Molti hanno visto o vedranno “Naza”, il film documentario diretto da Yuval Abraham e Rachel Szor, che ricostruisce – attraverso una serie di interviste a miltari israeliani direttamente coinvolti nelle operazioni belliche – i sistemi, le procedure, l’identificazione e la valutazione degli obiettivi degli attacchi lanciati sulla Striscia negli ultimi tre anni. Fonti principali: le inchieste giornalistiche pubblicate da +972 Magazine, The Guardian e Local Call. Nulla di nuovo, quindi, per chi le ha lette. Eppure è un film tanto quieto nelle apparenze, quanto terrificante nei contenuti. Perché?
Partiamo dalla parola scelta come titolo: “naza”. Si tratta di un acronimo in uso tra i militari israeliani per riferirsi ai civili uccisi a Gaza, le cosiddette “vittime collaterali”. L’assonanza con altre parole – come Nazi e Nazismo, per esempio – credo che non sia stata affatto ricercata, in origine; e probabilmente nemmeno considerata come possibile chiave diacritica. Eppure – dopo aver visto il film e ascoltato quelle parole – tale analogia acquista un valore semantico e risuona nelle nostre teste come una campana che spande i suoi gravi rintocchi tutto intorno. C’è più di un motivo per affermarlo.
Che cosa si vede sullo schermo?
Una sequenza di lunghe chiacchierate tra un intervistatore e alcuni testimoni diretti – tutti militari israeliani – che si svolgono su una terrazza, sotto il cielo notturno di Tel Aviv. Sullo sfondo: le finestre illuminate degli edifici attraverso le quali si svolge la vita quotidiana dei cittadini della capitale israeliana. Ogni tanto un allarme aereo ne turba la quiete. E poi, qui e là, vediamo anche qualche inserto che documenta gli effetti delle bombe di cui si parla: le vittime, le macerie, la distruzione di Gaza. Nessuna indulgenza grandguignolesca.
«La mia era un’unità d’Elite. Individuavamo i palazzi da far saltare in aria con tutte le famiglie che ci stavano dentro. Abbiamo distrutto interi quartieri. Abbiamo distrutto tutto il Nord della striscia perché non dovevano restare in piedi case alle quali tornare. Abbiamo dato fuoco ai ricordi, alle foto, ai libri, a tutto. Riempivamo le case di gas e davamo fuoco, oppure radunavamo i cuscini al centro del salone e davamo fuoco a quelli: la lana brucia bene, in un attimo andava a fuoco tutto l’appartamento. Era un’unità composta da giovani di sinistra, la mia. Ragazzi dell’alta borghesia di Tel Aviv. Noi non odiamo gli arabi. Lo facevamo perché andava fatto».
«Stavamo bene. Eravamo contenti. Era divertente», spiegano i soldati.
«In che senso? Uccidere era divertente? Anche i bambini? Anche se erano disarmati? Intere famiglie?»
«C’era uno psicologo. Volendo, potevamo andarci. Non ci andavamo perché stavamo bene».
«Era divertente. Era come un videogame».
«C’era l’unità che combatteva contro il terrorismo e quella che combatteva contro la pace», racconta uno.
«Io l’ho chiesto al mio ufficiale: “Cosa ne pensi di quello che stiamo facendo qui?” E lui mi ha detto: “Che è giusto”. “Dici?” “Tu devi solo fidarti del sistema“».
«Io sono andato in Polonia a visitare i campi di concentramento e continuo a credere a credere che i nazisti fossero nazisti», dice un soldato che racconta di aver ammazzato centinaia di civili disarmati.
«Solo, mi domando cosa sono io».
Nella parole che ascoltiamo, avvolte dal protettivo manto della notte, c’è tutto l’orrore dello sterminio del popolo palestinese messo in atto dagli israeliani con un’organizzazione efficiente, pensata e messa in pratica per suddividere in tanti “piccoli” compiti l’intero processo di annichilimento. Ed è proprio questa burocratica organizzazione che rende fin troppo ovvia l’analogia con quella “banalità del male” che Hannah Arendt scelse per descrivere la mentalità e la personalità di Adolph Eichmann, processato e impiccato nel 1962, a Gerusalemme, per crimini contro l’umanità perpetrati “sul corpo del popolo ebraico”.
Banale la figura mostruosa di Eichmann, così come banalizzanti le parole utilizzate dai soldati. L’analogia non è politica: è antropologica. E qui sta il pozzo nero nel quale “Naza” ci ha buttato.
Perché non basta storicizzare, assimilare, ricordare, distinguere. Qui non è in discussione la posizione degli intellettuali, le diatribe tra giornalisti, le loro discriminazioni, le variazioni sul tema, le raffinatezze epistemologiche, le sottigliezze. Qui c’è in ballo l’umanità: come corpo collettivo e come psiche collettiva.
“Naza” non è un film sull’Olocausto degli ebrei. Non è un film sull’Olocausto dei palestinesi. “Naza” è un film su di noi.
Sulla nostra impotenza. Sulla nostra indifferenza. Sulla nostra mancanza di coraggio. Sulla nostra svogliatezza. Sulla nostra capacità di girarci sempre dall’altra parte, magari arrivando a dire che – tra le vittime – quello se l’è cercata, quell’altra ha meritato la morte, l’altro ancora ha finalmente smesso di minacciarci…
Vi ricordate de “La zona d’interesse”, il film di Jonathan Glazer uscito nel 2023, che descriveva la vita di Rudolf Höss, l’ufficiale delle SS al comando del campo di concentramento di Auschwitz, e della sua bella e numerosa famiglia? Vi ricordate quanto giudicammo, tutti, stridente la loro quotidianità, vissuta per anni a pochi metri dalle mura del campo, dalle grida soffocate, dalla violenza istituzionalizzata di Auschwitz?
Ecco il punto. Noi – io, almeno – conoscevo i contenuti delle rivelazioni rilasciate dai soldati sui tetti di Tel Aviv ad Abraham e Szor: le avevo già lette. Le conoscevo, quindi sapevo. So. Ma a che cosa m’è servita quella conoscenza? A che cosa mi ha spinto quella consapevolezza? A condannare la strage, certo. A condividere e scrivere molti post sui social media, sicuro. A partecipare a manifestazioni, dibattiti, incontri. A solidarizzare con la Global Sumud Flotilla, come no? A sottolineare la parola “genocidio”, anche in faccia a chi ne negava l’appropriatezza.
Tutto giusto, tutto vero. Ma è dovuto uscire “Naza” per mostrarmi – e farmi capire amaramente – che dietro alle finestre dei grattacieli di Tel Aviv, immersi nella vita quotidiana e indifferenti a quanto capita nel mondo, non ci sono solo i cittadini israeliani. Ci siamo noi, ci sono stato io.
Non siamo colpevoli. Non abbiamo eseguito ordini superiori. Non dobbiamo giustificarci. Ma dobbiamo essere consapevoli – questa è la mia idea, oggi – di essere anche noi parte del delicato e studiatissimo meccanismo ideato per frammentare operatività e responsabilità tra i soldati d’Israele. Anche noi, infatti, siamo parte della mega-macchina della persuasione. Anche noi interpretiamo una parte sul palcoscenico dell’eterna banalità del male.
Ed è ora che la conoscenza, che pure ci vantiamo di avere o (addirittura!) di possedere, si trasformi in coscienza, in una coscienza morale che serva finalmente a qualcosa, distillando pensieri e sentimenti in una forma politica.
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Stefano Lamorgese (Roma, 1966) è un giornalista di formazione umanistica. Alla Rai dal 1990, ha lavorato per TG3, Rai International, Rai2 e Rainews24. Dal 2017 fa parte della redazione di Report/Rai3. Ha insegnato linguaggi multimediali e cultura digitale presso le università di Urbino, Ferrara e Perugia. È Vicepresidente dell'Associazione Amici di Roberto Morrione, che promuove dal 2011 il Premio giornalistico omonimo, dedicato agli Under30. Storico per passione, ha pubblicato con NewtonCompton "I signori di Roma" (2015).