Per provare a capire che cosa effettivamente stia accadendo in Libano, gran parte della stampa italiana non è molto utile. Un potente bias ideologico impedisce ai “giornaloni” di onorare la loro principale funzione: scrivere la verità. Per questo leggiamo che “piovono” missili e che c’è un “diluvio” di bombe. Così le parole trasformano gli ordigni israeliani in fenomeni atmosferici, quindi in fatalità. Ce lo ha fatto notare con triste arguzia Roberto Reale, proprio ieri (https://x.com/Reale_Scenari/status/1838470095321862393).
A dimostrazione del fatto che si potrebbe fare molto di più e molto meglio, è bella e utile – oggi su Médiapart (https://www.mediapart.fr/journal/international/250924/meme-les-critiques-du-hezbollah-tiennent-israel-pour-responsable-d-un-demi-siecle-d-agressions) – l’intervista di Joseph Confavreux a Marwan Chahine, giornalista e insegnante franco-libanese, autore di “Beirut, 13 aprile 1975. Autopsia di una scintilla”, appena pubblicato dall’editore parigino Belfond.
Tra ricerca storiografica e inchiesta giornalistica, Chahine ricostruisce gli eventi che condussero il Libano nel baratro della guerra civile, tra il 1975 e il 1990. Un approfondimento che potrebbe sembrare inappropriato oggi, con un nuovo conflitto alle porte e le bombe israeliane che devastano il Sud del paese.
E invece no. Il suo esercizio di memoria e di ricostruzione, benché rivolto al passato, getta una luce vivida e tagliente anche sul presente. Perché la violenza e la paura della guerra sono sempre le stesse, in ogni epoca.
«Sono terrorizzato, anche se non so esattamente tutto quello che sta succedendo ed è difficile contattare le persone più care» risponde Chahine «Sono anche arrabbiato nel vedere la totale impunità con cui Netanyahu può agire in questo modo».
Ecco: la guerra rende difficili le comunicazioni e alza una cortina di fumo quasi impenetrabile sulla realtà. Ma l’arroganza di Netanyahu e la prepotenza del suo esercito non gli sfuggono. E sembra anche di capire quanto sia lontana dalla realtà la propaganda filoisraeliana, tanto diffusa anche in Italia, che descrive i libanesi compatti contro Hezbollah e arcistufi degli islamisti.
Al contrario. Secondo Chehine «anche gli esponenti più critici di Hezbollah ritengono Israele responsabile di mezzo secolo di aggressione continua e ultraviolenta. Non c’è quasi nessuna famiglia che non abbia perso i propri cari in questi attacchi, e non solo i combattenti».
Acuto, infine, il riferimento al passato per interpretare il presente: «Il Libano è un paese politraumatizzato che l’attuale aggressione riporta alla sua storia di violenza» spiega Chahine, che ricorda come le esplosioni dei cercapersone che hanno accecato molti uomini martedì 17 Settembre non sono certo una novità. Ricorda infatti che Bassam Abu Sharif, uno dei principali consiglieri di Yasser Arafat rifugiatosi a Beirut, nel 1972 perse «un un occhio, un orecchio e quattro dita quando aprì un libro con trappole esplosive».
I libri scritti con cura sono belli e utili. Il giornalismo fatto con onestà è necessario. Dovremmo ricordarcene tutti più spesso di quanto facciamo.
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Stefano Lamorgese (Roma, 1966) è un giornalista di formazione umanistica. Alla Rai dal 1990, ha lavorato per TG3, Rai International, Rai2 e Rainews24. Dal 2017 fa parte della redazione di Report/Rai3. Ha insegnato linguaggi multimediali e cultura digitale presso le università di Urbino, Ferrara e Perugia. È Vicepresidente dell'Associazione Amici di Roberto Morrione, che promuove dal 2011 il Premio giornalistico omonimo, dedicato agli Under30. Storico per passione, ha pubblicato con NewtonCompton "I signori di Roma" (2015).