A cura di Luca Marabese
Ci sono esperienze che iniziano perché le scegliamo e altre che cominciano perché, in qualche modo, dobbiamo attraversarle. Questa differenza cambia molto il modo in cui entriamo in una situazione, ciò che ci aspettiamo e il significato che le attribuiamo.
È dentro questa tensione che si collocano le attività svolte alle Cucine Economiche Popolari di Padova da persone inserite in differenti misure giudiziarie o percorsi collegati alla giustizia, tra cui lavori di pubblica utilità, messa alla prova, affidamento in prova e semilibertà. In questi casi la presenza alle Cep nasce all’interno di un percorso prescritto. La persona arriva perché deve svolgere un’attività, completare un certo numero di ore, rispettare le condizioni previste dalla misura.
L’obbligo definisce quindi il punto di partenza, mentre il significato dell’esperienza può prendere forma attraverso ciò che accade successivamente.
Negli ultimi anni le Cucine Economiche Popolari hanno provato a osservare con maggiore attenzione proprio questo spazio. Tra il 2023 e il 2025, al termine delle esperienze, è stato proposto ai partecipanti un questionario per comprendere come avessero vissuto il percorso, che cosa conoscessero delle Cep prima di arrivare, quali relazioni avessero sperimentato e come si fossero eventualmente modificate alcune delle loro rappresentazioni iniziali. Sono stati raccolti 40 questionari.
La domanda più interessante, però, nasce forse da un dato apparentemente semplice. Alla fine dell’esperienza, il 79% dei rispondenti ha dichiarato di pensare di tornare alle Cep.
Questo numero richiede cautela. Esprime un’intenzione dichiarata al termine del percorso, mentre la possibilità di verificarne la realizzazione e la continuità nel tempo richiederebbe un successivo monitoraggio. Il dato acquista quindi particolare interesse soprattutto come punto di partenza per una riflessione.
Che cosa può accadere tra il momento in cui una persona entra in un luogo perché deve esserci e quello in cui, terminato l’obbligo, riesce almeno a immaginare di tornarci per scelta?
Per provare a rispondere occorre guardare a ciò che accade nel mezzo.
Alle Cep le persone inserite in questi percorsi vengono coinvolte nella vita ordinaria della struttura. Collaborano nella distribuzione dei pasti e in altre attività quotidiane, lavorando accanto a operatori e volontari e, in alcuni momenti, entrando in relazione con le persone che usufruiscono dei servizi. Il percorso prevede una fase iniziale di orientamento, un inserimento progressivo nelle attività e un accompagnamento da parte di chi lavora stabilmente nella struttura.
Si tratta di attività semplici, spesso ripetitive, molto concrete. Proprio per questo possono essere vissute in modi profondamente diversi. Si possono eseguire perché richiesto, contando le ore che mancano alla fine. Oppure, dentro quella stessa attività, può accadere di iniziare a riconoscere il luogo, le persone, il significato di ciò che si sta facendo.
I dati raccolti sembrano indicare che, per molti partecipanti, l’esperienza reale sia stata diversa da quella immaginata. Il 92% ha dichiarato che il percorso ha superato le proprie aspettative, mentre il restante 8% lo ha considerato coerente con quanto si aspettava.
Anche le immagini associate alle Cep cambiano tra prima e dopo l’esperienza. Prima del percorso compaiono rappresentazioni come una barca sovraffollata, un vicolo buio o un ambiente simile a una prigione; dopo aumentano associazioni più aperte, come un campo di fiori o un concerto musicale.
Questi dati raccontano uno spostamento nelle rappresentazioni, che acquista un significato particolare proprio perché le persone erano entrate alle Cep all’interno di una misura prescritta, con finalità e condizioni definite. L’incontro con quella realtà avviene dentro un percorso che ha origine altrove e risponde a un vincolo preciso. Il significato dell’esperienza, invece, prende forma progressivamente.
Un elemento che sembra avere un peso importante riguarda il modo in cui le persone dichiarano di essersi sentite dentro la struttura. L’82% dei rispondenti afferma di essersi percepito accolto, ascoltato, considerato e valorizzato nel rapporto con il personale delle Cep.
Sono parole che meritano attenzione perché introducono una distinzione importante. Una misura può stabilire che una persona debba svolgere un’attività, indicarne la durata e definirne le condizioni. Il modo in cui quella persona verrà incontrata dipende invece dalle relazioni che si costruiranno durante il percorso. È proprio in questa dimensione che può maturare la differenza tra sentirsi qualcuno che deve completare delle ore e sentirsi una persona riconosciuta dentro un luogo e dentro un’attività.
È forse qui che la tensione tra obbligo e scelta diventa più interessante.
L’obbligo riguarda la presenza. Il significato attribuito a quella presenza rimane invece uno spazio più libero.
La qualità dell’accoglienza, le relazioni e la conoscenza diretta delle persone in condizione di povertà possono contribuire a rendere significativa l’esperienza, secondo modalità e intensità differenti. Il report stesso invita a considerare questa varietà. Le relazioni con gli ospiti, per esempio, risultano talvolta profonde, mentre in altri casi il contesto operativo ha consentito interazioni più limitate. Alcuni partecipanti hanno indicato tra i possibili miglioramenti proprio la possibilità di avere maggiori occasioni di relazione, insieme a una migliore organizzazione dei compiti e a una maggiore diversificazione delle attività.
Questo aspetto rende l’esperienza ancora più interessante, perché sposta l’attenzione dall’idea di un incontro eccezionale alla qualità complessiva del contesto. Ciò che una persona vive alle Cep è fatto di molti elementi insieme: il lavoro concreto, il rapporto con gli operatori, la collaborazione con i volontari, gli incontri possibili con gli ospiti, il sentirsi utili, il modo in cui vengono affidati i compiti, le conversazioni che nascono durante le giornate.
Il valore educativo, quando emerge, sembra quindi costruirsi dentro questa trama ordinaria.
In alcune testimonianze raccolte compare proprio il tema del riconoscimento. Un partecipante scrive: “Mi sono sentito come se facessi parte della famiglia”. È la voce di una singola persona, che restituisce una delle possibili esperienze vissute durante il percorso e rende particolarmente evidente la distanza tra il punto di partenza e ciò che, in alcuni casi, può essere sperimentato alla fine.
Essere tenuti a stare in un luogo e sentirsi parte di quel luogo sono due esperienze molto diverse.
Tra queste due condizioni esiste uno spazio nel quale il significato personale dell’esperienza può svilupparsi anche oltre le finalità e le condizioni stabilite dalla misura. È lo spazio in cui una persona attribuisce un significato a ciò che sta vivendo.
Da questo punto di vista, il dato sul 79% acquista una forma più precisa. Registra un’intenzione espressa al termine del percorso e mostra che, per molti partecipanti, si è aperta almeno la possibilità di immaginare un rapporto diverso con quel luogo, legato anche a una disponibilità personale che va oltre la prescrizione iniziale.
Forse è proprio questa possibilità a meritare attenzione.
Una misura prescritta contiene necessariamente un elemento di vincolo. Ma dentro quel vincolo può ancora esistere uno spazio di appropriazione personale. Una persona può iniziare a riconoscere il valore di ciò che sta facendo, costruire relazioni inattese, conoscere una realtà diversa da quella immaginata e attribuire al proprio tempo un significato che all’inizio non aveva scelto.
Questo passaggio riguarda anche il modo in cui vengono costruiti i contesti nei quali le misure vengono svolte. Quando il luogo viene vissuto soltanto come lo spazio materiale nel quale completare un certo numero di ore, l’esperienza tende a coincidere con il suo adempimento. Quando invece la persona viene progressivamente coinvolta, riconosciuta e inserita dentro relazioni e attività che possiedono un significato comprensibile, può aprirsi una possibilità ulteriore.
È una possibilità che dipende da molti fattori, dalle caratteristiche della persona alla qualità del contesto, e che può assumere forme differenti. È uno spazio che può essere costruito.
Ed è forse qui che le attività svolte alle Cucine Economiche Popolari suggeriscono una riflessione più ampia. La libertà può esprimersi anche nel modo in cui una persona riesce a stare dentro una situazione che si trova ad attraversare, a leggerla, ad attribuirle un significato e, eventualmente, a scegliere che cosa farne dopo.
Tra il “devo” iniziale e il possibile “vorrei” finale esiste un’esperienza. E la qualità di quell’esperienza può fare la differenza.
Forse il dato più interessante raccolto dal report sta proprio nel mostrare che, anche dentro un percorso prescritto, può aprirsi uno spazio in cui ciò che inizialmente appartiene soltanto all’obbligo comincia a essere riconosciuto come qualcosa di proprio.
Il report completo da cui nasce questa riflessione è disponibile qui: https://cucineeconomichepopolari.it/wp-content/uploads/2026/07/Attivita-riparative.pdf
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