A cura di Barbara Rinaldi
Come ci spiega bene il Professore di Psicologia e Scienze Comportamentali alla London School of Economics, Thomas Curran, nel suo libro “Elogio dell’imperfezione – Come vivere sereni senza essere perfetti” (“The Perfection Trap”, 2023, traduzione italiana a cura di Elisabetta Spediacci): in Occidente viviamo in una società che è intrisa di miti legati al perfezionismo. Tutti noi siamo continuamente stimolati a pensare di dover far meglio, di dover raggiungere a qualsiasi costo la perfezione, senza se e senza ma. Questa tendenza ha degli effetti sulla nostra vita. La nostra società spesso, infatti, si definisce insoddisfatta, infelice e talvolta oppressa da un senso pervasivo di inadeguatezza. Questo, dunque, cosa significa? Che forse di qualcosa siamo consapevoli se ci definiamo in tal modo. Forse… è chiaro a tutti e tutte noi che qualcosa di malato in tutta questa credenza c’è, in fondo. Che forse… non è possibile né a noi né a nessun altro/a essere perfetti/e, perché, sembra banale dirlo, ma la perfezione non esiste. La perfezione non è naturale. Eppure, nonostante questa consapevolezza sia presente in ciascuno/a di noi, è difficile spogliarsi di quest’idea di perfezione; tanto siamo stati/e abituati/e a vivere in una società che ci spingeva e tutt’ora ci spinge verso il suo raggiungimento.
Nel suo libro, Thomas Curran fa un vero e proprio viaggio all’interno del perfezionismo, soffermandosi sugli aspetti più importanti, con l’obiettivo di farci riflettere su questa pungente ed attuale tematica. Il testo è suddiviso in 4 sezioni, la prima tratta di “Cos’è il perfezionismo?”, nella seconda parte, l’autore passa, invece, ad indagare “Quali effetti ha il perfezionismo?”, per muoversi poi, nella terza sezione, ad analizzare “Da dove nasce il perfezionismo?”, per concludere, infine, la quarta parte con la domanda “Come si fa ad abbracciare l’imperfezione nella Repubblica della giusta misura?”. Il concetto di perfezione possiamo dire che ha sempre giocato un ruolo cruciale all’interno delle varie culture ed epoche storiche. Basti pensare alla filosofia greca e alle discussioni intorno al tema della perfezione, vista come uno stato di completezza dell’essere, la famosa kalokagathìa con cui venivano spesso definiti gli eroi delle tragedie greche, caratteristica intesa come perfezione esteriore e morale. Ad esempio, Parmenide parlava di essere perfetto in quanto non suscettibile a trasformazioni ed eterno; d’altro canto, Aristotele definiva, invece, il concetto di perfezione in riferimento all’ente che aveva raggiunto il proprio fine, il proprio scopo (Reale, 2005). Spostandoci nella linea temporale, la nozione di perfezione è stato ripresa, poi, nella religione cristiana, affiancandola alla figura di Dio, definito come essere perfetto, senza eguali. Successivamente, riflessioni di questo tipo sono state fatte anche in tanti altri ambiti e momenti storici, come ad esempio durante il Rinascimento, epoca in cui il concetto di perfezione era per lo più connesso a concetti matematici, geometrici e all’imitazione della natura, aspetto che ha, infatti, avuto un risvolto nella produzione artistica e letteraria dell’epoca, basti pensare all’uomo vitruviano di Leonardo Da Vinci.
A partire da questo breve excursus storico, risulta chiaro che il tema della perfezione, per quanto attuale risulti, ha una storia assai lunga e permea la vita dell’essere umano da molto tempo ormai. Il concetto di perfezionismo è stato poi introdotto nell’ambito della psicologia lo scorso secolo. Curran, nella prima parte del suo libro, per spiegarci meglio questo concetto ci riporta, infatti, l’esempio del modello multidimensionale del perfezionismo di Hewitt e Flett (1991), modello in cui il perfezionismo viene definito come una tendenza continua a sentirsi in difetto, “non abbastanza” e che porta, di conseguenza, gli esseri umani ad agire in modo tale da nascondere le proprie imperfezioni. Nel modello, gli autori distinguono poi in tre principali forme di perfezionismo:
- Autodiretto, ovvero diretto verso se stesso/a, caratterizzato dalla presenza di standard personali eccessivi e da un’autovalutazione critica elevata;
- Eterodiretto, ovvero diretto verso le altre persone, con conseguenti standard irrealistici per gli altri e una valutazione critica di questi;
- Socialmente imposto, ovvero proiettato dall’esterno, idea per cui è l’ambiente che esige la perfezione e, in quest’ottica, si manifesta la necessità di adeguarsi a quanto richiesto dal mondo esterno.
Proprio perché queste tre “forme” di perfezionismo risultano essere estremamente intersecate tra loro, si può parlare di un vero e proprio spettro di perfezionismo, all’interno del quale ciascuno/a di noi, chi più e chi meno, si posiziona e ne subisce l’influenza.
Seguendo, dunque, questa logica risulta fondamentale andare ad indagare quali sono gli effetti del perfezionismo. Per fare questo, l’autore, nella seconda sezione del suo libro, ci riporta una rassegna di studi psicologici e non solo, che vanno ad approfondire ciò. Quello che emerge è che tra le tre dimensioni del perfezionismo, quella che sicuramente è più complessa ed ha un impatto maggiore sulla vita delle persone è quella autodiretta. Da diverse meta-analisi, essa risulta essere correlata, da un lato, ad aspetti positivi come l’autostima e la felicità, ma questo vale fin quando tutto va bene, ma nel momento in cui qualcosa va male, cosa succede? Ciò che affiora dagli studi, infatti, è che il perfezionismo sembra sì, correlare con aspetti positivi, ma esso risulta anche correlare con moltissimi aspetti negativi, come l’ansia, la depressione, lo sconforto, l’insoddisfazione corporea e l’anoressia (Limburg et al., 2017). Tutto questo cosa indica, dunque? Che alla fin fine il perfezionismo non fa altro che peggiorare la situazione in cui viviamo, andando a fomentare dinamiche tossiche, che minano concetti come la collaborazione, la collettività e spostano, invece, sempre di più l’individuo verso l’ascesa e la manifestazione del neoliberismo, del mito del self-made man, della meritocrazia. Mettendo sempre più pressione su ciascuno/a di noi, il perfezionismo ci porta sempre di più verso la competizione gli uni contro gli altri, con in mente solo l’idea di fare scalate incredibili senza mai fermarsi, per raggiungere qualcosa che non è nemmeno più chiaro cosa sia e perché tanto lo bramiamo e necessitiamo di raggiungerlo.
Da dove nasce quindi il perfezionismo? Curran, per farci capire meglio da dove, secondo lui, tutto si genera, cita le testuali parole della psicoanalista Karen Horney, parole che usava per descrivere il nostro sé perfetto: “Dovresti essere in grado di sopportare qualsiasi cosa, di comprendere tutto, di tutto amare, di essere un realizzatore…” (Horney, 1950, trad. it. “Nevrosi e sviluppo della personalità: la lotta per l’auto-realizzazione”, Astrolabio, 1981, p.62). Di parole di questo tipo, infatti, ci riempiamo la bocca tutti i giorni, le sentiamo a ripetizione: chi a casa dai genitori, chi a scuola dai professori, chi con gli amici al bar, chi a lavoro dai colleghi o dal capo; siamo bombardati da frasi e concetti di questo tipo. È forse la società, quindi, a fomentare questa visione? È forse lì che dobbiamo andare a ricercare la causa dei nostri mali? Beh… forse la risposta chiara, semplice e lineare non ce l’avremo mai, sarebbe troppo bello e troppo facile, ma anche fin troppo riduttivo. Il perfezionismo, come tutti i fenomeni, non è così semplice da incasellare, non è facile trovare dirette cause e dirette conseguenze, ma certo è che la nostra società può dirsi complice del diffondersi di questo fenomeno. In un certo senso, possiamo affermare che il perfezionismo è la ciliegina sulla torta di questa “tirannia”, come la definisce Curran, in cui viviamo. Esso risulta essere una delle lenti che, troppo spesso, usiamo per leggere la realtà che ci circonda, tanto siamo esposti e tempestati di messaggi sul come dovremmo essere, che rischiamo di perderci gli aspetti importanti su cui focalizzarsi, come il riflettere su chi vorremmo essere e quale contributo potremmo dare alla società e al pianeta in cui viviamo. Esso è un fenomeno che permea le più svariate realtà: a casa, a scuola, all’università e a lavoro, nasce dalle richieste spropositate e dall’idea che puoi farcela sempre, che non puoi mollare, che le cose te le devi guadagnare, che nella vita “ti devi sbattere” per raggiungere quello che desideri; alla fine tutte le persone che hanno successo hanno fatto così, no? Questo è quello che troppo spesso ci sentiamo raccontare da persone famose, “persone che ce l’hanno fatta”, basti pensare ai racconti tossici che si vedono sulle testate giornalistiche certe volte: “Laureato in tempi record: a solo 23 anni ha già due lauree”, come se normalizzare tutto questo fosse qualcosa di sano e come se ciò non avesse delle ripercussioni. È ciò che fomenta anche l’accettazione di quelle che sono condizioni di lavoro precario, relazioni e contesti tossici, tanto si è stimolati a pensare di dover esser perfetti e di dover tollerare tutto.
Date queste premesse, dunque, a noi poveri esseri umani, immersi in questa società, cosa ci resta da fare? Ci sono speranze? C’è qualcosa che si può fare per combattere tutto questo? Beh… anche in questo caso la risposta non è così semplice, ma la speranza e le possibilità ci sono. Thomas Curran conclude, infatti, il suo libro proprio con una riflessione sul come si fa ad abbracciare l’imperfezione in questo contesto. Quello che emerge è che, come tutti i processi trasformativi, non è un percorso facile da intraprendere, ma passa attraverso quella che la psicologa Tara Bach definisce “accettazione radicale” (2000), ovvero l’accettazione della vita così com’è, senza preoccuparsi di dover far di più o di dover far meglio. Attenzione però: ciò non significa rassegnarsi alla realtà, ma implica la consapevolezza che non tutto è possibile e non tutto è perfetto, che possiamo impegnarci e fare ciò in cui crediamo, ma considerando sempre quelli che sono i nostri punti di partenza, senza mai dare niente per scontato. Curran, oltre a questo passaggio che possiamo definire “più individuale”, parla anche di come il cambiamento effettivo possa avvenire solo se si inizia a ripensare la società in modo diverso, non più in ottica individualista, ma bensì in ottica collettiva, cercando collaborazione e supporto gli uni con gli altri e andando sempre più a limare concetti estremi e tossici come il perfezionismo, i quali ci portano solo ad allontanarci da quello che è il benessere sia personale che societario.
Con l’augurio che in futuro le cose possano cambiare, vi consiglio vivamente di leggere questo libro e/o ricerche in merito al tema del perfezionismo, con l’ottica di imparare tutti e tutte noi, ogni giorno, ad accettarci di più e a lottare insieme per un futuro che sia desiderabile.
Bibliografia
Brach, T. (2000). Radical Acceptance: Embracing Your Life with the Heart of a Buddha. Bantam. (trad. it. Disponibilità incondizionata: Lo spirito dell’accettazione radicale, Ubilibri, 2022)
Hewitt, P. L., & Flett, G. L. (1991). Perfectionism in the self and social contexts: Conceptualization, assessment and association with psychopathology. Journal of Personality and Social Psychology, 60, 456-470. https://doi.org/1037/0022-3514.60.3.456
Horney, K. (1950). Nevrosi e sviluppo della personalità: La lotta per l’auto-realizzazione (trad. it., 1981). Astrolabio.
Limburg, K., Watson, H. J., Hagger, M. S., & Egan, S. J. (2017). The relationship between perfectionism and psychopathology: A meta‐analysis. Journal of clinical psychology, 73(10), 1301-1326. https://doi.org/10.1002/jclp.22435
Reale, G. (2005). La filosofia antica. Bari: Casa Editrice Laterza.
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