Nel giorno in cui l’Università di Losanna le conferisce la laurea honoris causa, la psicologa italiana non celebra una carriera. Lancia una sfida all’università, alla politica e alla ricerca: recuperare il senso autentico dell’orientamento, la sua capacità di sviluppare pensiero critico, prima che algoritmi, finanza e grandi corporation delineino e impongano un unico mondo possibile
Ci sono discorsi che ringraziano. Discorsi che celebrano una carriera. Discorsi che ripercorrono una vita accademica. E poi ci sono quelli che utilizzano un riconoscimento per fare esattamente il contrario: spostare l’attenzione da se stessi al mondo. È quello che accade lo scorso 28 maggio, nell’aula magna dell’Università di Losanna quando Laura Nota riceve il dottorato honoris causa e tiene la sua lectio magistralis, catturando e catalizzando l’attenzione dei circa trecento presenti al Dies Academicus dell’ateneo svizzero. La psicologa dell’Università di Padova avrebbe potuto raccontare vent’anni di ricerca internazionale, i progetti europei, la nascita del movimento del Life Design, gli studi sull’inclusione che l’hanno resa una delle figure più autorevoli della psicologia dell’orientamento. Lo fa, ma soltanto per pochi minuti, ringraziando il collettivo che l’ha supportata e di cui fa parte, in primis l’amico e docente Salvatore Soresi, la squadra del Dipartimento FISPPA e quella de La Cura del Vero, progetto in-formativo da cui nasce la testata giornalistica interdisciplinare che ospita questo articolo. Poi cambia completamente registro. E pone una domanda che, apparentemente, ha poco a che fare con l’orientamento professionale e che punta dritto al cuore di una delle grandi questioni del nostro tempo, sottaciuta, evitata, omessa dolosamente: chi sta immaginando il nostro futuro?
Se il futuro è già stato deciso
Ogni anno vengono pubblicati decine di rapporti sul futuro. Ci spiegano quali professioni nasceranno. Quali scompariranno. Quali competenze dovremo acquisire. Come cambieranno le città. Come lavoreremo. Come vivremo accanto all’intelligenza artificiale. Sono testi che leggono governi, imprese, università. E che, indirettamente, finiscono per orientare anche le scelte di milioni di giovani. I quali si chiedono, insieme alle loro famiglie, se ha ancora senso investire in cultura, in studio, in formazione. Laura Nota non mette in discussione la qualità di queste analisi. Contesta qualcosa di più profondo: ovvero l’idea implicita che il futuro sia già scritto e che il nostro compito consista semplicemente nell’adattarci. E se volessimo un altro futuro?
L’università ha smesso di immaginare
Qui arriva la prima provocazione. Per decenni l’università ha rappresentato il luogo nel quale le società elaboravano idee nuove. Oggi, sostiene Nota, rischia di diventare il luogo nel quale si insegna ad adattarsi ai cambiamenti prodotti altrove. È una differenza enorme. Preparare significa seguire. Immaginare significa guidare. La distanza tra questi due verbi racconta forse meglio di qualsiasi statistica la trasformazione che stanno vivendo gli atenei occidentali: sempre più chiamati a produrre competenze, sempre meno incoraggiati a produrre visioni. L’orientamento non è solo scegliere un lavoro. Ed ecco emergere il filo rosso che attraversa tutta la ricerca di Laura Nota. Per oltre un secolo l’orientamento ha cercato di rispondere a un quesito relativamente semplice: qual è il lavoro più adatto a questa persona? Tale interrogativo non basta più, perché il lavoro stesso sta cambiando. Cambiano le professioni, cambiano le tecnologie, cambiano le organizzazioni, cambiano perfino i significati attribuiti al lavoro. Continuare a orientare come se nulla fosse accaduto significa limitarsi a insegnare alle persone come adattarsi, come conformarsi a un sistema già definito. E se quel sistema produce disuguaglianze, precarietà e crisi ambientale, adattarsi non può più essere, non deve essere l’unica risposta. È qui che Laura Nota compie un passaggio teorico destinato probabilmente a lasciare il segno: l’orientamento serve a scegliere e a costruire il mondo nel quale vogliamo vivere. In tale contesto l”orientamento prende forma e si nobilita come esercizio di democrazia.
Il nuovo analfabetismo
La parte più sorprendente della lectio non riguarda l’intelligenza artificiale che pure viene affrontata senza letture entusiastiche né catastrofistiche. Riguarda altresì parole antichissime, espressioni date per scontate, abusate, consumate: giustizia, libertà, appunto democrazia.
Che cos’è la giustizia sociale? Che cos’è la libertà? A rispondere sono studenti universitari coinvolti in una traiettoria di ricerca impostata da Laura Nota e dal suo team. L’esito racconta qualcosa di inatteso. Molti studenti non riescono più a definire questi vocaboli. Oppure li riducono a una sola dimensione. La giustizia coincide con il merito. La libertà coincide con la possibilità di fare ciò che si vuole. Come se secoli di filosofia, diritto, economia e pensiero politico fossero stati compressi in pochi slogan. È qui che compare un’idea potentissima: forse il vero analfabetismo del XXI secolo non riguarda le competenze digitali, bensì i concetti fondamentali della convivenza democratica. Nota, richiamando gli studi sull’agnotologia, cita la “fabbrica dell’ignoranza” alimentata da disinformazione, fake news, discorsi di odio, narrazioni semplificate o peggio manipolate. Se non conosciamo più le diverse idee di libertà, di uguaglianza o di giustizia, se non riusciamo più a decriptare la complessità dei fenomeni, diventa impossibile immaginare società differenti. Le parole si restringono. E con loro si restringe anche il futuro che si pone e si impone come unidimensionale e, appunto, già scritto da altri.
L’immaginazione come competenza democratica
Ed ecco la seconda provocazione. Il perno su cui Nota fa ruotare l’intera lectio, dichiarando apertamente la sua scelta di campo, è il verbo immaginare: non nel senso della fantasia, ma nel suo senso politico. Immaginare significa riuscire a concepire possibilità che il presente tende a nascondere o vuole nascondere. È il contrario del celebre slogan neoliberista che dagli anni Ottanta accompagna il dibattito economico – e non solo – occidentale: There is no alternative, Non esistono alternative. Laura Nota ribalta questa impostazione. L’università, sostiene, dovrebbe diventare il luogo dove le alternative vengono cercate, discusse, argomentate, costruite, sperimentate. E non perché siano necessariamente migliori. Ma perché senza alternative non esiste democrazia: esiste soltanto adattamento, appiattimento, schiacciamento individuale e sociale.
La lezione più politica
La parola “politica” non compare quasi mai nella relazione di Nota. Eppure questa è, probabilmente, una delle lezioni più politiche che una psicologa possa tenere oggi. Non perché proponga un programma. Ma perché rimette al centro una domanda che la ricerca sembra avere progressivamente abbandonato: a quale idea di società stiamo preparando le persone? L’università non può essere neutrale davanti all’aumento delle disuguaglianze, alla crisi climatica, alla precarizzazione del lavoro, alla riduzione degli spazi democratici. Essere neutrali, in questi casi, significa accettare il mondo così com’è, abdicare in maniera pilatesca al ruolo, al compito dell’insegnare, dell’istruire, del formare. Per questo Laura Nota conclude, in maniera volutamente spiazzante, dichiarando da che parte stare e da che parte sta lei: dalla parte di una giustizia sociale trasformativa, di una libertà che non sia soltanto individuale, ma anche sociale ed ecologica, di una inclusione che non riguardi solo gli esseri umani ma tutte le forme di vita, di una economia che non è finanziarizzazione, di una democrazia capace di attraversare il lavoro, la scuola, la ricerca. Dalla parte della pace.
Dalla lectio al manifesto
Alla fine ci si accorge che il titolo della relazione conteneva già tutto: The imagination of futures between pluralistic and complex visions of social justice, freedom, and inclusion. Non “il futuro”, bensì i futuri, al plurale. È forse questa la differenza più profonda rispetto alle narrazioni dominanti. Le grandi piattaforme tecnologiche, i mercati finanziari, persino molti rapporti internazionali parlano di un solo futuro. Laura Nota, invece, restituisce all’università la sua funzione più autentica: ricordarci che il futuro non è un destino, che è ancora uno spazio di possibilità all’interno del quale e oltre il quale l’individuo e la società possono trovare una dimensione che vada oltre l’homo aeconomicus e l‘homo adaptus e contribuisca a percorrere il sentiero che porta, costruendolo e rivalutandolo, all‘homo solidaris all’insegna della partecipazione, della condivisione, della piena assunzione di responsabilità verso se stessi, gli altri, l’ambiente che ci circonda e ci accoglie.
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Componente della giunta esecutiva della Federazione Nazionale Stampa Italiana, dal 2017 è segretaria regionale del Sindacato giornalisti Veneto. Membro del comitato direttivo dei i due corsi di Alta Formazione ‘La passione per la verità e la costruzione di contesti inclusivi’ organizzati con l’Università di Padova e insieme a FNSI, Articolo 21, Sindacato Giornalisti del Veneto. Giornalista con la passione del linguaggio e del suo utilizzo nella pratica quotidiana di chi fa informazione. Impegnata nella difesa dei diritti dentro e fuori le redazioni. È fra le ideatrici e promotrici del Manifesto di Venezia, una delle “carte” di autoregolamentazione della categoria contro la discriminazione di genere e la violenza sulle donne attraverso parole e immagini. Cronista di nera del Gazzettino dal 2004 ha documentato, fra le altre, le inchieste dello scandalo Mose e dell’infiltrazione camorristica nel Veneto orientale. In precedenza libera professionista nei diversi ambiti della comunicazione.