La Cura del Vero

Sull’esito dei Referendum, le astensioni e 14 milioni di votanti

L’obiettivo di un Referendum abrogativo sta nell’aggettivo che lo definisce. Chi lo promuove e si impegna a raccogliere le firme intende abrogare o modificare una legge esistente. Se alle urne non va il 50% degli aventi diritto (a legislazione vigente) l’iniziativa fallisce e chi lo ha sostenuto non ottiene il risultato che si proponeva, perde. Detto questo l’ultima volta che il Quorum è stato raggiunto risale al 12 giugno 2011. Allora si votò per l’acqua pubblica e contro il nucleare all’indomani del disastro di Fukushima, c’era una forte spinta motivazionale alla partecipazione. Non fu comunque neanche in quel caso un “plebiscito”, alle urne andò il 54%. Anche se senza una mobilitazione delle coscienze, un “coinvolgimento emotivo” nessuna competizione può essere vinta

A questa premessa ne va aggiunta un’altra. In un tempo dove tutto si dimentica e ogni commento è strumentale ricordate qual è la dimensione dell’astensionismo oggi in Italia? Può essere utile prendere a riferimento l’ultima consultazione nazionale, le Europee dello scorso anno. Allora, dopo settimane in cui i media di ogni tipo non parlavano d’altro, hanno votato 24 milioni di cittadini pari al 48%. Se poi guardate i voti validi e sommate quelli di ogni partito (escluse solo bianche e nulle) la percentuale scende al 45%. Insomma, il 50% sta diventando una montagna da scalare anche quando alla gara partecipano tutti e nessuno invita alla astensione. C’è disillusione, c’è una parte di società che “si chiama fuori”, sfiduciata (si spera momentaneamente) nella possibilità che il proprio voto conti, cambi qualcosa. Il punto è che quello della democrazia diretta è un diritto costituzionale. Se ci rinunci, te ne privi, il potere a chi passa? Agli esecutivi. E i partiti che “lezione” ne traggono? Quella che per vincere contano solo i temi identitari, non si deve allargare la platea, devi richiamare ai seggi i tuoi, sfruttare le divisioni nel campo avverso. Non è più una democrazia del confronto delle idee, è un riflesso delle risse o dispute su talk e social, gli elettori come spettatori premiano chi è più brillante, chi la spara più grossa, quello che gli sembra “parli come loro”, diventa una questione fra tifoserie.

In questa campagna referendaria il “confronto di idee” è stato totalmente azzerato. Il governo e la destra hanno scelto la strategia del silenzio, sono “andati sul sicuro” viste le dimensioni “dell’astensionismo fisiologico” di cui abbiamo parlato prima. Non si è capito neanche esattamente cosa pensassero del Jobs Act. Una situazione surreale, con piazze e manifesti solo per il Sì quasi fossimo in un regime che però si sapeva avrebbe fallito l’obiettivo. I “media dominanti” (televisioni, grandi quotidiani, siti primari di “informazione professionale”) si sono totalmente allineati. Ci sono giornali che hanno scoperto il valore politico dei Referendum a urne chiuse. Un comportamento grottesco per chi avrebbe avuto il “dovere di informare” ma in linea con una “visione tecnocratica” per la quale la “società non esiste” come soggetto politico. Al pubblico va rivenduto il delitto di Garlasco, mica va detto che buona parte degli incidenti sul lavoro è legata agli appalti al massimo ribasso nei cantieri e che su questo c’era la possibilità di cambiare qualcosa. Rinunciare a una funzione civile è una scelta suicida per un giornalismo che vuole contare nella vita di un paese. Evidentemente c’è chi ci ha rinunciato. Raccoglierà i frutti di quanto seminato.

E parliamo di chi ha votato, il 30% delle italiane e degli italiani. Già ho avuto occasione di scrivere che le percentuali da sole sono illusionistiche. I numeri si possono combinare in molti modi. È utile, perciò, fare riferimento a quelli assoluti: hanno votato complessivamente 14 milioni 881mila 973 elettrici e elettori. Al primo Referendum (reintegro licenziamenti illegittimi) i Sì sono stati 13 milioni 31mila 470. Sono così pochi? A quanti si intestano sempre la “volontà popolare” domando: questo non è popolo? Per quanti sono usciti demoralizzati dalla consultazione aggiungo: è vero che si è perso ma guardatevi intorno, non siete poi così pochi. La vita pubblica italiana è ormai condizionata dal partito degli astenuti (40,50% e oltre) ma alle Politiche e ai Referendum Costituzionali (che ci saranno) nessuno ne potrà approfittare. Chi è convinto che il paese stia andando sulla strada sbagliata in materia di sanità, sociale, diritti non esce assolutamente già battuto da un avversario numericamente più forte (alle Politiche del 2022 la destra ha stravinto, ma con 12 milioni 305mila voti).
Altre analisi del voto seguiranno. Le voci che si sentono in queste ore sono quasi tutte depistanti, strumentali, interessate. Cose più utili usciranno. Potremo farci molte domande e trovare risposte sempre se abbiamo voglia di leggere e capire. Pare comunque che siano andate a votare più donne che uomini, un elemento di novità che ci dice che il paese comunque cambia sempre. Da interpretare pure cosa hanno fatto i giovani. Il punto è che la storia non finisce e chi canta vittoria oggi sbaglia a illudersi di poter prevedere cosa accadrà domani.

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