Lavoro, diritti e democrazia: una straordinaria testimonianza che parla al nostro presente
Il Circolo Filologico di Milano. Un club rigorosamente maschile. Aprile 1890. C’è attesa per la relazione di una donna, non una qualunque, la russa, la rivoluzionaria, la femminista, la “dottora dei poveri” come la chiamano in città. Il titolo non lascia spazio a equivoci: Il monopolio dell’uomo. Presidente del Filologico è Eugenio Torelli Viollier, direttore del Corriere della Sera, giornale che ha fondato nel 1876. Le ha dato credito per la sua intelligenza, per la sua cultura, per le scelte coraggiose, decisamente fuori dagli schemi per l’epoca.
La notizia che Kuliscioff parlerà in uno dei sancta sanctorum della borghesia meneghina gira da giorni, ma diventa tale quando, appunto, il quotidiano ne dà conto. La sala è gremita. Un uditorio curioso e attento che, forse senza rendersene conto, assiste a uno dei primi interventi pubblici in cui si senza se e senza ma si denuncia la discriminazione di genere: la presunta subordinazione della donna non è una legge naturale, è una costruzione sociale. Voluta dagli uomini, imposta dagli uomini. Come? Con il monopolio dell’istruzione, delle professioni, del potere dal quale le donna sono e restano escluse. Cambiare si può. Cambiare si deve. La battaglia va condivisa ed è una battaglia anzitutto di giustizia sociale.
Significa mettere in discussione la struttura stessa della società, un sistema atavico che vuole la donna “naturalmente” inferiore all’uomo. Serve una svolta culturale radicale che passa attraverso la conquista democratica dei pubblici poteri, come sancito nel programma fondativo del Partito socialista italiano, che lei stessa due anni dopo contribuirà a far nascere a Genova, insieme tra gli altri a Filippo Turati, l’uomo con cui vivrà fino alla morte.
Si comincia dal e col lavoro.
«Solo con il lavoro equamente retribuito al pari dell’uomo, la donna farà il primo passo avanti e il più importante; perché solo col diventare economicamente indipendente essa potrà conquistare la propria libertà».
Basta questa “piccola” premessa a sancire l’attualità del pensiero di una delle “madri” del pensiero femminista, spesso rimossa dalla memoria collettiva per il suo essere donna, per il suo essere straniera, per il suo essere interzionalista, per il suo essere militante scomoda, coscienza critica acuta: un destino che purtroppo condivide con molte altre pioniere, a sottolineare quanto e come le protagoniste della storia bene comune continuino a restare ai margini.
Un amore socialista
È la lettura di Un amore socialista (sottotitolo Il romanzo di Anna Kuliscioff e Filippo Turati) a firma del giornalista (già direttore de La Nazione di Firenze) Pierfrancesco De Robertis, per i tipi di Neri Pozza (2025) che, fra le altre ragioni, in questo 8 marzo 2026, ci spinge a ricordare Anna Moiseevna Rosenstejn, vero nome di Anna Kuliscioff.
Cinquecentoquaranta pagine che scorrono veloci attraverso l’evoluzione di un sentimento maturo e trasgressivo che è anche dibattito politico e culturale, sullo sfondo di un’Italia che sta lasciandosi alle spalle il latifondo e vede il paesaggio modificato dalle sagome delle grandi fabbriche, con le lotte operaie e le repressioni governative, che attraversa il primo conflitto mondiale per arrivare al tragico affermarsi del fascismo.
Kuliscioff, affetta da tubercolosi ossea, se ne andrà il 29 dicembre 1925 a Milano, Turati nel 1932 in esilio a Parigi. A entrambi viene evitato lo strazio della Seconda guerra mondiale. Non sapranno mai della proclamazione, giusto ottantant’anni fa, della Repubblica italiana. Un traguardo raggiunto anche per merito loro. Subiscono, denunciandone la deriva totalitaria, l’avvento della dittatura, devastati dall’assassinio dell’amico Giacomo Matteotti, sequestrato e ucciso dai fascisti a Roma il 10 giugno del 1924, ritrovato cadavere due mesi dopo nei campi di Riano.
Kuliscioff lo considera un figlio. Così anche per Turati: nel 1922 a seguito dell’espulsione dal Psi, avevano fondato il Partito socialista unitario, nello stesso mese in cui Mussolini organizzava la marcia su Roma per poi ricevere l’incarico dal re a formare il governo.
Una coppia fuori dagli schemi
Il volume di De Robertis ricostruisce, sempre con solide basi documentali e penna avvincente, l’intero percorso esistenziale e politico di questa coppia ante litteram di fine Ottocento.
Lei rampolla di una ricca famiglia ebrea russa, in fuga per mezza Europa per le sue idee politiche, ragazza madre biasimata per questo tanto dai benpensanti che dai sovversivi. Lui figlio di un prefetto di Milano, cresciuto in un ambiente conservatore e cattolico, incline all’esaurimento nervoso, attratto da principi di giustizia, di uguaglianza. Accomunati dall’idea socialista di rappresentare e dare voce ai poveri e ai poverissimi. Entrambi incarcerati per la loro militanza. Si incontrano a Napoli nel 1885: Kuliscioff è arrivata da poco, fuggita dalla Svizzera, dove aveva intrapreso gli studi di medicina che proseguirà – scontrandosi con pregiudizi e condotte retrive – nell’università cittadina. Con sé ha la figlioletta di tre anni. Turati, che frequentava gli ambienti della Sinistra storica, ci approda per svolgere un’inchiesta sulle condizioni igieniche dei contadini meridionali.
In questo contesto inizia la loro storia d’amore e di partito.
Contro le convenzioni del tempo scelgono di vivere insieme more uxorio. La loro abitazione in Portici Galleria a Milano diventa una sorta di laboratorio politico punto di riferimento per il riformismo non solo italiano. Forse l’unica abitazione in Italia al cui ingresso fa bella mostra di sé, accanto a quelli del marito, il nome e cognome di quella che amava definirsi “libera sposa”.
Una coppia essa stessa “manifesto politico”, che elabora, non senza polemiche aspre e discussioni crude, una via progressista ai diritti sociali e ai diritti civili, con Kuliscioff che non si stanca di ribadire che senza le donne non si può costruire una democrazia compiuta, solidale, equa.
La questione femminile
Ed è proprio sulla “questione femminile” che si consumano le contese più accese in famiglia, tanto che Kuliscioff – senza fare sconti a nessuno, né al partito né a Turati – più di una volta denuncia che «i suoi compagni di viaggio sono più uomini che socialisti, sono dei retrogradi che non riescono a guardare oltre la convenienza politica del momento, sono schiavi dell’opportunismo, gente che ha confuso la giustizia con il tornaconto» e che «la mentalità borghese era una malattia da cui nessuno riusciva a salvarsi, e chi non c’era nato finiva per bramarla».
Fra i motivi dell’ennesimo scontro emerge il “suffragio universale davvero universale”, cioè esteso alle donne: Turati non è convinto. Siamo nel 1910 e Kuliscioff lo “costringe” a rendere pubblica la diatriba “privata” pubblicando i loro punti di vista sulle pagine di Critica sociale, il giornale che hanno fondato e dove si firmano con lo pseudonimo di Noi a sottolineare la condivisione della lotta politica.
Kuliscioff è colta, padroneggia cinque lingue, legge la stampa estera, studiosa attenta di Marx, scambia lettere con Engels e Bakunin.
Vuole fare il medico. Riuscirà, a costo di sacrifici e umiliazioni, a laurearsi in medicina a Pavia. Precorritrice pure in questo campo, diventa “la dottora dei poveri”, lavorando senza sosta nell’ambulatorio messo in piedi a Milano dall’amica Alessandra Ravizza.
A tal proposito nel testo di De Robertis si legge: «La malattia è democratica, prima o poi viene a tutti, ma la cura non è per tutti»; e ancora «la medicina è politica. Aiutare una madre a non perdere il figlio o curarla dalla pellagra è il primo atto socialista. Ho scelto di fare il dottore perché avevo passione per la giustizia sociale, non certo per soldi o per conquistarmi una posizione sociale (…). Queste donne sono vittima di un sistema che le sfrutta, e io mi batto per rimuoverlo. Se dai da mangiare a un povero sei un santo, se chiedi ad alta voce perché quel povero non ha da mangiare sei un socialista. Questa è la differenza».
Affermazioni che sembrano pronunciate oggi, in un momento in cui la sanità pubblica è sempre più a rischio, sempre più privatizzata, sempre meno attenta alla salute intesa come come bene comune di cittadine e cittadini.
Kuliscioff l’impegno lo ha sempre trasformato in azione concreta che muove dal contatto con la base: le povere, i poveri, le sfruttate, gli sfruttati, le emarginate, gli emarginati. Il rimprovero rivolto ai socialisti alla politica – anche questo di una incredibile attualità – è di essersi ridotti a «un partito di burocrati. Siete molto attenti a fare discorsi ben torniti alla Camera e nei palazzi, ma poi se vedete un operaio scappate per la paura».
Lei no. Tra la gente ci sta, eccome. Le donne che incontra ogni giorno non sono concetti astratti. Ascolta le mondine, le contadine, le operaie. Donne costrette a partorire in mezzo alle risaie e a tornare subito al lavoro, ascolta chi «era malato di povertà». Sono le sue pazienti. I suoi pazienti.
Rifiuta il teorema che ci siano sfruttati di serie a – gli operai nelle fabbriche – e di serie b – le donne nei campi.
Il Psi deve farsi promotore di una legge che tuteli maternità e minori. Riesce a convincere dapprima il restìo Turati, deputato dal 1896. Pur ridimensionata rispetto al testo originale, scritto con Kuliscioff, verrà approvata nel 1902 e fissa per l’epoca dei principi cardine per rivendicazioni future: turni non superiori a 12 ore, divieto di lavoro notturno per i minori, congedo obbligatorio dopo il parto (purtroppo senza retribuzione), controlli sulle condizioni di lavoro.
Dal voto alla Costituzione
Kuliscioff vuole «una società in cui quando nasci non ci sono più parti stabilite, una società in cui non conta se sei uomo o donna, povero o ricco, contadino o possidente. A questo ambisco. E vorrei che le donne possano prendere parte a una battaglia che è anzitutto per la loro liberazione». Lo dice al Circolo dell’Unione di Napoli nel 1884 a margine di una conferenza su Garibaldi, prima voce femminile che risuona in quelle stanze.
La liberazione delle donne passa necessariamente per il suffragio femminile: le donne devono poter votare ed essere elette, le donne devono avere rappresentanza propria e definitiva cittadinanza.
Occorre attendere il 10 marzo 1946: il decreto n. 74 estende il voto alle donne con almeno 25 anni di età, elettorato attivo e passivo alle amministrative. In Italia sono elette le prime sette sindache e la prima assessora che siede nella giunta del Comune di Venezia.
Con il referendum istituzionale del 2 giugno dello stesso anno le donne maggiorenni contribuiscono a scegliere la Repubblica contro la Monarchia e a eleggere i componenti e le componenti (21) dell’Assemblea costituente. Il 22 e 23 marzo prossimi la chiamata alle urne riguarda un altro referendum costituzionale sulla magistratura più che sulla giustizia: una “riforma” che ha il sapore della resa dei conti più che della volontà di migliorare, come si propaganda, l’amministrazione della giustizia. In questi casi l’esperienza insegna che serve prudenza e saggezza esprimendosi per il no e rimandando a una discussione adulta e ponderata eventuali modifiche produttive in materia.
La Carta costituzionale entra in vigore il 1. Gennaio del 1948. L’articolo 37 recita: «La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore. Le condizioni di lavoro devono consentire l’adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale adeguata protezione. La legge stabilisce il limite minimo di età per il lavoro salariato. La Repubblica tutela il lavoro dei minori con speciali norme e garantisce a essi, a parità di lavoro, il diritto alla parità di retribuzione»
Kuliscioff sarebbe soddisfatta? L’attuazione compiuta dell’articolo 37 è di là da venire. Le sue parole, scritte più di un secolo fa, tornano d’attualità.
Una misura di giustizia sociale
Il divario salariale sussiste e persiste: inizia nelle retribuzioni e finisce nelle pensioni.
Citiamo al riguardo la recente elaborazione dell’Ufficio studi Cgil Venezia e di Ires Veneto sui dati forniti dall’Inps per le lavoratrici e i lavoratori dipendenti privati non agricoli nella provincia lagunare nel 2024: il gap nel lavoro è del 31% nelle pensioni del 50%.
Oltre al genere pesano i settori di lavoro, il part time quale scelta obbligata, la discontinuità e il lavoro nero.
Tale differenziale di reddito non è un dettaglio statistico, è una disuguaglianza strutturale che si trascina fino alla pensione e che espone la donna, sui cui continua a gravare tutto il lavoro di cura, a dipendenza economica, psicologica e sociale. In una parola a essere ricattabile e vittima di violenza che può addirittura sfociare in quella fisica. E se il culmine può essere il femminicidio, tutto ciò che sta in mezzo è un’esistenza di vessazioni, soprusi, maltrattamenti, persecuzioni.
Tutto sbagliato, tutto da rifare? Di passi avanti se ne sono fatti. Ne restano da fare ancora molti. Donne e uomini insieme. Il volume di De Robertis ha una annotazione conclusiva solo all’apparenza neutra: «Subito dopo la fine della guerra, la città di Milano ha dedicato a Filippo Turati un’importante via del centro storico, mentre ad Anna Kuliscioff solo all’inizio degli anni Ottanta è stata dedicata una della periferia ovest».
Memoria e impegno
L’otto marzo non è e non deve essere una mera ricorrenza simbolica: è memoria di conquiste e lotte consumate “sulla pelle viva”, per usare l’espressione di Tina Merlin, fra le più coraggiose giornaliste italiane, che con i suoi articoli su l’Unità lanciò, inascoltata e solitaria, l’allarme sul pericolo concreto rappresentato dalla diga Vajont.
Donne che si sono battute e si battono per i diritti di ognuna e di ognuno, non per privilegi di pochi e di poche. Perché le battaglie delle donne riguardano la qualità stessa della democrazia.
Sta qua, in particolare, l’eredità moderna di Anna Kuliscioff: la libertà delle donne e è rimane soprattutto misura di giustizia sociale.
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Componente della giunta esecutiva della Federazione Nazionale Stampa Italiana, dal 2017 è segretaria regionale del Sindacato giornalisti Veneto. Membro del comitato direttivo dei i due corsi di Alta Formazione ‘La passione per la verità e la costruzione di contesti inclusivi’ organizzati con l’Università di Padova e insieme a FNSI, Articolo 21, Sindacato Giornalisti del Veneto. Giornalista con la passione del linguaggio e del suo utilizzo nella pratica quotidiana di chi fa informazione. Impegnata nella difesa dei diritti dentro e fuori le redazioni. È fra le ideatrici e promotrici del Manifesto di Venezia, una delle “carte” di autoregolamentazione della categoria contro la discriminazione di genere e la violenza sulle donne attraverso parole e immagini. Cronista di nera del Gazzettino dal 2004 ha documentato, fra le altre, le inchieste dello scandalo Mose e dell’infiltrazione camorristica nel Veneto orientale. In precedenza libera professionista nei diversi ambiti della comunicazione.