussolini era giornalista e sapeva perfettamente dove e come mettere le mani per “normalizzare” l’informazione, per ucciderla. Per avere una stampa asservita, prona a ripetere menzogne per 20 anni. Lui, ex giornalista dell’Avanti! (quando si diceva socialista) e poi direttore del Popolo d’Italia, tra il 1921 e il 1926 ordinò le spedizioni punitive nelle redazioni e i roghi dei quotidiani, minacciò i corrispondenti esteri e gli editori italiani, mise fuori legge decine di testate (tutte quelle socialiste e comuniste per cominciare), sequestrò i giornali, promosse cordate di imprenditori fascisti per sostituire gli editori che non si volevano arrendere. Inventò l’ufficio stampa che doveva distribuire veline e l’Ordine dei giornalisti (articolo 7 della legge varata la notte di San Silvestro del 1925) per controllare l’accesso alla professione. Con il controllo della gerenza stabilito nel 1923 e la legge 2307/1925, il cappio si stringe intorno alla libertà di informazione.
Direttori e giornalisti furono perseguitati, mandati al confino, intercettati, picchiati a morte: Gobetti, Antonio Gramsci, Giovanni Amendola tra gli altri.
E nel 1923 mentre il fascismo attaccava la libertà di stampa, mentre creava un sindacato fascista dei giornalisti (ops, è anche storia di oggi) e stava pensando a far nascere l’Ordine dei giornalisti per controllare il dna fascista dei giornalisti, una voce si levò a difendere l’informazione: era quella della Federazione nazionale della Stampa che il 22 luglio del 1923 approvò all’unanimità un documento per informare gli italiani di cosa stesse accadendo. Il sindacato unitario dei giornalisti, la Fnsi, cercò di alzare un argine contro la dittatura.
Ed ecco che si torna alla domanda iniziale: perché leggere la storia di una morte annunciata?
La risposta è quasi elementare: per saper riconoscere i segni di ogni deriva illiberale che, indistintamente, comincia sempre dall’informazione. Oggi gli italiani hanno una Costituzione forte, risultato dell’esperienza negativa del Ventennio, della guerra di Liberazione, della sapienza e dell’equilibrio dei Padri e delle Madri Costituenti. L’articolo 21 della Costituzione tutela la libertà di informazione dei cittadini italiani e, indirettamente, rende il giornalismo una professione di rilevanza costituzionale.
La tutela del pensiero e della libertà di espressione si ritrovano nella Carta Fondamentale dei diritti dell’uomo (1948), nella Carta dei diritti fondamenti dell’Ue, nell’articolo 10 della Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu).
Eppure, l’informazione è tutt’ora sotto attacco. Sta diventando difficile, come nel Ventennio, fare cronaca nera e giudiziaria per una pessima interpretazione della presunzione di non colpevolezza, principio di civiltà che dovrebbe cedere però davanti al diritto costituzionale dei cittadini di essere informati.
I giornalisti sono minacciati e insultati, spiati addirittura con software in uso all’intelligence; i politici invece di rispondere alle domande della stampa affidano il loro pensiero, senza contraddittorio, ai social, nuovo formato delle veline fasciste.
Con l’avvento dell’intelligenza artificiale le fake news macinano like, mentre l’informazione tradizionale arranca a causa di editori ben poco lungimiranti o che usano la stampa per altri fini.
E poi il paradosso: mentre la richiesta di informazione è fortissima, il giornalismo professionale sta vivendo uno dei periodi peggiori del dopoguerra: il contratto fermo dal10 anni, lo svuotamento delle redazioni e lo sfruttamento dei lavoro dei collaboratori sottopagati.
È così che “Fascistissima” diventa un trattato di semeiotica per le patologie della nostra informazione.
di Alessandra Costante
tratto da Secolo XIX
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