Cosa si intende per “legge della Giungla”? Se lo chiediamo al vocabolario Treccani ci risponde che questa immagine metaforica riflette “una concezione di vita in cui i rapporti sociali sono fondati non sulla legalità e la ragione ma sulla forza, sull’egoismo, sulla volontà di sopraffazione”. La versione di Wikipedia è affine, parla di “un’espressione popolare utilizzata per descrivere un contesto sociale privo di qualsiasi legge, in cui prevale la tirannia del più forte”. Siamo insomma in un luogo dove domina l’arbitrio perché non ci sono norme che regolino la vita di una comunità. E la domanda che allora noi umani, europei, italiani oggi dobbiamo porci diventa: ci fa piacere, ci rassicura vivere in un mondo che somiglia sempre di più a una giungla? Un’esagerazione? Mica tanto, perché, a pensarci bene, quella che ci propongono vocabolari e enciclopedie sembra proprio la puntuale descrizione di quanto sta avvenendo sul nostro pianeta col dilagare di guerre, ricatti, minacce, stragi, devastazioni, genocidi. Qualcuno lo ha anche scritto: stiamo vivendo nel “tempo dei predatori”. Non ci sono insomma più regole condivise che gli Stati, per primi i più potenti, rispettino per convivere pacificamente. In un’intervista alla CNN Stephen Miller, fedelissimo del presidente Trump, lo ha affermato esplicitamente “Possiamo parlare quanto vogliamo di sottigliezze formali (in lingua originale niceties), la realtà è che siamo in un mondo governato dalla forza, dalla potenza”. È come se fosse saltato un argine, chi può si prende quanto gli fa gola, quanto ritiene gli convenga. La legalità internazionale in effetti è sotto scacco: basti pensare all’evidente impotenza delle Nazioni Unite e degli Organi ad esse collegate come le Corti di Giustizia. Spesso, posti di fronte a questa esplosione di aggressività e brutalità, proviamo a cavarcela attribuendone la responsabilità all’umore folle e inaffidabile di leader malvagi che hanno perso ogni rispetto per “le vite degli altri”, che non si fermano davanti a nulla. Sul piano etico c’è indubbiamente del vero: chi decide massacri e uccisioni non può che essere “mentalmente disturbato”. Ma gli storici avvertono che questa è una chiave di lettura molto debole perché di fatto ci impedisce di “andare alla radice” di quanto sta avvenendo, e di trovare successivamente soluzioni. Chiamando in causa unicamente la follia perdiamo di vista “il metodo” che c’è dietro. Il problema si complica poi esponenzialmente quando i “pazzi” risultano diventare molti. Che cosa si può fare?
Andando alla radice del problema, scopriamo finalmente il punto su cui converge la grande maggioranza degli studiosi. Le norme di comportamento fra le potenze non sono mai un “principio eterno”, sono sempre un prodotto storico, riflettono un equilibrio condiviso. Quello che è andato ora realmente in pezzi è l’Ordine mondiale che aveva preso forma dopo il 1945. Allora, con alle spalle una guerra devastante e una immane tragedia costata fra i 60 e 70 milioni di vite, si era avvertita la necessità assoluta di voltare pagina, di darsi organismi condivisi di mediazione e di gestione dei conflitti sia in campo politico che finanziario, era emersa l’esigenza di stipulare accordi e convenzioni come quella per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio. Impegni solenni che riflettevano una parola d’ordine: quanto accaduto non avrebbe dovuto ripetersi mai più. Certo non erano, neanche a quel tempo, tutte rose e fiori. C’era una nazione dominante, gli Stati Uniti d’America, cui si contrapponeva, sul piano militare e geopolitico, l’Unione Sovietica insieme al cosiddetto blocco socialista. Le chiamavamo superpotenze, entrambe dotate dal 1949 di arsenali nucleari in grado di distruggere il pianeta. Cominciò quella che è stata denominata guerra fredda ma che molti avevano definito con un raggelante neologismo “l’equilibrio del terrore”. Si è andati avanti così per quarant’anni con un alternarsi di acute contrapposizioni, conflitti locali e momenti invece di distensione. La svolta successiva è arrivata nel 1991 con la dissoluzione dell’Urss. Di superpotenze in campo ne è rimasta solo una, gli Stati Uniti. Qualcuno ha persino evocato la “fine della storia” con la vittoria totale del modello neoliberale, della globalizzazione, del trionfo di finanza e commerci. L’Ordine sembrava ormai garantito soprattutto da un modello economico sociale condiviso. Ma era soltanto una mera illusione.
Gli equilibri sono saltati all’inizio del nuovo millennio. L’attacco di Al Qaeda alle Torri Gemelle di New York dell’11 settembre 2001 è stato seguito dalla reazione americana, dalla fase della cosiddetta “guerra al terrore”, con l’invasione dell’Afghanistan prima e dell’Iraq successivamente, nel 2003. Operazioni militari gestite dagli Stati Uniti in collaborazione coi “volonterosi” occidentali. Contemporaneamente la Nato si è allargata a Est raggiungendo i confini della Russia dove alla fine del secolo scorso è andato al potere Putin anche lui coinvolto subito in un feroce conflitto, la repressione della rivolta dei separatisti islamici in Cecenia.
Questo sintetico elenco di eventi ci serve a dire una cosa fondamentale: che è da una trentina d’anni che quell’Ordine internazionale creato nel 1945 ha cominciato a andare in crisi. Anche perché nel frattempo, l’Oriente non è stato certo fermo, immobile. La Cina si è trasformata in pochi decenni nella principale potenza industriale, nella cosiddetta “fabbrica del mondo”, seguita a breve distanza di tempo dalla crescita dell’altro “gigante asiatico”, l’India. In campo economico è avvenuto insomma qualcosa di ancora più epocale: con l’entrata in scena dell’Asia il primato manifatturiero dell’Occidente è divenuto un retaggio del passato. La geografia produttiva del pianeta è inesorabilmente mutata. Una cesura di fondamentale importanza perché tornare oggi al 1800, come sognerebbe qualcuno, è semplicemente impossibile. A completare il quadro di questi “sommovimenti tellurici” c’è stato infine il moltiplicarsi delle guerre asimmetriche con milioni di vittime nelle “periferie del mondo”.
Uno dei più lucidi a cogliere quanto stava avvenendo è stato Papa Francesco. Il 13 settembre 2014 di fronte al Sacrario di Redipuglia ha evocato la visione di un pianeta dilaniato da una “terza Guerra Mondiale a pezzi”. Allora molti reagirono con sufficienza. Bergoglio, gesuita argentino con lo sguardo rivolto anche al “Sud Globale”, aveva invece colto l’essenza di quanto fossero profondi i mutamenti e i pericoli ad essi connessi. Aveva compreso che focolai apparentemente slegati (Siria, Libia, Yemen, Ucraina orientale) non erano incidenti di percorso della globalizzazione, ma sintomi di un’unica faglia sismica. E aveva denunciato l’ipocrisia di un sistema che si diceva in pace solo perché il sangue scorreva lontano dai centri di potere finanziario. Oggi, quella diagnosi è alla base di qualsiasi analisi seria: i “pezzi” si stanno saldando. Il fronte ucraino, quello mediorientale, le tensioni nel Pacifico e nelle Americhe, le stesse stragi in Africa, sono vasi comunicanti di un unico conflitto per la ridefinizione delle gerarchie mondiali.
Perché la diplomazia sembra un’arte perduta? Se lo è chiesto nei suoi libri (“Il Suicidio della Pace”, l’ultimo del 2025) Alessandro Colombo uno dei principali studiosi italiani di politica internazionale. Fra l’altro ci avverte che “abbiamo disimparato a combattere la guerra classica”, quella tra nemici legittimi, che prevedeva la vittoria, la sconfitta e il successivo tavolo della pace. Dagli anni Novanta in poi, la sfera atlantica ha adottato invece il paradigma della “Guerra Discriminatoria”. Il nemico non è più un altro Stato con interessi divergenti, ma un “criminale”, un “mostro”, un’anomalia della storia da estirpare. Basti pensare, restando volutamente lontani dall’attualità, a quanto detto su Milosevic, Saddam, Gheddafi. Ma se il nemico è il Male Assoluto, allora la pace è impossibile, perché col Male non si tratta. Uno schema che ha conquistato nel tempo le menti di altri leader mondiali, dentro e fuori la sfera occidentale. Chi oggi combatte pare puntare all’annichilimento del nemico. Tuttavia, nell’era della proliferazione nucleare, la vittoria totale può costituire una chimera. Il risultato è uno stallo sanguinoso: si iniziano guerre che non possono finire perché manca la legittimità politica per chiuderle. Si condanna così il mondo a un’instabilità cronica, a una “pace impossibile” dove la violenza diventa l’unico linguaggio, senza però mai risolvere le contese.
Negli ultimi anni questo processo sembra aver subito una ulteriore brutale accelerazione, con il moltiplicarsi di eventi dove si è affermata una smisurata ferocia contro gli innocenti, i civili. Siamo davanti alla disgregazione definitiva di qualsiasi forma di convivenza civile? La domanda è più che legittima ma la lucidità nell’analisi non ci deve mai condurre alla rassegnazione. La storia ci mette alla prova ma è in eterna evoluzione, in qualsiasi situazione si creano contraddizioni che vanno colte, non lasciate cadere. Così nei “deliri di onnipotenza” di Trump possiamo leggere pure un’opportunità per smascherare precedenti inerzie o ipocrisie e cercare contromisure efficaci.
La sfida riguarda innanzitutto seriamente alla nostra identità di europei. Parto da una espressione usata qualche anno fa da Sigmar Gabriel, al tempo ministro degli esteri tedesco. Definì la UE “l’ultimo erbivoro in un mondo di carnivori”. Una metafora che ci riconduce a quella “giungla” di cui parlavamo all’inizio. Che esito si può dare alla battuta di Gabriel? La soluzione è che l’erbivoro dimentichi la sua natura, si faccia crescere i denti e diventi a sua volta un predatore? È qui il vero nodo, perché è forte la tentazione ai vertici UE di prendere proprio questa direzione. Ma l’Unione Europea è nata (dopo la Seconda guerra mondiale) come progetto di pace fra popoli che si erano massacrati a vicenda nei cinquant’anni precedenti. Se snatura la sua identità quali sono le conseguenze? Prendiamo la questione del riarmo che appare densa di inquietanti incognite senza un reale coordinamento fra i paesi aderenti alla UE, senza una razionalizzazione e gestione comune della difesa. Non c’è il rischio di un ritorno al militarismo tedesco che tanti disastri ha provocato nella storia dello scorso secolo?
Restando alla metafora proposta da Gabriel conviene allora ribaltare la prospettiva e proporre una soluzione alternativa. Nella giungla, esistono creature che, pur “erbivore”, sono in grado, per mole e determinazione, di tener testa a qualsiasi carnivoro. Non è perciò necessario e nemmeno auspicabile che l’Europa ridiventi una “belva sanguinaria”. A determinare il ruolo di una “potenza” negli equilibri del pianeta non è solo la dimensione militare. A contare sono molteplici fattori. Un’Europa, che non sia solo la somma di piccoli stati ma un soggetto politico realmente autonomo e coerente, è sufficientemente grande, ricca, culturalmente influente da poter affrontare ogni situazione. Certo non deve rimanere paralizzata, deve saper fronteggiare “l’alleato egoista” americano e “l’inquietante vicino” russo. C’è un’idea di Occidente inclusivo e democratico da rilanciare perché può essere un riferimento per il resto del pianeta. Pensiamo allo Stato sociale, alla nostra sanità e la scuola pubblica, ai diritti dei cittadini la cui privacy va tutelata dalle multinazionali Hi Tech statunitensi e cinesi. Non è una società così un modello attrattivo anche per altri?
In una intervista rilasciata in gennaio il giurista Gustavo Zagrebelsy ha ricordato che non si può avere cieca fiducia nel diritto internazionale se non è supportato da un equilibrio fra le forze in campo. E qual è oggi il progetto che possiamo sostenere? Quello di un ordine mondiale basato su più poli, dove si compete senza alcuna ingenuità ma anche si collabora. Pura utopia? Zagrebelsky nella stessa intervista ha aggiunto che “per costruire la casa comune occorre che ognuno porti il suo mattone” precisando poi che “il mero realismo è una tentazione luciferina se corrisponde a un disarmo etico”. Secondo lui dobbiamo invece chiederci “se stiamo costruendo una sensibilità pro-pace o pro-guerra”. Va insomma invertita la rotta anche se la “mancanza di pensiero” e di successive coerenti azioni da parte della attuale leadership europea appaiono sconfortanti.
Dobbiamo poi tenere sempre presente che ci sono dimensioni delle relazioni internazionali che non possono essere smantellate da esibizioni di potenza muscolare. Fra il Sud Globale e il resto del mondo i rapporti di forza sono inesorabilmente mutati rispetto a trent’anni fa e c’è una interdipendenza economica e culturale che nessuno può illudersi di dimenticare. Per una volta i cosiddetti “mercati”, spesso indecifrabili, giocano a favore della convivenza e contro una frammentazione che sarebbe suicida per tutti. Il feticismo neoliberista è saltato, ma non stiamo andando verso un “nuovo Medioevo”. Alessandro Colombo nel libro “Il Governo Mondiale dell’Emergenza” lo ha spiegato con cristallina chiarezza. Le formule magiche del nostro recente passato sono state “lo chiede la sicurezza” oppure “lo impone la crisi”. Per questo “la gestione delle emergenze” è diventata l’unico dispositivo di legittimazione del potere. Governanti e media paiono sempre affannati a ragionare sull’immediato, ma la vera politica è altra cosa. Deve tornare a essere progettualità del futuro, immaginazione fondata su una spinta etica condivisa. Gli europei, intesi come popoli e cultura, hanno le carte in regola per indicare, in dialogo con altre grandi nazioni, un’uscita da quell’interregno neofeudale in cui sembriamo precipitati. Per prospettare come soluzione un solido e concreto orizzonte multipolare. Come ha ricordato Papa Leone “il mondo non si salva affilando le spade”. O esibendo le moderne “cannoniere” che, a differenza di quelle ottocentesche, sono dotate di devastanti strumenti di morte termonucleare. Non dobbiamo dimenticarlo mai.
Dal Dossier “Il Tempo dei Predatori” Messaggero di Sant’Antonio Marzo 2026
https://messaggerosantantonio.it/content/il-tempo-dei-predatori-0
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Giornalista e scrittore. Caporedattore alla Rai del Veneto, successivamente vicedirettore della Testata Giornalistica Regionale, del Tg3 e di Rainews 24.
Qui ha curato “Scenari l’Inchiesta Web”, settimanale di approfondimento sull’attualità che, per la prima volta in Italia, ha proposto in televisione un lavoro di indagine giornalistica a livello europeo/globale realizzato integralmente sui big data e gli archivi Web.
Studia l’evoluzione tecnologica e i comportamenti dei media e gli effetti concreti che nuovi strumenti digitali hanno sulla società con particolare attenzione ai temi legati a cittadinanza e democrazia. Docente di Comunicazione e componente del Coordinamento Laboratorio La Cura del Vero
Fra le sue Pubblicazioni:
° Non sparate ai giornalisti. Iraq: la guerra che ha cambiato il modo di raccontare la guerra,
Roma, Nutrimenti, 2003.
° Ultime Notizie. Indagine sulla crisi dell’informazione in Occidente. I rischi per la
democrazia , Roma, Nutrimenti, 2005.
° Doppi Giochi. Pechino 2008. Le altre Olimpiadi contro la censura, per i diritti umani,
Trento Edizioni Stella 2008
° L’ecosistema informazione, senza cura per la verità la democrazia muore in AAVV La Passione per la Verità Franco Angeli 2020
° Aver cura del Vero Come informare e far crescere una società inclusiva
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