Cento minuti. Tanto dura “D’istruzione pubblica”, il docufilm di Federico Greco e Mirko Melchiorre che porta nelle sale un’analisi politica, emotivamente partecipata e metodologicamente documentata sullo stato della scuola in Italia. L’idea-guida è già nel titolo: “D’istruzione pubblica”. Il facile gioco di parole nasconde un processo in realtà pervasivo e quasi universale che s’invera sotto i nostri occhi, ogni giorno, da molti anni. È lo smantellamento del sistema dei servizi pubblici, repubblicano e costituzionale, che va dalla sanità al sistema pensionistico, fino al caso in esame: la scuola.
La distruzione, appunto, di un sistema pensato e normato per rendere la società più giusta, più egualitaria e rispettosa dei diritti di tutti. A partire proprio dalla scuola, quella parola dentro la quale, come spiega una vocina infantile fuori campo, «ci sono tredici anni molto speciali nella vita di una persona». Tredici anni che accomunano tutti i cittadini italiani. La centralità della scuola – ambiente, problema, simbolo, progetto, contesto – sta tutta qui: appartiene a tutti. Ed è per questo che, benché sia tanto complicato parlarne, è un bene che Greco e Melchiorre si siano assunti la responsabilità di farlo.
Un po’ di storia
La scuola che nasce con la Costituzione del 1948 era un’idea e, insieme, un progetto da costruire su una base estremamente chiara: otto anni di scuola obbligatoria per tutti (Art. 34). Le riforme successive, che caratterizzarono i primi tre decenni della storia repubblicana, andarono tutte nella medesima direzione: l’ampliamento del diritto allo studio per tutti i cittadini. In questo spirito, nel 1962, nasce la scuola media unificata, che abolisce l’avviamento professionale, insormontabile ostacolo classista che impediva l’accesso agli studi superiori alle classi meno abbienti; nel 1968 viene istituita la scuola materna. Nel 1977 arriva la “legge Falcucci”, dal nome della ministra, volta all’inclusione degli studenti con disabilità. Poco prima, nel 1974, erano stati approvati i cosiddetti “Decreti delegati”, una serie di provvedimenti atti a garantire forme di rappresentanza nella vita della scuola a personale non docente, studenti e famiglie.
Dopo questa serie di cambiamenti virtuosi, frutto della distillazione parlamentare del conflitto sociale in atto, negli Anni ‘80 del secolo scorso si assiste ovunque, in Europa come negli USA, a una poderosa inversione di marcia. Lo sostiene, con solidi argomenti, il saggista belga-lussemburghese Nico Hirtt, animatore dell’APED: «Fino agli Anni ‘70 – dice nell’intervista concessa agli autori del documentario – tutti gli economisti concordavano sul fatto che tutte la categorie sociali dovessero elevarsi e partecipare alla vita sociale… dagli Anni ‘80 e soprattutto ‘90 tale discorso è stato abbandonato».
Che cosa accadde?
È la tesi centrale del docufilm, il successo dell’ideologia neoliberista che, poggiando le proprie basi sulla planetaria estensione del capitalismo finanziario di stampo statunitense, ha fatto sì che tutti i sistemi politici occidentali si conformassero ai dettami di quella dottrina: prevalenza dell’economia sulla politica, privatizzazione dei servizi pubblici, con l’implicita trasformazione dei sistemi formativi in favore delle necessità del sistema produttivo e degli interessi di chi lo guida. È il trionfo della “pedagogia delle competenze”, non a caso guidato e promosso, è ancora Nico Hirtt a ricordarlo, confortato dall’insegnante di italiano e storia Marina Boscaino, da organismi consultivi europei, come l’ERT (European Round Table for Industry), capaci di indirizzare le scelte politiche continentali e composti non da sociologi, docenti o pedagogisti, ma dagli industriali e dai loro rappresentanti.
In questa prospettiva si chiariscono le motivazioni dell’abbandono progressivo dei curricula tradizionali – genericamente definiti “di stampo umanistico” ma che non prescindevano affatto dallo studio teorico delle materie scientifiche – a favore di competenze tecnico-pratiche spendibili nel mondo del lavoro: è questa la stella polare del riformismo scolastico liberista che ha caratterizzato gli ultimi quattro decenni della scuola europea. Ed è in questo snodo che si sono innestate le riforme messe in atto da tutte le forze politiche, in Italia come nel resto del mondo, affannate all’inseguimento di una malintesa “modernità”.
Tante voci unanimi
Su questo punto gli autori trovano i loro interlocutori tutti d’accordo: per l’economista e storica Clara Elisabetta Mattei una scuola siffatta serve al padronato per mantenere tutti tanto ignoranti da non poter nemmeno immaginare una società diversa; secondo il filosofo e psicoanalista argentino Miguel Benasayag la pedagogia delle competenze non è attuata a servizio dell’essere umano, ma è volta a creare un “uomo nuovo”, incastrato e funzionale al sistema produttivo. Per il dirigente scolastico Lorenzo Varaldo – è lui il Virgilio che ci accompagna lungo l’intero racconto – «Non è vero che con la filosofia e con la storia, col latino e col greco non si mangia. Anzi: si mangia molto meglio e si vive molto di più perché si ha un interesse, un’apertura mentale che permette di collocarsi in tanti ambienti diversi. Se oggi se c’è una cosa alla quale stare poco dietro sono proprio le competenze tecniche perché appena le hai acquisite sono già obsolete. È la capacità generale che tu devi acquisire. Poi, dopo, quando andrai in un certo lavoro con un interesse tuo, allora potrai acquisire abbastanza velocemente le competenze specifiche che ti servono». Difficile dargli torto.
Destra e sinistra: questa o quella, per me pari sono
La disamina del processo di riforma della scuola italiana, messo in atto dai governi di ogni colore a partire dall’ultimo decennio del secolo scorso, è impietosa. Si comincia con Fabio Bentivoglio, docente di storia e filosofia, secondo il quale tutto ebbe origine il 15 marzo 1997, con la legge Bassanini sul decentramento amministrativo. Quel provvedimento offrì l’occasione al ministro della Pubblica Istruzione del tempo, Luigi Berlinguer, per dare il via all’autonomia scolastica, che ha trasformato la scuola di Stato nell’attuale giungla della competizione tra un istituto e l’altro. Da lì, insomma, partì l’attacco finale alla scuola pubblica e al suo snaturamento in senso aziendalista: i governi di Berlusconi (2001-2006: vengono ricordate, non senza sarcasmo, le tre “i”: internet-inglese-impresa) e Renzi (2014-2016: “la buona scuola” che viene, con buone ragioni, posta sotto accusa per l’introduzione dei programmi di alternanza scuola-lavoro), non fecero che spingersi sempre più in là nel percorso già avviato da chi li aveva preceduti.
Il disastro attuale – confermato dai dati OCSE sulla progressiva diminuzione delle competenze degli studenti, misurata in tutte le scuole europee – è poi stato ulteriormente aggravato dalla fiducia quasi cieca nutrita nei confronti delle tecnologie digitali, viste quasi come un dono salvifico capace di appianare tutti gli inciampi e le contraddizioni, ma che tutte – proprio tutte! – le ricerche psicopedagogiche contemporanee individuano, al contrario, come una delle principali cause del dissesto dei processi d’apprendimento dei giovani studenti (si veda questo rapporto OCSE del 2024: “Students, digital devices and success”).
Tradizione, innovazione, prospettive
L’indagine svolta da Greco e Melchiorre, insomma, propone un doloroso attraversamento critico del complesso universo della scuola italiana. Vengono messe in mostra molte delle ben note criticità che l’assillano ma vi si adombra anche anche un’idea di formazione democratica che, nei fatti e nelle parole, appare sospesa tra un passato tanto lontano quanto irripetibile e un futuro che appare invece sempre più fosco.
E il presente? È fatto di problemi che si accavallano: l’uso spesso illogico e improvvisato dei magri fondi disponibili (anche quelli del PNRR); la precarietà delle strutture scolastiche (meno della metà degli edifici dispone dei certificati di agibilità); la disistima che colpisce la figura stessa degli inseganti che individuano nei loro bassi salari (tra i più magri d’Europa: https://eurydice.eacea.ec.europa.eu/data-and-visuals/teachers-heads-salaries/comparative-teachers ), la controprova del disastro generalizzato.
Liberarsi da questa trappola sembra impossibile. Il giurista e attivista Ugo Mattei legge l’intero fenomeno come un invito, quasi un obbligo, all’individualizzazione: si tratterebbe quindi di un attacco generalizzato alla “tradizione”, intesa come l’insieme legami sociali che possono trasformarsi in atti di autentica coscienza politica. Benasayag collega le “passioni tristi” che dominano la scuola alla rinascita degli autoritarismi: «Le persone tristi hanno bisogno di un tiranno per giustificare la propria tristezza e al tiranno servono le persone tristi per dominarle». La resistenza, approfondisce lo psicoanalista argentino, «passa da qui. Anche se il neoliberismo ha vinto e le forze di sinistra e progressiste hanno fallito, non dobbiamo perder tempo: dobbiamo cominciare a creare luoghi alternativi di resistenza e creazione».
Trasformazione e desiderio
L’unica via d’uscita, in prospettiva, sembra essere quella suggerita dall’attivista Nico Hirtt: «La scuola non si deve adattare alla società, ma deve formare persone che la trasformino, che lottano, che apprendono conoscenze e valori che permettano loro di immaginare e comprendere e infine di realizzare collettivamente una società diversa».
Questo augurio sembra rispondere alla domanda mai esplicita, ma ovunque sottesa all’intero lavoro di Federico Greco e Mirko Melchiorre: che cosa deve fare la scuola, progettare il cambiamento o difendere lo status quo? Un dilemma che si traduce in un invito: sarà interessante e politicamente produttivo seguire le proiezioni del film (prodotto al termine di un efficace crowdfunding da Distribuzioni dal basso, Studiozabalik e Antropica, con il contributo di Film Commission Torino Piemonte, Archivio audiovisivo del movimento operaio e democratico), che sono previste in tutto il territorio nazionale.
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Stefano Lamorgese (Roma, 1966) è un giornalista di formazione umanistica. Alla Rai dal 1990, ha lavorato per TG3, Rai International, Rai2 e Rainews24. Dal 2017 fa parte della redazione di Report/Rai3. Ha insegnato linguaggi multimediali e cultura digitale presso le università di Urbino, Ferrara e Perugia. È Vicepresidente dell'Associazione Amici di Roberto Morrione, che promuove dal 2011 il Premio giornalistico omonimo, dedicato agli Under30. Storico per passione, ha pubblicato con NewtonCompton "I signori di Roma" (2015).