– Aiutàteme! – è la voce di un uomo, proviene dalla mia sinistra.
È da poco iniziato il mio quotidiano viaggio di ritorno verso casa, dopo una giornata trascorsa in redazione. Me ne sto appoggiato, in piedi, alla parete snodata posta tra due vagoni di un convoglio della “metro A”, che taglia con una linea NordOvest-SudEst la città di Roma. Sono intento nella lettura di un libro, quando quel grido improvviso, in un romanesco rude, mi distoglie e attira tutta la mia attenzione.
– Aiutàteme! – lo sento gridare ancora. Finalmente lo vedo.
Ha poco più di quarant’anni, magro, la barba scura. Indossa una tuta nera molto lisa. È in ginocchio, ai piedi calzini neri, tiene un paio di scarpe sportive strette al corpo con una mano. Con l’altra protende verso i passeggeri un bicchiere di carta.
– Aiutàteme! – grida ancora, mentre, sulle ginocchia, s’avvia lungo lo spazio centrale tra le due file di sedili, zigzagando tra noi, in piedi. Sulle nostre facce c’è tutto il consueto imbarazzo che suscita il vedere un uomo ancora piuttosto giovane così disperato, malmesso, derelitto.
– Che cosa ti è capitato? – gli chiedo quando arriva proprio vicino a me.
– Ho perzo er lavoro… ero ‘n tecnico daa Telecom, me so’ ammalato… m’hanno cacciato via… – non risponde direttamente a me, nemmeno mi guarda, però approfitta della domanda per illustrare meglio al pubblico la sua difficile situazione. Intanto qualcuno gli allunga una moneta: chi un euro, chi più, chi meno.
Accanto a me c’è un ragazzo tarchiato e molto muscoloso che indossa una tuta sportiva della AS Roma, la squadra di calcio cittadina, col lupetto nel logo. Borbotta tra sé e sé, scuote la testa.
– Anvedi questo, oh – dice a bassa voce – e noi votamo ‘a Meloni… semo proprio stronzi! – esprime il suo disappunto occasionale proiettandolo in una dimensione politica nazionale. Mi piace.
Anche una passeggera, seduta di fronte a me, alza gli occhi dalla sua lettura e ci guarda. Annuisce, mi sorride. Sembra volermi dire che è d’accordo. Non so se con me o con il ragazzo della Roma, però partecipa, a suo modo, alla nostra conversazione improvvisata. Poi arriva il colpo di scena.
– Aiutàteme! – continua quello che, sempre in ginocchio, ha percorso un altro paio di metri verso la testa del convoglio – nun so’ no zingaro! So’ uno de voi… nun ci ho ‘na rete sociale… nun posso da’ manco na garanzia pe pijamme na cammera… dormo pe strada ma nun so’ no zingaro! – spiega, accorato.
A quelle parole, colgo l’occasione per mettere in evidenza, con i miei interlocutori, la contraddizione che il mendicante ha fatto esplodere.
– Vedete? – dico – quello chiede l’elemosina e, nel farlo, pretende di distinguersi dagli “zingari”. Lui merita la nostra compassione, loro no. Anche tra i poveri c’è competizione, a questo siamo ridotti…
– Ce mettono l’uno contro l’altro, sti stronzi – commenta il romanista in tuta – anziché piàccela co sti poracci je dovremmo anna’ a rompe er culo, a loro – conclude. La passeggera annuisce ancora più convinta.
Poi arriva la fermata del ragazzo in tuta; quindi quella della giovane lettrice. Infine anche la mia.
Esco all’aria aperta, fa freddo, mi rimetto il cappello.
Anche oggi ho imparato qualcosa.
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Stefano Lamorgese (Roma, 1966) è un giornalista di formazione umanistica. Alla Rai dal 1990, ha lavorato per TG3, Rai International, Rai2 e Rainews24. Dal 2017 fa parte della redazione di Report/Rai3. Ha insegnato linguaggi multimediali e cultura digitale presso le università di Urbino, Ferrara e Perugia. È Vicepresidente dell'Associazione Amici di Roberto Morrione, che promuove dal 2011 il Premio giornalistico omonimo, dedicato agli Under30. Storico per passione, ha pubblicato con NewtonCompton "I signori di Roma" (2015).