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La Cura del Vero

[Breviario economico-finanziario]

Che cos’è la politica monetaria
La politica monetaria è l’insieme delle decisioni attraverso cui una banca centrale interviene sulla quantità e sul costo del denaro. Nell’area euro è affidata alla Banca centrale europea (Bce). Gli strumenti principali sono: i tassi di interesse, le operazioni attraverso cui la banca centrale immette o ritira liquidità, gli acquisti o le vendite di titoli, le condizioni alle quali le banche possono ottenere denaro dalla banca centrale. La politica monetaria influenza direttamente l’economia. Se il denaro costa meno: le banche prestano più facilmente,  famiglie e imprese possono indebitarsi a costi inferiori, aumentano investimenti e consumi. Se il denaro costa di più: il credito è più caro, ci sono meno prestiti, diminuiscono consumi e investimenti, l’economia rallenta. Per questo la politica monetaria non riguarda soltanto banche e mercati. Riguarda nel concreto il mutuo di una famiglia, il prestito di un’impresa, gli investimenti, l’occupazione il costo del debito pubblico. Volpi contesta l’idea che la politica monetaria possa ridursi a un automatismo. Se l’inflazione supera il 2%, non è detto che la risposta debba essere sempre e comunque aumentare i tassi. Bisogna prima chiedersi perché i prezzi stanno aumentando. Se aumentano perché famiglie e imprese consumano troppo, rendere il denaro più costoso può raffreddare la domanda. Ma se aumentano perché è cresciuto il prezzo del gas o dell’energia, alzare i tassi rischia di aggiungere un problema a un altro: alla bolletta più cara si sommano il mutuo e il credito più costosi.

Che cosa sono i tassi di interesse
Il tasso di interesse è, in termini semplici, il prezzo del denaro preso a prestito. Se chiediamo 100 mila euro alla banca per acquistare una casa, dovremo restituire quella somma più gli interessi. Il principio vale anche per imprese e Stati.  Quando la Bce aumenta i propri tassi, ottenere denaro diventa generalmente più costoso per il sistema bancario. Le banche trasferiscono almeno in parte questo maggior costo ai clienti e aumentano i nuovi mutui, alcuni mutui variabili, i prestiti alle imprese, il costo del credito al consumo. Alzare i tassi riduce l’inflazione? Se indebitarsi costa di più, famiglie e imprese tendono a spendere e investire meno e diminuisce la domanda. E una domanda più debole può contribuire a rallentare l’aumento dei prezzi. Ma c’è un costo, perché la stessa operazione può frenare gli investimenti, ridurre i consumi, rallentare la crescita, rendere più difficile finanziare un’impresa, aumentare il costo del debito pubblico. È il nodo sottolineato da Volpi: una medicina monetaria può ridurre l’inflazione ma anche indebolire fortemente il paziente.

Che cos’è il debito pubblico
Il debito pubblico è l’insieme dei debiti accumulati dallo Stato e dalle altre amministrazioni pubbliche. Quando lo Stato spende più di quanto incassa attraverso tasse e altre entrate deve procurarsi le risorse mancanti. Lo fa soprattutto emettendo titoli: Bot (Buoni ordinari del tesoro), Btp (Buoni del tesoro) poliennali), e altri titoli di Stato. Chi li acquista di fatto presta denaro allo Stato. Lo Stato promette di restituirlo a una determinata scadenza pagando un interesse. Va detto che il debito non è in assoluto un’anomalia. Uno Stato non funziona come una famiglia. Ma se un famiglia ha una durata biologica limitata e normalmente deve estinguere i propri debiti, u Stato, invece, continua ad esistere nel tempo e può rifinanziare il debito: quando un titolo scade, può emetterne un altro. Per questo quasi tutti gli Stati hanno un debito pubblico. La domanda, spiega Volpi, non è: “Come possiamo cancellare tutto il debito?” ma “Il debito è sostenibile e per che cosa viene utilizzato?” Il debito infatti può essere utile: consente di finanziare oggi investimenti i cui benefici dureranno molti anni: scuole, ferrovie, messa in sicurezza del territorio, reti idriche, transizione energetica. Insomma se un’infrastruttura sarà utilizzata per cinquant’anni, può essere ragionevole che il suo costo non ricada interamente sui contribuenti di un solo anno. Il problema nasce quando gli interessi diventano troppo elevati, il debito cresce più rapidamente della capacità economica del Paese, serve sempre nuovo debito soltanto per pagare quello precedente, le risorse non finanziano attività utili o produttive. Debito pubblico quindi non significa automaticamente cattiva economia. Conta la sostenibilità, il costo e soprattutto l’utilizzo delle risorse.

Debito pubblico e risparmio
Debito pubblico e risparmio sono due facce della stessa operazione Quando lo Stato emette un Btp, per lo Stato nasce un debito. Ma per chi lo compra nasce al contempo un’attività finanziaria. Cancellare tutto il debito pubblico significherebbe quindi cancellare anche una grande quantità di attività finanziarie di famiglie, banche, assicurazioni, fondi pensione, investitori istituzionali. I titoli di Stato infatti vengono utilizzati come strumenti relativamente sicuri nei portafogli e come garanzie nelle operazioni finanziarie. Un’economia moderna ha quindi bisogno anche di attività considerate affidabili nelle quali collocare parte del risparmio. Il vero problema è evitare un debito troppo costoso, non sostenibile, utilizzato male, dipendente in maniera quasi esclusiva da investitori stranieri, esposto alle oscillazioni della “fiducia” dei mercati. Un debito utilizzato per costruire capacità economica futura può essere uno strumento; un debito che cresce senza creare risorse per sostenerlo può diventare un vincolo.

Perché Volpi propone un debito pubblico europeo
L’Europa possiede molto risparmio privato ma non dispone ancora di un grande titolo pubblico comune paragonabile, per dimensioni e diffusione, ai Treasury americani. Ogni Stato emette prevalentemente il proprio debito: Btp italiani, Bund tedeschi, Oat francesi, ecc. Volpi immagina la possibilità di un debito comune europeo destinato a finanziare progetti individuati in maniera chiara: dissesto idrogeologico, sicurezza sismica, riqualificazione ambientale, infrastrutture, investimenti produttivi. Il risparmiatore acquista un titolo europeo, l’Europa riceve le risorse. Le utilizza per investimenti reali. Il risparmiatore riceve un rendimento. Un titolo comune europeo potrebbe interessare anche investitori esteri, compresi quelli dei Paesi Brics.. Volpi cita in particolare il grande risparmio cinese e si domanda perché almeno una parte degli euro ottenuti attraverso l’avanzo commerciale della Cina verso l’Europa non possa essere reinvestita nel continente attraverso strumenti europei affidabili.

Che cos’è una banca pubblica
Una banca non deve necessariamente essere privata. Una banca pubblica è un intermediario finanziario sul quale lo Stato esercita un controllo determinante e al quale può affidare anche obiettivi di interesse generale. Per Volpi un esempio importante è Cassa depositi e prestiti. Una struttura pubblica può raccogliere risparmio per remunerare chi lo affida, per utilizzare quelle risorse per finanziare investimenti, per indirizzare il capitale verso obiettivi pubblici o produttivi. Per esempio un cittadino potrebbe investire parte del proprio risparmio in uno strumento garantito o sostenuto da una realtà pubblica. Quel denaro potrebbe finanziare un Comune che deve ristrutturare una scuola, sistemare una strada, mettere in sicurezza un territorio ecc. Il risparmio così gestito, a differenza della finanza speculativa, produce sì un rendimento ma nel contempo finanzia un bene reale. Volpi sintetizza così un possibile cambio di paradigma: non eliminare la remunerazione del capitale, ma ricollegarla al miglioramento della vita collettiva.

Cosa significa libertà di circolazione dei capitali
La libertà di movimento dei capitali significa che denaro e investimenti possono essere trasferiti da un Paese a un altro con pochi ostacoli. Un risparmiatore italiano può quindi investire negli Stati Uniti. Un fondo americano può acquistare azioni europee. Un’impresa può spostare capitali da un continente all’altro. Il vantaggio della libera circolazione che  permette al capitale di raggiungere investimenti e imprese anche fuori dai confini nazionali, ha come contraltare il rischio che il risparmio prodotto in un Paese possa abbandonare quell’economia e finanziare attività altrove. Volpi pone quindi una domanda: è sempre positivo che il capitale possa uscire senza condizioni?

Risparmio, investimento e finanziarizzazione
Risparmio: è la parte del reddito che non viene consumata. Investimento: significa utilizzare quel risparmio perché finanzi un’attività e produca un rendimento futuro. Finanziarizzazione: il denaro non viene più indirizzato principalmente verso la produzione di beni e servizi, ma può essere utilizzato in una catena di prodotti il cui obiettivo centrale è generare altro rendimento finanziario. È  ciò che Volpi mette in discussione, non il fatto che il risparmio renda, ma che il rendimento diventi il criterio dominante e si separi sempre di più dall’economia reale.

A che cosa dovrebbe servire una banca
Ci sono persone che hanno risparmi. Ci sono altre persone, imprese o istituzioni che hanno bisogno di denaro. La banca mette in collegamento le due parti: risparmio, banca, credito,  investimento. Con la finanziarizzazione una parte dell’attività bancaria si è progressivamente spostata verso: fondi, polizze, gestione patrimoniale,prodotti finanziari. La questione posta da Volpi è quindi se non sia necessario recuperare in maniera più incisiva la funzione dell’intermediazione: trasformare cioè il risparmio in credito destinato all’economia reale. Una banca territoriale o pubblica potrebbe così diventare anche il luogo in cui il denaro raccolto in una comunità torna a finanziare imprese, enti e investimenti della stessa economia.

Chi decide dove va il denaro?
Politica monetaria, tassi, debito pubblico, banche, risparmio, fondi, movimenti di capitale: possono sembrare questioni riservate agli economisti. In realtà conducono tutte alla stessa domanda: chi decide dove va il denaro? Il problema della finanziarizzazione non è che il denaro venga investito. È capire: chi raccoglie il risparmio, chi decide la sua destinazione, quale rendimento viene richiesto, chi sostiene il rischio, quale attività viene finanziata, quali benefici rimangono nella società che quel risparmio ha prodotto. Questa è la chiave didattica del corso: la finanza è uno strumento, la questione politica, culturale, sociale, economcia è stabilire al servizio di che cosa venga utilizzato. In questa ottica espressioni come “democratizzazione della finanza”, “educazione finanziaria”, “there is no alternative” sono puri slogan che nella loro ambigua immediatezza nascondono un sistema che ha scelto di privilegiare i pochi (sempre più ricchi e potenti) ai tantissimi (sempre più poveri e vulnerabili) aumentando diseguaglianze e ingiustizie

  • Monica Andolfatto

    Componente della giunta esecutiva della Federazione Nazionale Stampa Italiana, dal 2017 è segretaria regionale del Sindacato giornalisti Veneto. Membro del comitato direttivo dei i due corsi di Alta Formazione ‘La passione per la verità e la costruzione di contesti inclusivi’ organizzati con l’Università di Padova e insieme a FNSI, Articolo 21, Sindacato Giornalisti del Veneto. Giornalista con la passione del linguaggio e del suo utilizzo nella pratica quotidiana di chi fa informazione. Impegnata nella difesa dei diritti dentro e fuori le redazioni. È fra le ideatrici e promotrici del Manifesto di Venezia, una delle “carte” di autoregolamentazione della categoria contro la discriminazione di genere e la violenza sulle donne attraverso parole e immagini. Cronista di nera del Gazzettino dal 2004 ha documentato, fra le altre, le inchieste dello scandalo Mose e dell’infiltrazione camorristica nel Veneto orientale. In precedenza libera professionista nei diversi ambiti della comunicazione.

Speciale Finanzocrazia – Scheda di approfondimento
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