A cura di Giovanna Rubicondo – Studentessa del Corso di Counseling Psicologico per l’Inclusione delle Disabilità e del Disagio Sociale
Nel corso della storia, diversi movimenti politici e sociali hanno cercato di creare alternative al modello economico dominante, mettendo al centro uguaglianza, diritti collettivi e redistribuzione delle risorse. Dalle rivoluzioni di Ernesto Che Guevara e Fidel Castro a Cuba, fino alle politiche di Thomas Sankara in Burkina Faso, l’obiettivo comune era orientare l’economia verso il bene collettivo. In America Latina, Jacobo Árbenz e Salvador Allende tentarono di costruire società giuste attraverso riforme agrarie, nazionalizzazioni e ampliamento dei diritti sociali. Entrambe le esperienze furono però interrotte da colpi di Stato, mostrando quanto sia difficile trasformare sistemi dominati da forti interessi economici e politici. Più recentemente, il Rojava, nel nord-est della Siria, ha rappresentato un esperimento di autogoverno, basato sul confederalismo democratico, fondato su democrazia diretta, cooperazione, ecologia sociale e liberazione femminile e anche i Paesi nordici vengono spesso citati come esempio di capitalismo regolato attraverso un forte welfare pubblico capace di ridurre le disuguaglianze. Oggi però, il dibattito si concentra soprattutto sulla critica del cosiddetto “realismo capitalista”, cioè l’idea secondo cui non esisterebbero alternative credibili al sistema attuale. In questa prospettiva si inseriscono le teorie della ‘decrescita’ dell’economista Serge Latouche, che propone di abbandonare l’ossessione per la crescita infinita del PIL per privilegiare qualità della vita, riduzione del tempo di lavoro e relazioni umane. Allo stesso modo, l’antropologo David Graeber critica la diffusione dei cosiddetti “bullshit jobs”, lavori percepiti come privi di reale utilità sociale, sostenendo un’organizzazione del lavoro più cooperativa e orientata al benessere collettivo. Al centro di molte di queste riflessioni vi è la critica della ‘scarsità artificiale’: un sistema che, pur disponendo di risorse sufficienti, produce carenza e insicurezza per mantenere controllo economico e sociale. Gli esempi più evidenti riguardano il mercato immobiliare, con abitazioni vuote accanto all’emergenza abitativa, e il settore sanitario, dove brevetti e costi limitano l’accesso alle cure. Da qui nasce l’idea della gratuità dei beni essenziali e di un welfare realmente universale. Questi modelli alternativi attribuiscono inoltre grande importanza all’energia come bene comune, alla democratizzazione e trasparenza digitale e a una riforma fiscale redistributiva, basata su tassazione delle grandi ricchezze e reddito di base. Centrale è anche il ruolo dell’educazione, concepita non solo come formazione professionale ma come spazio di crescita sociale e partecipazione collettiva. Inoltre, particolare attenzione viene dedicata alla disabilità e alla neurodiversità, considerate non come limiti individuali ma come espressioni naturali della diversità umana. In questa visione, l’obiettivo è eliminare le barriere culturali e sociali che impediscono una piena inclusione. Il filo conduttore di queste esperienze è la cosiddetta ‘politica della cura’: una società fondata su giustizia sociale, cooperazione e mutuo aiuto, in cui il valore delle persone non sia determinato dalla produttività economica. Il benessere collettivo, secondo queste prospettive quindi, dovrebbe essere misurato non dalla crescita del profitto, ma dalla libertà dal bisogno, dalla qualità del tempo vissuto e dalla forza dei legami sociali.
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