Il potere politico, proprio nel cuore dell’impero occidentale, vuole mettere sotto controllo le fonti di conoscenza autonome e indipendenti. Come se ne esce? La fondamentale importanza di una “postura antiautoritaria” da parte di chi si occupa di scienza o meglio dei saperi scientifici
Si può riassumere in modo comprensibile un tema complesso? La questione mi ha “tormentato” per anni nell’ambito di attività didattiche universitarie dedicate proprio alla “comunicazione delle scienze”. Occupandomi prevalentemente di televisione, avevo poi una complicazione in più: quella di dover ragionare sull’uso delle immagini e di un linguaggio sintetico inevitabilmente soggetto alle logiche dell’intrattenimento e della “società dello spettacolo”. Un autentico labirinto, insomma. Ho cercato di cavarmela basandomi su un paio di “principi guida”. Il primo è quello del rigore: se vuoi parlare di un argomento difficile devi prima averlo studiato e capito. In secondo luogo, devi avere una grande capacità di fare sintesi, di andare al punto. “Ci sono titoli e sommari fatti bene e altri fuorvianti” dicevo spesso precisando che conta pure l’abilità nello scegliere fonti “certificate”, attendibili.
Su questi “consigli operativi” non ho certo cambiato idea. Solo che, nel frattempo, sono accadute una infinità di cose. Metterei al primo posto l’enorme proliferazione dei messaggi legata alla diffusione del Web e al “trionfo” dello smartphone come strumento di comunicazione. Oggi in Italia lo possiede il 90% circa della popolazione. È un “apparecchio” che siamo di fatto costretti a usare per scambiare informazioni e per fruire dei servizi pubblici. In parallelo è avvenuta una “rivoluzione antropologica”. Gli schermi piccoli vanno benissimo per le interazioni social, i filmati o le battute a forte impatto emotivo, molto meno per i ragionamenti approfonditi. Qualcuno ha parlato di “fine della lettura”, io trovo queste generalizzazioni esagerate anche se ritengo che, particolarmente in Italia, la questione della corretta comprensione dei testi scritti si ponga. Se passi molte ore della tua giornata a sfogliare le applicazioni dove trovi poi il tempo per leggere e studiare?
Il dominio degli smartphone connesso all’apoteosi dell’era digitale (a proposito, quanti sanno perché usiamo questo termine?) e alla onnipresenza di internet, non si è però verificato nel “vuoto sociale”. Contemporaneamente la storia dell’umanità è andata avanti: basti pensare alla globalizzazione e al neoliberismo, alla crisi ambientale o a quella pandemica, agli eventi bellici che ci flagellano, alle tensioni interne e internazionali. Qui è impossibile ricordare tutto, ma quello che mi preme è un concetto: non si può fare un discorso serio sulla comunicazione senza dare al tema un contesto, senza pensare sia ai mezzi e alle tecnologie usate che ai cambiamenti storico economici in atto.
Come si sarà capito il mio approccio è profondamente trans-disciplinare, parte dall’idea che l’iper-specialismo ci allontani dalla comprensione dei fenomeni sociali. Di comunicazione parlano tutti, molti la evocano, pochi però la studiano, pochissimi si dotano degli strumenti realmente utili a svolgere un ruolo critico efficace. Partirei da un punto. In senso lato la comunicazione è oggi il campo dove prende forma la nostra sfera pubblica, l’alimento che nutre la democrazia. E non ci sono solo i media da considerare: antropologicamente noi viviamo immersi in rapporti comunicativi con le relazioni che curiamo, i dibattiti che promuoviamo, gli apparati che usiamo a livello personale. Per questo, per capire come muoversi, occorre uno sguardo complessivo che la affronti come fenomeno culturale multiforme.
Torniamo allora alla “trasmissione dei temi difficili” in quest’epoca di enorme moltiplicazione dei messaggi. Ottimi divulgatori operano con successo anche nel nostro paese. È certo che il pubblico li legga o li ascolti con grande piacere. Con le loro promesse, le scienze disegnano, il futuro dell’umanità: hanno un fascino indiscutibile soprattutto quando si parla delle scoperte più rilevanti o delle frontiere che si vanno esplorando. Ma quando scelte e decisioni, basate su presupposti scientifici, toccano la vita quotidiana delle persone la questione cambia tenore, entrano in gioco interessi, potere, stili di vita presenti nella comunità, dilemmi etici. Volutamente ho usato il termine scienze al plurale: sono decisamente perplesso sull’uso della parola scienza al singolare perché comporta il rischio di una sua “sacralizzazione”. Medicina, fisica ed economia sono campi del sapere assolutamente distinti, non vanno mischiati in un unico calderone. Oltretutto, per quanto riguarda le questioni economiche, ritengo siano determinanti il retroterra ideologico e la scuola di appartenenza di chi parla. Se fai della Scienza (con la esse maiuscola) un feticcio, di fatto le fai assumere il ruolo un tempo riservato alla religione. Ed è quasi inevitabile che, prima o poi, spuntino come contrappasso “eretici” e miscredenti, o come si dice oggi “complottisti” di ogni genere.
Farei poi due ulteriori precisazioni. La più semplice è la prima. Anche la comunicazione contemporanea è un prodotto delle tecnoscienze. Quando parliamo di era digitale e di intelligenze artificiali, di chip ultrapotenti di ultima generazione, mica ci riferiamo a un mondo estraneo alla tematica che stiamo trattando. Insomma, qualsiasi “ragionamento scientifico” non può astrarsi dalla riflessione sul rapporto fra umani e tecnologie. Se ce ne dimentichiamo lasciamo agli oligarchi della Silicon Valley, che amano nascondere gli effetti delle loro azioni, un enorme e incontrollato potere.
La seconda questione è più complicata. Consiste nel saper distinguere fra scienziato e esperto. Le due figure sul piano mediatico tendono a sovrapporsi. Eppure, dovremmo essere capaci di cogliere la differenza. Lo scienziato opera nel campo della ricerca, sperimenta, è espressione di un “pensiero critico”, sa che i suoi risultati sono sempre provvisori e sottoposti al giudizio della comunità scientifica. L’esperto invece è chiamato dal sistema politico mediatico a emettere verdetti, a formulare previsioni, a dare indicazioni operative alla popolazione. Talvolta lo fa sbilanciandosi in pronostici che poi si dimostrano fallaci. Pensate ad esempio alle prime settimane della pandemia di Covid 19 quando sul virus circolavano informazioni di ogni tipo (l’Organizzazione Mondiale della Sanità parlava di “infodemia”). Allora gli esperti dovevano distribuire “certezze” che in realtà non avevano, svolgendo una funzione più tecnocratica e politica che scientifica. Appariva evidente poi che non avessero alcuna cognizione di come funzioni il sistema della comunicazione.
E qui arriviamo alla politica perché c’è sempre chi si approfitta delle contraddizioni, del disorientamento e delle inquietudini presenti nella società per concentrare su di sé tutto il potere. In questo 2025 negli Stati Uniti il Presidente Trump ha messo sostanzialmente in “stato d’accusa” il mondo scientifico, tagliando i fondi pubblici alla ricerca, minacciando le Università, riducendo drasticamente il personale degli Enti pubblici che si occupano di salute e ambiente, liquidando i programmi riguardanti l’inclusione e la cooperazione internazionale. Chi da una decina d’anni a questa parte si occupa di disinformazione e della cosiddetta “postverità” non è per nulla stupito. È come se molti nodi, già avvertiti nel 2016, venissero al pettine. Il potere politico, proprio nel cuore dell’impero occidentale, vuole mettere sotto controllo le fonti di conoscenza autonome e indipendenti. D’altronde, se uno prende voti negando il cambiamento climatico, promettendo il ritorno al carbone e all’uso generalizzato del fossile, poi non c’è da stupirsi che voglia chiudere la bocca agli scienziati che spiegano, dati alla mano, che è una strada che porta il pianeta al disastro.
Come se ne esce? Faccio parte di un’associazione che ha dato vita al sito lacuradelvero.it. Si occupa dell’attività di contrasto alla manipolazione promuovendo corsi e pubblicando libri e articoli che rimbalzano pure sulla nostra pagina Web. Nel volume “Aver Cura del Vero” ci ha fatto da guida una fondamentale considerazione rilanciata da Albert Einstein nel 1940 sulla rivista Science. “La ricerca della verità è più preziosa del suo possesso” ricordava il padre della fisica novecentesca nell’ambito di una controversia con altre “menti eccezionali” sui fondamenti della quantistica. Lo scienziato non deve insomma innamorarsi delle proprie tesi ma deve metterle a disposizione della comunità. Una lezione per tutti coloro che hanno atteggiamenti di arroganza e supponenza che fanno solo del male alla migliore scienza. La verità non si possiede, è un punto di riferimento, un obiettivo verso il quale tendere per costruire un progresso autentico e condiviso. Per questo lo “scienziato consapevole è chiamato ad assumere una postura antiautoritaria, a essere “eticamente responsabile” e dunque sempre disponibile a confrontarsi con il pubblico sui fini e le operazioni che stanno alla base delle conclusioni che propone. Altrimenti, magari senza rendersene conto, perde credibilità e lascia campo libero agli autocrati pronti a manipolare la democrazia sfruttando inquietudini e disorientamento presenti nella cittadinanza.
Dalla Rivista Kaleidos Settembre 2025
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Giornalista e scrittore. Caporedattore alla Rai del Veneto, successivamente vicedirettore della Testata Giornalistica Regionale, del Tg3 e di Rainews 24.
Qui ha curato “Scenari l’Inchiesta Web”, settimanale di approfondimento sull’attualità che, per la prima volta in Italia, ha proposto in televisione un lavoro di indagine giornalistica a livello europeo/globale realizzato integralmente sui big data e gli archivi Web.
Studia l’evoluzione tecnologica e i comportamenti dei media e gli effetti concreti che nuovi strumenti digitali hanno sulla società con particolare attenzione ai temi legati a cittadinanza e democrazia. Docente di Comunicazione e componente del Coordinamento Laboratorio La Cura del Vero
Fra le sue Pubblicazioni:
° Non sparate ai giornalisti. Iraq: la guerra che ha cambiato il modo di raccontare la guerra,
Roma, Nutrimenti, 2003.
° Ultime Notizie. Indagine sulla crisi dell’informazione in Occidente. I rischi per la
democrazia , Roma, Nutrimenti, 2005.
° Doppi Giochi. Pechino 2008. Le altre Olimpiadi contro la censura, per i diritti umani,
Trento Edizioni Stella 2008
° L’ecosistema informazione, senza cura per la verità la democrazia muore in AAVV La Passione per la Verità Franco Angeli 2020
° Aver cura del Vero Come informare e far crescere una società inclusiva
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