La Cura del Vero

Sul Valore della Memoria

Oggi è il Giorno della Memoria.
Lo so perché me l’hanno ricordato.

Non perché me ne fossi dimenticata, sia chiaro, ma perché oggi la memoria funziona così:
se non arriva una notifica, non è successo.
La memoria, ormai, è delegata agli algoritmi.
E come tutti i muscoli inutilizzati, ha perso tono.

Ricordare, nel mondo di oggi, è diventato uno sforzo eccessivo.
Quasi una perdita di tempo.
Il passato rallenta, il presente corre, il futuro preme.
E noi, onestamente, non abbiamo più la banda larga emotiva per tenere tutto insieme.

Facciamo un esercizio di memoria recente. Solo l’ultima settimana, niente di impegnativo.

Trump minaccia la Groenlandia.
Poi l’Iran.
Aspetta… non aveva già fatto qualcosa di simile con la Finlandia?
O era un meme?
O era ieri?
Vabbè, concetto chiaro: minaccia qualcuno.

Nel frattempo c’è il referendum sulla separazione delle carriere.
Sì? No? Forse?
C’è anche un video che prova a spiegare tutto a chi non ha studiato giurisprudenza e non ha nessuna intenzione di farlo solo per votare.
Il video sparisce.
La confusione resta.
Ma aspetta: in Italia le carriere non sono già separate?
Aspetta.
Aspetta.
Ho perso di nuovo il filo.

Ah. Giusto.
È morto anche quel grande stilista italiano.

Quello che “ha fatto la storia del Paese”.
Quello del lusso, dell’eleganza, delle sfilate memorabili.
Quello che, da vivo, compariva anche nelle inchieste su sfruttamento del lavoro, opifici-dormitorio, turni massacranti, lavoratori irregolari.

Ma succede sempre la stessa cosa:
quando muoiono, i potenti vengono ricordati meglio.
Scompaiono i processi, le responsabilità, le filiere opache.
Resta il mito.
Il marchio.
L’orgoglio nazionale.

Armani, Valentino, Dior.
Cambia il nome, non cambia lo schema.
La memoria, quando si parla di potere, diventa improvvisamente molto indulgente.

Ed è qui che capisci che la memoria non serve a ricordare tutto.
Serve a ricordare bene.
A riconoscere ciò che ritorna, anche quando cambia forma.

Il Giorno della Memoria dovrebbe servire a questo.
Non a una commemorazione automatica, ma a rinnovare una promessa:
il “mai più”.

Il problema è che il “mai più”, se non lo alleni, si sgonfia.
Diventa una formula rituale, buona per ogni discorso ufficiale.
Rassicurante.
Inoffensiva.

E qui entrano in gioco le parole.

Perché le parole non sono neutre.
Non sono etichette intercambiabili.
E quando vengono usate come armi, la memoria smette di essere uno strumento di giustizia e diventa un dispositivo di potere.

Come ricorda la semiologa Valentina Pisanty (https://www.collettiva.it/copertine/culture/giorno-della-memoria-contro-lantisemitismo-per-il-diritto-di-critica-xi84u9ts), l’antisemitismo è una forma di razzismo con un significato storico preciso.
L’antisionismo, invece, è una posizione politica.
Confondere le due cose non combatte l’odio:
serve solo a mettere al riparo il potere dalla critica.

Criticare le politiche dello Stato di Israele, anche duramente, non è antisemitismo.
Trasformare ogni dissenso in un’accusa morale significa svuotare le parole, e con loro la memoria.

Se il “mai più” vale solo per qualcuno,
allora non vale per nessuno.

Oggi, nel Giorno della Memoria, prendiamo posizione.

Prendiamo le distanze dall’antisemitismo, senza ambiguità.
Ma anche dal razzismo in tutte le sue forme.
Dalla violenza elevata a linguaggio politico.
Dallo sfruttamento che viene normalizzato, poi rimosso e infine celebrato.
Dall’uso della memoria come scudo per giustificare nuovi massacri.

Rivendichiamo il diritto di critica.
La precisione delle parole.
La responsabilità di ricordare senza gerarchie.

Perché ricordare non è guardare indietro.
È rifiutarsi di spegnere il cervello mentre tutto corre.

E se oggi facciamo fatica a ricordare, non è perché non sappiamo.
È perché abbiamo smesso di allenare il muscolo della memoria.

  • Sara Santilli

    Psicologa-psicoterapeuta perfezionata in Psicologia dell'orientamento alle scelte scolastico-professionali e ricercatrice presso il Dipartimento di Filosofia, Sociologia, Pedagogia e Psicologia Applicata dell'Università di Padova. Docente di "Psicologia dell'inclusione e della sostenibilità sociale" e di "Career Counselling e orientamento professionale in contesto multiculturale". Dal 2009 collabora con il Laboratorio La.R.I.O.S. all'organizzazione e all'attuazione di progetti di orientamento, e alla realizzazione di ricerche relative al tema delle vulnerabilità, dell'orientamento e dell'inclusione lavorativa. È membro del comitato direttivo del Laboratorio La.R.I.O.S., vicepresidente della Società Italiana di Orientamento (SIO) ed è membro dell'Advisory Board dell'International Journal for Educational and Vocational Guidance. Attualmente è coordinatrice del progetto europeo Equi-T (sistema europeo di sviluppo della qualità per l'educazione inclusiva e la formazione degli insegnanti).

LEGGI ANCHE...
i__id19182_mw600__1x
Inclusione e Giustizia Eco-sociali. Pluralismo, complessità, trasformazione
A cura di Nicola Valeri Temi significativi e importanti oggi, per cui ci tengo a presentare questo...
ChatGPT Image 31 mar 2026, 15_45_33
Riflessioni su Costituzione, partecipazione e inclusione.
Dall’introduzione al Seminario ‘Al centro la Costituzione. Fra storia, referendum, inclusione e...
contratto-fnsi-e1774460847157
Sciopero dei giornalisti: senza contratto si indeboliscono informazione e democrazia
Che fastidio! No. Uno sciopero riguarda la collettività intera. Qualsiasi categoria lo dichiari. Questo...
RICERCA