Cronaca del Seminario Online dell’11 Marzo 2026.
In un tempo segnato da crisi multiple, guerre, impoverimento del dibattito pubblico e crescente sfiducia nelle istituzioni, parlare di democrazia non significa più evocare una condizione acquisita, ma interrogarsi sulle forme concrete della sua sopravvivenza. È da questa consapevolezza che ha preso forma il seminario dedicato al rapporto tra democrazia, informazione, Costituzione, partecipazione e futuro, proposta dalla nostra testata La Cura del Vero e dal Laboratorio Larios dell’Università di Padova, seguita on line lo scorso mercoledì da una settantina di persone
Studiosi e giornalisti impegnati sul terreno della cultura democratica hanno offerto una lettura ampia e insieme rigorosa di alcune delle trasformazioni più profonde del presente: il regresso democratico, la crisi dell’immaginazione collettiva, la manipolazione dell’informazione, l’indebolimento dei corpi intermedi, l’erosione dei contrappesi costituzionali.
Ne è emerso un quadro severo, a tratti allarmante, ma non rinunciatario: una chiamata alla vigilanza civile e alla responsabilità culturale.
Il regresso democratico e i paradossi del presente
L’intervento introduttivo, a cura della professoressa Laura Nota, docente di psicologia all’Università di Padova, ha posto al centro una constatazione ormai ricorrente nella più recente letteratura delle scienze sociali: viviamo in un mondo che parla insistentemente di libertà, inclusione e giustizia sociale, mentre sotto i nostri occhi crescono disuguaglianze, barriere e tendenze autoritarie.
I dati più recenti sullo stato della democrazia richiamati descrivono un progressivo deterioramento degli indicatori democratici a livello globale. Anche paesi ritenuti consolidati sul piano delle libertà politiche e civili compaiono oggi tra quelli da osservare con attenzione: Italia e Stati Uniti compresi. Il tema non è più soltanto la fragilità delle democrazie giovani o instabili: riguarda direttamente le società occidentali.
Tre linee di riflessione riportate: la prima riguarda il nesso tra democrazia e informazione. La sovrabbondanza informativa che caratterizza il nostro tempo non produce automaticamente maggiore consapevolezza. Al contrario, la massa disordinata di contenuti, l’abbassamento della qualità informativa e la circolazione sistematica di falsità rendono più difficile distinguere il vero dal falso, il rilevante dal rumore. In un simile contesto, la cittadinanza democratica si indebolisce.
La seconda riflessione concerne il comportamento dei vincitori. Se per molto tempo l’attenzione si è concentrata sulla capacità di chi perde di accettare il risultato delle elezioni, oggi cresce la consapevolezza che una minaccia decisiva alla stabilità democratica possa venire proprio da chi vince: e cioè quando il potere, una volta conquistato, viene esercitato senza moderazione e senza rispetto delle regole del gioco democratico.
Il terzo asse teorico affrontato è quello della cosiddetta cattura delle élite: il processo attraverso cui gruppi ristretti, forti del proprio potere economico, tecnologico, finanziario o politico, orientano istituzioni e risorse a proprio vantaggio, sottraendo spazio ai bisogni reali della maggioranza. Sanità accessibile, diritti del lavoro, giustizia fiscale, transizione ecologica, regolazione dei grandi poteri economici: temi sentiti dai cittadini, ma spesso espulsi dalle agende pubbliche.
La riflessione conclusiva di Nota è stata netta: la democrazia non si difende da sola. Richiede cultura, luoghi di approfondimento, pratica del dissenso, esercizio critico.
La crisi dell’immaginazione collettiva
A raccogliere e rilanciare questa sfida è stato Salvatore Soresi, professore ordinario dell’Università di Padova, da anni impegnato sui temi dell’inclusione, dell’orientamento e della giustizia sociale, fondatore della Società italiana per l’orientamento (Sio)
Il suo intervento ha insistito su un punto decisivo: molte parole fondamentali del lessico civile – inclusione, partecipazione, sviluppo, dignità, rispetto – rischiano oggi di essere svuotate dalla ripetizione, consumate da un uso inflazionato che ne attenua la portata trasformativa, usurate.
Per Soresi, il nodo che tiene insieme questi concetti è l’immaginazione. Non una fantasia evasiva, ma una facoltà politica e culturale essenziale, capace di aprire il campo delle possibilità e di opporsi alla rassegnazione. In questa prospettiva, la Costituzione stessa può essere letta come una forma di immaginazione istituzionalizzata: una tensione progettuale affidata alle generazioni future.
Il docente ha richiamato il pensiero di Robert Proctor, che ha studiato la produzione deliberata dell’ignoranza, e di Roberto Mangabeira Unger, teorico della plasticità istituzionale e critico di ogni visione che consideri l’assetto sociale esistente come naturale e inevitabile. Da entrambi, Soresi ha tratto un invito a smascherare l’ambiguità del presente e a rilanciare un’immaginazione concreta, capace di tradursi in azioni, pratiche, istituzioni.
Il suo contributo ha avuto anche un forte risvolto educativo e generazionale: l’urgenza di restituire ai giovani, soprattutto a quelli più marginalizzati, il diritto di immaginare futuri di qualità.
La Costituzione come lingua della chiarezza
Il giornalista Stefano Lamorgese, firma di Report e da anni attento al rapporto tra linguaggio, media e cittadinanza, ha proposto una lettura linguistica della Costituzione italiana.
Partendo dagli studi di Tullio De Mauro, Lamorgese ha ricordato che la Carta costituzionale è un testo straordinariamente sobrio, nitido, accessibile. Non un tecnicismo per addetti ai lavori, ma un documento costruito per essere compreso da tutti in un’Italia ancora segnata dall’analfabetismo e dalla povertà educativa.
La semplicità della “lingua costituzionale” non è povertà espressiva, ma precisione democratica. Lo si vede in scelte lessicali decisive, come il verbo “ripudia” riferito alla guerra, o nell’espressione “è compito della Repubblica”, che assegna alle istituzioni un mandato attivo nella rimozione delle disuguaglianze.
Lamorgese ha mostrato come il testo costituzionale custodisca non solo principi giuridici, ma una visione del rapporto tra parola pubblica e cittadinanza: la legge fondamentale parla chiaro perché deve parlare a tutti. Di qui un richiamo al bisogno di luce, semplicità e chiarezza, contro l’opacità di un discorso pubblico sempre più esposto a deformazioni, slogan e semplificazioni interessate.
Referendum, equilibrio dei poteri e memoria repubblicana
Il dialogo tra Roberto Reale, giornalista e studioso dei rapporti tra media, tecnologia e democrazia, e Benedetta Tobagi, storica e scrittrice, ha portato la discussione sul terreno del presente politico-istituzionale, intrecciando analisi storica, riflessione civile e allarme democratico, a una settimana dalla chiamata alle urne referendaria sulle modifica costituzionale in tema di giustizia, la cosiddetta riforma Meloni-Nordio.
Reale ha collocato il tema del referendum e delle riforme costituzionali in una cornice più ampia: quella di una progressiva tendenza, negli ultimi decenni, a modificare la Carta fondamentale non come luogo di convergenza larga, ma come oggetto di iniziativa unilaterale da parte degli esecutivi.
Tobagi ha raccolto questa sollecitazione con un intervento molto netto. A suo giudizio, le modifiche in governative (non parlamentari) in discussione, incidono in profondità sull’equilibrio dei poteri, toccando uno dei pilastri della democrazia costituzionale: l’autonomia e l’indipendenza della magistratura.
La storica ha insistito non solo sul merito, ma sul metodo. Per la prima volta, ha osservato, una riforma costituzionale così delicata viene imposta a partire da un’iniziativa governativa blindata, senza quella ricerca di condivisione larga che i costituenti avevano invece voluto incorporare nella procedura di revisione costituzionale.
La discussione si è poi soffermata sul significato storico del referendum. Tobagi ha ricordato che la Repubblica nasce da un referendum, e che proprio in quel momento fondativo si esprime un principio essenziale: in passaggi decisivi, la sovranità popolare deve potersi manifestare direttamente. Ma ha anche sottolineato come i referendum costituzionali, proprio perché privi di quorum, richiedano una forte partecipazione consapevole: ogni voto pesa, ogni cittadino è chiamato a una responsabilità più alta.
Nel corso del confronto, Tobagi ha più volte richiamato il nesso tra memoria repubblicana, antifascismo e difesa concreta delle garanzie costituzionali, insistendo sul fatto che la Costituzione non è solo un testo da venerare, ma un sistema vivo di equilibri da comprendere e custodire.
La Costituzione non limita la democrazia, la rende possibile
A chiudere il seminario è stato Filippo Pizzolato, professore ordinario di diritto pubblico all’Università di Padova.
Pizzolato ha proposto una tesi centrale: la crisi attuale nasce anche da una crescente insofferenza verso la dimensione costituzionale della democrazia. Si fa strada l’idea che il solo circuito davvero democratico sia quello della maggioranza che vince e del capo che governa, mentre tutti i poteri di garanzia – magistratura, Corte costituzionale, organismi indipendenti – vengono rappresentati come intralci o anomalie.
Questa impostazione, secondo il costituzionalista, tradisce il cuore della nostra Carta. La Costituzione italiana non oppone limiti esterni alla democrazia: costruisce le forme attraverso cui il popolo può davvero esprimersi senza che una sua parte si identifichi arbitrariamente con il tutto.
È qui che Pizzolato ha offerto una delle riflessioni più significative dell’intero incontro: il popolo della Costituzione non è un blocco omogeneo, ma una realtà plurale. Lo mostrano i principi fondamentali, che riconoscono formazioni sociali, autonomie, minoranze, pluralismo religioso e culturale. Per questo la sovranità popolare si esercita “nelle forme” della Costituzione, cioè in una pluralità di istituzioni e di mediazioni che impediscono ogni appropriazione esclusiva del potere.
Da questa prospettiva, la magistratura e gli altri poteri di garanzia non sono ostacoli alla volontà popolare: sono strumenti che impediscono a una maggioranza contingente di presentarsi come incarnazione totale del popolo.
Pizzolato ha infine messo in guardia da un rischio ulteriore: quello di opporsi alle derive autoritarie limitandosi a difendere assetti istituzionali svuotati. La risposta, ha detto, non può essere una conservazione passiva. Occorre invece rilanciare la dimensione partecipativa, sociale e trasformativa della democrazia costituzionale, perché la Repubblica italiana è fondata sul lavoro e non sul voto.
Uno spazio di resistenza culturale
Le tesi conclusive svolte da Nota e Reale hanno restituito il senso profondo dell’iniziativa. La Costituzione è stata evocata come un “diamante” consegnato dalle generazioni che hanno conosciuto guerra, dittatura, Resistenza e ricostruzione. Un bene prezioso, ma non inerte. Un’eredità che vive soltanto se viene compresa, discussa, praticata.
In questo senso, il seminario non è stato soltanto un momento di analisi, ma anche un esercizio di resistenza culturale. Ha mostrato che è ancora possibile costruire spazi di pensiero non superficiali, capaci di tenere insieme rigore scientifico, memoria storica, sensibilità civile e tensione progettuale.
Nel tempo delle accelerazioni digitali, delle semplificazioni ideologiche e delle paure collettive, forse è proprio questo uno dei compiti più urgenti: restituire alla democrazia il suo spessore culturale, la sua grammatica costituzionale, il suo orizzonte di futuro.
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Componente della giunta esecutiva della Federazione Nazionale Stampa Italiana, dal 2017 è segretaria regionale del Sindacato giornalisti Veneto. Membro del comitato direttivo dei i due corsi di Alta Formazione ‘La passione per la verità e la costruzione di contesti inclusivi’ organizzati con l’Università di Padova e insieme a FNSI, Articolo 21, Sindacato Giornalisti del Veneto. Giornalista con la passione del linguaggio e del suo utilizzo nella pratica quotidiana di chi fa informazione. Impegnata nella difesa dei diritti dentro e fuori le redazioni. È fra le ideatrici e promotrici del Manifesto di Venezia, una delle “carte” di autoregolamentazione della categoria contro la discriminazione di genere e la violenza sulle donne attraverso parole e immagini. Cronista di nera del Gazzettino dal 2004 ha documentato, fra le altre, le inchieste dello scandalo Mose e dell’infiltrazione camorristica nel Veneto orientale. In precedenza libera professionista nei diversi ambiti della comunicazione.