La Cura del Vero

Che cosa insegnano le Cucine Economiche Popolari a un bambino

A cura di Luca Marabese

Non è scontato che una mensa popolare entri nelle scuole. E ancora meno scontato è pensare che possa avere qualcosa da insegnare ai bambini.

L’educazione prende forma, di solito, in contesti riconoscibili e strutturati: programmi, libri, aule. La conoscenza viene organizzata, trasmessa, verificata. I luoghi dell’apprendimento sono definiti e, in un certo senso, protetti.

Una mensa popolare appartiene a un altro spazio. È un luogo attraversato da bisogni concreti, da storie spesso invisibili, da fragilità che chiedono risposta nel presente. Un luogo in cui prevale l’urgenza del quotidiano, più che un’intenzionalità educativa esplicita.

Quando questa distanza si accorcia, emerge una domanda che merita di essere presa sul serio: che cosa può insegnare un’esperienza come quella delle Cucine Economiche Popolari a un bambino?

Questa domanda nasce da un percorso concreto. Negli ultimi anni, le Cep hanno portato nelle scuole primarie delle province di Padova e Rovigo un laboratorio dal titolo “Se Apri Non Scarti”. Nel 2026, il progetto ha coinvolto 40 classi e 649 alunni, attraverso 30 laboratori realizzati tra febbraio e aprile.

Il laboratorio prende forma a partire da un gesto semplice: lavorare insieme sul cibo utilizzando ciò che solitamente viene considerato scarto. I bambini osservano, sperimentano, collaborano. L’esperienza è immediata, concreta, accessibile. Non si parte da una spiegazione, ma da una situazione da vivere.

Da qui emerge una prima intuizione: ciò che appare marginale può trasformarsi e acquisire valore. Questo passaggio si costruisce nel fare, nel vedere, nel condividere. L’esperienza precede il contenuto e diventa il luogo in cui il significato prende forma.

Nel corso del laboratorio, il tema dello spreco alimentare si intreccia progressivamente con altre dimensioni. Dal cibo si passa alle relazioni, dagli oggetti alle persone, dallo scarto materiale al valore di ciascuno. Il percorso non segue una linea teorica, ma si sviluppa attraverso ciò che accade, dentro l’esperienza stessa.

Questo processo trova conferma nelle restituzioni finali. Al termine di ogni laboratorio, ai bambini viene chiesto che cosa si portano a casa. Le loro parole vengono annotate su una lavagna, una accanto all’altra, costruendo una sorta di mappa collettiva del significato emerso.

Alcuni termini ricorrono con frequenza: rispetto, inclusione, aiutare, condividere. Accanto a queste parole compaiono frasi più articolate: “Nessuno è scarto”, “Non lasciare mai da parte nessuno”, “Abbiamo tutti gli stessi diritti”.

La coerenza di queste restituzioni, anche tra classi e scuole diverse, mostra un processo di rielaborazione attiva. I bambini costruiscono collegamenti, danno senso a ciò che hanno vissuto, riconoscono valore nelle cose e nelle persone. L’esperienza si trasforma in uno sguardo.

Le Cucine Economiche Popolari portano nelle scuole proprio questo elemento: uno sguardo che nasce dall’incontro quotidiano con le persone, dalle relazioni costruite nel tempo, dall’esperienza concreta della fragilità e della cura.

In questo senso, il laboratorio funziona come una forma di traduzione. Rende accessibile, in un contesto educativo, qualcosa che esiste già nel territorio, ma che spesso resta distante. Permette ai bambini di entrare in contatto, in modo mediato ma significativo, con una realtà che appartiene alla loro città.

Gli insegnanti riconoscono con chiarezza questo valore. I questionari di valutazione restituiscono un quadro coerente: il laboratorio viene percepito come utile, significativo, capace di inserirsi nei percorsi di educazione civica e di generare continuità nel lavoro in classe. Molti raccontano che l’esperienza continua a vivere nei giorni successivi, viene ripresa, condivisa, rielaborata.

Si attivano piccoli cambiamenti osservabili nella quotidianità: maggiore attenzione allo spreco, più sensibilità verso gli altri, una maggiore disponibilità alla collaborazione.

A questo punto, la domanda iniziale può essere riformulata. Le Cucine Economiche Popolari entrano nelle scuole portando un’esperienza che apre uno spazio di apprendimento diverso da quello consueto. Un’esperienza che rende possibile un passaggio difficilmente attivabile in altri contesti: riconoscere valore dove lo sguardo abituale fatica a soffermarsi.

Ciò che viene trasmesso è uno sguardo. Uno sguardo che prende forma nell’incontro, si costruisce nella relazione e permette di riconoscere ciò che esiste già, ma che attende di essere visto.

Forse è proprio qui che la domanda trova una risposta più precisa.

Le Cucine Economiche Popolari non insegnano qualcosa a un bambino.

Offrono le condizioni perché possa imparare a guardare il mondo in modo diverso.

(Per chi desidera approfondire, il percorso del laboratorio “Se Apri Non Scarti” è raccontato nel report disponibile qui: https://fondazionenervopasini.it/wp-content/uploads/2025/05/valutazione-attivita-2026-1.pdf)

  • Redazione

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