Sull’assassinio della Guida Suprema iraniana i due si sono accordati senza troppi problemi. Sul nome da dare all’operazione no. Netanyahu l’ha chiamata “Il Ruggito del Leone”, con una evidente ripresa di temi biblici tipici della retorica bellica israeliana. Trump invece ha scelto la definizione “Furia Epica”, dove epico sta per grandioso (il riferimento porta addirittura ai poemi omerici) e furia rimanda alle dee della vendetta. Il tutto nell’ambito della propaganda pop che ispira l’aggressività di questa amministrazione americana. Non a caso, per promuovere “Epic Fury”, alcuni giorni dopo, la Casa Bianca ha diffuso in Rete un filmato montato come un trailer cinematografico con una musichetta festaiola che condiva il lancio dei missili. Siamo al tragico che diventa intrattenimento grottesco e viene “venduto” come un intrigante videogioco.
Che l’Ayatollah Ali Khamenei, al vertice del paese da ben 37 anni, fosse spietato contro i suoi oppositori interni non c’è il benché minimo dubbio. Nei mesi precedenti l’attacco del 28 febbraio, migliaia di giovani iraniani sono stati uccisi nel corso della feroce repressione di una rivolta popolare contro il regime teocratico che domina il paese dal 1979. Ma assassinare un capo di stato straniero e pure leader religioso è comunque legittimo? A questa domanda, nel mondo, quasi tutti hanno risposto negativamente, chiamando in causa la palese violazione di ogni legalità internazionale. Hanno detto sì invece unicamente gli sfegatati fan di Trump e Netanyahu che peraltro certo non mancano anche nella politica e sui media italiani. Quasi nessuno però si è soffermato sulle “vittime collaterali” dell’operazione militare, di questo “furioso ruggito”. Quanti sanno che nel “bombardamento chirurgico” della residenza di Khamenei hanno perso la vita pure i suoi familiari? Praticamente non ne è a conoscenza nessuno, perché l’informazione occidentale si basa su una regola: se i morti innocenti siamo noi “a produrli” cala immediatamente l’oblio. E così è passata sotto silenzio la notizia che, fra le macerie del palazzo, è stato ritrovato il corpicino della piccola Zahra che, a 14 mesi di vita, difficilmente poteva essere considerata una “criminale”. La sua colpa? Essere la nipote dell’Ayatollah e trovarsi “nel posto sbagliato al momento sbagliato”. La storia da noi è caduta nell’irrilevanza, se vi interessa la potete ritrovare sui siti armeni in lingua inglese.
Sui nostri media, data l’enormità dell’evento, qualcosa si è detto invece della quasi contemporanea distruzione di una scuola elementare nel Sud dell’Iran a Minab. Lì sono state uccise un numero imprecisato di ragazze (forse 165) di età compresa fra i 7 e i 12 anni. Il 9 marzo il New York Times ha pubblicato, dopo averlo verificato, un video che mostra un missile Tomahawk (arma esclusiva americana) che colpisce l’edificio. È stata così smentita la versione fornita da Trump (alla quale peraltro non aveva creduto nessuno) che si fosse trattato di un errore della contraerea nemica. Esperti indipendenti hanno già rilevato nel massacro un potenziale crimine di guerra ma ci sono seri dubbi sul fatto che verrà mai aperta un’inchiesta nel merito. Del resto, sul principale giornale italiano, l’8 marzo (in coincidenza con la Festa della Donna) è uscito un editoriale che elogiava il ruolo della guerra come fonte di soluzioni politiche per situazioni altrimenti ingestibili. In una simile brutale “visione del mondo” i civili sterminati risultano solo “polvere della Storia”. Ma siamo sicuri che questo cinismo sia condiviso dai popoli? La “gente comune” tende invece a identificarsi nelle vittime innocenti e a piangerle chiunque sia l’assassino. Malgrado l’attivismo di tanti spietati opinionisti, la pensa così anche il popolo italiano. Impressionante l’esito di tutti i sondaggi fatti sull’argomento: il 65%, 75% delle persone definisce “l’epica furia” di Trump e Netanyahu illegittima e sbagliata, il 70% non vuole si utilizzino le nostre basi, l’80% ha paura delle conseguenze per il mondo, la maggioranza assoluta si dice certa che non porterà a nulla di buono.
Ma c’è un altro punto che va assolutamente colto. Questo drastico giudizio negativo coincide stavolta con l’opinione della maggior parte degli analisti geopolitici, dei principali think tank, dei centri studi mondiali. Tra le documentate critiche rivolte a “furia epica” troviamo l’assenza di una base legale solida nel diritto internazionale, la mutevolezza e la contraddittorietà degli obiettivi dichiarati dagli Stati Uniti e il rischio incombente di un collasso macroeconomico globale trainato dallo shock energetico. Il comitato editoriale del New York Times ha definito la guerra “sconsiderata” e strategicamente indefinita, sottolineando come la giustificazione di una “minaccia imminente” (nucleare o meno) alla sicurezza nazionale statunitense fosse priva di prove documentali presentate al pubblico e condivise in modo trasparente con il Congresso che avrebbe invece dovuto autorizzare l’attacco. Ha poi ricordato che Trump, durante la campagna elettorale del 2024, aveva solennemente promesso che avrebbe “posto fine alle guerre, non ne avrebbe iniziate di nuove”. Siamo davanti insomma a un “precedente pericoloso”, utile soltanto a Netanyahu che punta a sopravvivere ai propri guai giudiziari alimentando nuovi conflitti. Tesi condivisa pure dall’Economist che ha messo in dubbio la possibilità di un cambio di regime in Iran e ha parlato di una “escalation orizzontale”, cioè di un progressivo allargamento degli scontri armati a tutti i paesi dell’area medio orientale con conseguenze anche in questo caso destabilizzanti. Ma il “caos sistemico” è quello che si voleva? Se a Netanyahu può star bene (per far crescere il suo consenso interno a Israele) il resto del mondo che ne pensa? Dell’impatto economico di questa nuova avventura bellica si è occupato il Financial Times che ha lanciato un “allarme rosso” soprattutto in relazione alla militarizzazione e alla chiusura dello Stretto di Hormuz dove transitano petrolio e gas. E qual è il pericolo? Sta nelle conseguenze sull’economia dell’intero pianeta, con il possibile innesco di una potenziale “spirale inflazionistica incontrollabile”.
Dal canto suo, il politologo Stephen Walt, sulla rivista Foreign Policy, ha smontato l’illusione di un eventuale “mutamento di regime che arrivi dall’alto” portato dai missili di Trump e del Pentagono. “Non credo ci sia mai stato l’abbattimento di una qualsiasi forma di potere compiuto unicamente con il controllo dei cieli. Richiede sempre un qualche tipo di coinvolgimento di forze di terra” ha scritto. Per Walt, credere di poter plasmare il futuro politico di una nazione di oltre 90 milioni di abitanti sganciando bombe dalle nuvole è soltanto una pericolosa allucinazione.
La convergenza degli osservatori indipendenti è impressionante. Merita segnalare quanto scritto da Francis Fukuyama, il politologo divenuto celebre per aver parlato di “fine della storia” al tempo della caduta dell’Unione Sovietica. Da allora di acqua sotto i ponti ne è passata molta e Fukuyama ha abbandonato approcci neoconservatori. “Furia epica” gli ha ricordato così “la retorica ingannevole” che ha preceduto nel 2003 la invasione dell’Iraq. Ci troveremmo davanti a “ideologie perniciose” secondo le quali si potrebbero determinare “fioriture democratiche” in nazioni complesse e stratificate come l’Iran utilizzando la propria supremazia bellica. Quale potrà essere invece l’esito di questa guerra? Altro che stabilità, genererà soltanto un gigantesco vuoto di potere, un collasso paragonabile, su scala ben più ampia, a quanto registrato in Siria e Libia. Il maggior rimpianto di Fukuyama? È che a “dare le carte” a Washington siano gli stessi individui, le stesse logiche, che orchestrarono il disastro iracheno: negli USA sembra cambiare tutto ma nel merito di queste “tentazioni egemoniche” non cambia mai nulla.
Tutti d’accordo allora? Non è così semplice. Nel mondo conservatore si trovano voci favorevoli all’iniziativa di Trump, ma per ragioni che vanno ben oltre i confini del Medio Oriente, toccano la dimensione geopolitica globale. Lo storico Niall Ferguson, ad esempio, interpreta l’era attuale come quella di una “Seconda Guerra Fredda” fra Stati Uniti e Cina. In questo senso “abbattere” l’Iran costituirebbe un passaggio “logistico militare cruciale e indispensabile”. Sullo sfondo, alla base di queste posizioni, ci sono visioni apocalittiche come quella del potentissimo Peter Thiel “cuore di tenebra del mondo digitale”. Tecnocrate miliardario, ostile alle inutili pastoie della democrazia, ha un’idea sconvolgente della contemporaneità, pensa che nel mondo ci sia una perenne lotta “tutti contro tutti” e che a breve si arriverà allo scontro supremo fra Bene e Male. Deliri? In senso letterale sicuramente sì, ma dobbiamo comunque capire cosa c’è dietro.
Ci aiuta l’economista francese Thomas Piketty che legge la “tendenza militarista degli Stati Uniti cui siamo assistendo con la guerra all’Iran” come un’ammissione di debolezza da parte di Washington. Le élite americane sarebbero “sempre più coscienti della fragilità finanziaria, commerciale e politica del loro paese”. Da qui la scelta di “sfoderare le armi” senza preoccuparsi di sbandierare qualche ideale collettivo (democrazia e simili). Sfruttare insomma il fatto di disporre dell’esercito più potente al mondo sperando di poter riguadagnare influenza e mercati.
Ed eccoci finalmente al punto. A noi europei la questione spesso sfugge, ma la frattura storicamente più dirompente di questo inizio del nuovo millennio arriva dalla straordinaria crescita del Sud Globale. Non dobbiamo pensare solo alle enormi capacità produttive della Cina (la fabbrica del mondo) ma pure a quelle dell’India, dell’Indonesia, di tutto il sud est asiatico. E poi ci sono Africa, Turchia, Brasile. È il “dominio industriale” dell’Occidente, che aveva segnato gli ultimi due secoli, a essere superato dall’evoluzione degli eventi. Su questo tema è illuminante un libro che tutti dovremmo leggere. Si intitola “Storia e futuro dell’ordine mondiale”. L’autore è Amitav Acharya studioso di relazioni internazionali di origini indiane. Sostiene che noi occidentali siamo mossi da due convinzioni. La prima è che l’attuale Ordine Mondiale, dominato negli ultimi 80 anni dagli statunitensi, si sia dimostrato più che positivo, abbia evitato le guerre e favorito una eccezionale stabilità. La seconda è che le alternative siano di per sé spaventose perché si tradurranno in un cambiamento in peggio. La puntuale ricostruzione storica di Acharya ricorda innanzitutto le Civiltà che hanno preceduto il predominio europeo dei mari e dei traffici, ne richiama le virtù diplomatiche e commerciali. Evidenzia poi come l’ordine portato dai bianchi sia stato contaminato da disuguaglianze, razzismo, guerre arbitrarie nel Sud del Mondo. Lo spettro è quello delle logiche neo coloniali che oggi incontrano il loro limite temporale estremo. “Dal punto di vista del resto del mondo il predominio americano e occidentale più che una benedizione è una minaccia” scrive Acharya aggiungendo che dalla crisi potrà uscire un equilibrio migliore, più equo, che diffonda prosperità e crei le premesse per un “pianeta multipolare”. Invita perciò l’Occidente a cooperare con le “potenze emergenti” per affrontare le sfide comuni, senza paura del caos. Non siamo davanti a una catastrofe, ma a una opportunità storica per un sistema più inclusivo e resiliente.
Letti così gli eventi bellici che stanno dilaniando il pianeta assumono un risvolto epocale. Tutte le “transizioni sistemiche” sono dolorose, segnate da tragedie e da esplosioni di violenza. Chi è abituato a dominare non rinuncia al proprio strapotere soprattutto se dispone di sofisticati strumenti di morte e distruzione. C’è questo dietro la “follia” di Trump. Ma con le spade e le cannoniere non si costruisce un ordine, si seminano solo lutti. È l’intera umanità che, oggi più che mai, deve chiedersi dove vuole andare consapevole che quella di poter tornare all’imperialismo ottocentesco è soltanto una pericolosa allucinazione.
Da Voci di Dentro Marzo 2026
-
Giornalista e scrittore. Caporedattore alla Rai del Veneto, successivamente vicedirettore della Testata Giornalistica Regionale, del Tg3 e di Rainews 24.
Qui ha curato “Scenari l’Inchiesta Web”, settimanale di approfondimento sull’attualità che, per la prima volta in Italia, ha proposto in televisione un lavoro di indagine giornalistica a livello europeo/globale realizzato integralmente sui big data e gli archivi Web.
Studia l’evoluzione tecnologica e i comportamenti dei media e gli effetti concreti che nuovi strumenti digitali hanno sulla società con particolare attenzione ai temi legati a cittadinanza e democrazia. Docente di Comunicazione e componente del Coordinamento Laboratorio La Cura del Vero
Fra le sue Pubblicazioni:
° Non sparate ai giornalisti. Iraq: la guerra che ha cambiato il modo di raccontare la guerra,
Roma, Nutrimenti, 2003.
° Ultime Notizie. Indagine sulla crisi dell’informazione in Occidente. I rischi per la
democrazia , Roma, Nutrimenti, 2005.
° Doppi Giochi. Pechino 2008. Le altre Olimpiadi contro la censura, per i diritti umani,
Trento Edizioni Stella 2008
° L’ecosistema informazione, senza cura per la verità la democrazia muore in AAVV La Passione per la Verità Franco Angeli 2020
° Aver cura del Vero Come informare e far crescere una società inclusiva
Nuova Dimensione 2022